L'OSSESSIONE DI ALEXANDER

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CAPITOLO 6

ALINA

L'orchestra suonava un valzer, le note lente e melodiche si diffondevano nell'aria, ma nulla di tutto ciò riusciva a sciogliere il nodo di frustrazione che mi si stringeva nel petto.

La risata che sfuggì ad Arthur, dopo qualunque cosa avesse detto Robert Solas, era agghiacciante nel suo vuoto.

Come poteva essere così rilassato? Con tutto appeso a un filo, continuava a comportarsi come se avesse il mondo ai suoi piedi. Era esasperante.

Arthur era così perso nelle sue illusioni da non aver nemmeno notato Alexander Dimitri entrare e uscire dalla scena indisturbato. Era beatamente ignaro del pericolo che incombeva su di lui: un uomo che non si limitava a lanciare minacce, ma le metteva in atto.

Dovevo farmi ascoltare, assicurarmi che capisse l'urgenza di restituire i soldi che doveva a Dimitri, altrimenti le conseguenze sarebbero state ben peggiori di quanto potesse mai immaginare.

Dio solo sapeva quanto a fondo Arthur ci avesse cacciati in quel guaio, quante volte avesse chiesto prestiti al diavolo in persona. Stavamo affogando nei debiti, soffocando sotto il loro peso, e non avevo idea di come avremmo potuto anche solo iniziare a ripagarlo. Ma in qualche modo, dovevamo trovare una soluzione. Il tempo ci stava scivolando tra le dita e non potevamo permetterci di sprecare un altro secondo.

«Arthur» chiamai, la mia voce che fendeva il brusio, più aspra di quanto volessi.

«Devo parlarti. È urgente.»

Arthur mi degnò appena di uno sguardo, la sua irritazione che emanava da lui come un'ondata di calore.

«Ce ne hai messo di tempo alla toilette» disse, la voce affilata dall'impazienza. I suoi occhi guizzarono appena nella mia direzione prima di posarsi di nuovo sul bicchiere, come se non fossi altro che un fastidio.

«Devi un ballo al signor Solas» aggiunse con tono sbrigativo, indicandomi con un pigro cenno del polso. Il gesto era noncurante, come se non valesse la pena sforzarsi nemmeno di fingere interesse. Per lui non ero sua figlia: ero solo un'altra pedina da muovere sulla sua scacchiera.

«Robert, vedrai che è un'ottima ballerina» aggiunse Arthur con un sorriso compiaciuto, la voce che grondava falso fascino. «Sono sicuro che ti stupirà.»

Il disgusto montò dentro di me, ma ricacciai indietro le parole dure che premevano per uscire. Non mi importava di impressionare Robert, né nessun altro se è per questo. Ma prima che potessi ribattere, Robert mi prese la mano, la stretta ferma e possessiva.

«Arthur, ho davvero bisogno di parlarti...» La mia voce era tesa per la frustrazione che si stava accumulando dentro di me.

«Non ora, Alina» tagliò corto Arthur, il tono venato di irritazione. «Qualunque cosa sia, può aspettare. Va' a ballare con il signor Solas.»

Prima che potessi protestare, la mano di Robert mi strinse il braccio con un tocco deciso, quasi padronale.

«Andiamo, Alina?» chiese, la voce suadente ma intrisa dell'aspettativa che lo seguissi.

La frustrazione mi ribolliva nel petto, ma la mandai giù, costringendomi a mantenere la calma. Un ballo, solo uno, e poi mi sarei assicurata che il messaggio arrivasse a destinazione.

Incrociai lo sguardo di mio padre, sentendomi stringere il cuore mentre sollevava il bicchiere nella mia direzione, un sorrisetto pigro e soddisfatto che gli increspava le labbra. Non era orgoglio quello che vedevo: semmai era indifferenza, mista a divertimento. Un'ondata fredda di tradimento mi travolse, acuta e implacabile. Ai suoi occhi non ero sua figlia. Non ero altro che una pedina, un oggetto da esibire e barattare, una bella distrazione per ingraziarsi Robert Solas.

«Balliamo» disse Robert con voce vellutata.

Abbassai lo sguardo sulla sua mano, che stringeva ancora saldamente la mia. Ogni istinto mi urlava di ritrarmi, ma invece mi costrinsi a lasciarmi guidare verso il centro della pista da ballo.

La mano di Robert strinse la mia con forza mentre mi attirava a sé; la sua presa era ferrea, come se stesse rivendicando un diritto di proprietà. Il calore del suo petto premeva contro il mio e il profumo opprimente della sua colonia costosa mi voltava lo stomaco. Iniziò a ondeggiare a tempo di musica, con movimenti sicuri, dominanti.

«Rilassati, tesoro» mormorò vicino al mio orecchio, con un tono che trasudava un fascino posticcio. «Sei troppo tesa per un ballo così incantevole.»

Mi irrigidii quando l'altra sua mano scivolò sulla parte bassa della schiena, per poi scendere... troppo in basso. Quel contatto mi inviò un'ondata di ribrezzo, facendomi accapponare la pelle sotto le sue dita invadenti.

Ebbi un leggero scatto, sibilando a mezza voce.

«Smettila. Tieni le mani al loro posto.» La mia voce era bassa ma tagliente, carica di un disgusto a malapena trattenuto.

Robert inclinò la testa all'indietro, mentre un sorrisetto gli increspava le labbra.

«Oh, andiamo. Non essere così rigida, Alina» mormorò, con un tono leggero ma grondante condiscendenza. La sua mano rimase ferma su di me, le dita tracciavano cerchi lenti e deliberati prima di dare una strizzata possessiva al mio sedere.

Una nuova ondata di disgusto e furia mi travolse. Chinandomi verso di lui, gli sibilai all'orecchio con voce bassa, ma affilata come una lama.

«Togli. Le. Mani. Dal. Mio. Culo.»

Mi ritrassi appena quanto bastava per incrociare il suo sguardo; i miei occhi lanciavano fiamme di avvertimento, sfidandolo a spingersi oltre. Il ghigno di Robert si allargò, il suo divertimento mascherava a malapena l'intento oscuro che covava sotto quella facciata impeccabile.

Ma la sua mano scivolò via — lentamente, deliberatamente — come se volesse farmi sapere che per il momento mi stava solo assecondando.

Si chinò più vicino, abbassando la voce in un sussurro che mi fece correre un brivido lungo la schiena... ma non del tipo che avrebbe sperato lui.

«Dovresti fare attenzione a quel caratteraccio, tesoro. Rendi fin troppo allettante la prospettiva di vedere fino a che punto posso spingerti.»

«Sai una cosa, Robert?» dissi bruscamente mentre raggiungevamo il centro della sala, la mia voce che fendeva l'elegante sottofondo dei violini.

«Non so cosa ti abbia promesso mio padre o che tipo di accordo ti abbia prospettato, ma lascia che ti chiarisca una cosa in modo cristallino: io non faccio parte del pacchetto.»

Robert inarcò un sopracciglio, con un sorriso freddo e calcolato e un luccichio di divertimento negli occhi, come se trovasse divertente la mia sfida. Senza preavviso, strinse il braccio attorno alla mia vita, incollandomi a sé.

Il suo respiro mi sfiorò l'orecchio mentre si avvicinava, il tono che scendeva in un sussurro basso e minaccioso, facendomi gelare il sangue.

«Oh, ma lo sei eccome, Alina. Solo che non te ne rendi ancora conto. Tuo padre ti ha offerta su un piatto d'argento e io non sono un uomo che rinuncia a un affare. Quindi, perché non ti risparmi la fatica e cerchi di fare la brava?»

Mi raggelai; l'aria intorno a noi sembrava farsi più pesante, soffocante. Il cuore mi martellava mentre le sue parole penetravano a fondo, ogni sillaba intrisa di pericolo, un sottile promemoria del potere che esercitava.

«Non sono merce di scambio» sibilai, lottando contro la sua presa, ma lui si limitò a ghignare, senza allentare la stretta.

Lanciai un'occhiata verso il bordo della sala dove stava Arthur, col calice alzato in un brindisi, che ci guardava ballare con il sorrisetto soddisfatto di un uomo convinto di aver appena concluso un affare. A quella vista, lo stomaco mi si contorse.

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