CAPITOLO 2
ALINA
La sala da ballo scintillava dell'opulenza dei lampadari di cristallo, la cui luce si riversava a cascata sui pavimenti tirati a lucido. Le risate echeggiavano nell'aria, mescolandosi alle note delicate di un quartetto d'archi. Donne in abiti di seta danzavano tra le braccia di uomini in completo, mentre il profumo di rose e champagne aleggiava come una nuvola. Ma a me non importava nulla di tutto ciò.
Avrebbe dovuto essere il mio compleanno, eppure tutto ciò che provavo era un vuoto logorante. Non c'era nessuno della mia età, solo uomini dai capelli grigi e le loro mogli strizzate in abiti che sembravano più armature che vestiti da festa. Mio padre aveva invitato i suoi soci in affari e gli amici, e tutti mi guardavano come se fossi una sorta di... premio da ammirare.
Ma non riuscivo a capirlo. Non riuscivo a concepire perché mio padre – Arthur Santini – avesse speso quel che restava della sua eredità per quella festa stravagante. I soldi che ci servivano per l'università, i soldi che ci servivano solo per andare avanti, venivano gettati in quella farsa. Ogni centesimo che avesse mai ereditato, ogni soldo che avesse mai preso, sembrava sprecato in quella superficiale ostentazione.
Qual era il senso di tutto quello? Perché spendeva denaro che non avevamo in vino, in risate, in cose che sarebbero svanite prima della fine della serata, quando eravamo sull'orlo di perdere tutto? Lui non lo vedeva, naturalmente.
Non lo vedeva mai.
Ed eccomi lì, intrappolata in una gabbia dorata, a recitare la parte della figlia devota, mentre la realtà della nostra rovina finanziaria incombeva appena oltre il confine di quel caos scintillante.
La voce di mio padre spezzò il filo dei miei pensieri quando mi apparve accanto, con la mano che indicava la folla.
«Vieni, lascia che ti presenti uno dei miei colleghi, tesoro.»
Lo seguii con riluttanza tra la calca degli ospiti, con i tacchi che ticchettavano sul pavimento di marmo. Mi condusse da un uomo con un sorriso troppo ampio e occhi che indugiarono un po' troppo a lungo sul mio corpo.
«Robert, questa è mia figlia, Alina», disse mio padre con una falsa allegria, il tono orgoglioso.
Mi sforzai di sorridere, con lo stomaco sottosopra. Gli occhi dell'uomo vagarono su di me, soffermandosi in punti che mi fecero accapponare la pelle.
Il suo sorriso era troppo largo, gli occhi troppo avidi mentre mi squadrava con un'intensità che mi dava i brividi. Il suo sguardo scivolò lungo il mio corpo lentamente, troppo lentamente, come se mi stesse spogliando con gli occhi, assaporando ogni centimetro.
C'era qualcosa di viscido nel modo in cui mi esaminava, come se fossi un oggetto da possedere, qualcosa da reclamare.
Avrei voluto fare un passo indietro, ma mio padre era proprio lì, a presentarmi con orgoglio come una sorta di bene prezioso.
Gli occhi di Robert indugiarono sulla mia scollatura, poi scesero più in basso, tracciando le curve della mia figura con uno sguardo quasi predatorio. Colsi un lampo di qualcos'altro nella sua espressione: un luccichio di soddisfazione, come se avesse appena scoperto qualcosa di nascosto, qualcosa di cui poter approfittare. Strinsi i pugni lungo i fianchi; l'impulso di cancellargli quel sorriso dalla faccia a suon di schiaffi era quasi incontenibile.
«Splendida», disse, con voce viscida e fin troppo suadente, che scivolava sulle parole come se ne stesse assaporando il gusto. Le sue dita mi sfiorarono il braccio, inviandomi un brivido di repulsione lungo la schiena. Il tocco era leggero, ma sembrava avere il peso di mille mani.
Feci istintivamente un passo indietro, col respiro che accelerava, ma la cosa sembrò divertirlo ancora di più. Sentii il suo sguardo seguirmi, ancora affamato, ancora possessivo. Era come se si aspettasse che ne fossi lusingata, che sorridessi e lo ringraziassi per avermi notata.
Tutto di lui mi ripugnava: il modo in cui indugiava troppo a lungo, il modo in cui i suoi occhi mi scorrevano addosso come se fossi un oggetto in vendita.
Vidi un lampo di irritazione negli occhi di mio padre prima che mi stringesse il braccio con forza, trascinandomi via da quell'uomo con un sorriso tirato.
«Stai facendo una scenata» sibilò a denti stretti, trascinandomi in un angolo della sala da ballo, lontano da sguardi indiscreti. Le sue dita mi affondavano nella pelle come una morsa.
«Perché devi fare tanto la puritana?»
Il cuore mi martellava nel petto mentre cercavo di divincolarmi, ma la sua presa si fece solo più ferrea.
«Sorridi. Sii educata. Non riguarda te, riguarda me.»
«Arthur, non hai visto come mi guardava?» sussurrai con un filo di voce, sperando che capisse. Ma sembrò non sentirmi affatto.
«E chi se ne frega?» sbottò, con tono aspro e sbrigativo.
«Ho bisogno di questa unione e tu, mia cara, sorriderai e starai al gioco. Farai qualunque dannata cosa ti chieda. Non rovinare tutto. Hai capito?»
Strinse ancor più la presa sul mio braccio, con lo sguardo gelido e implacabile, come se il problema fossi io e non l'uomo che mi aveva fatto sentire un pezzo di carne da squadrare.
«Sorridi» intimò di nuovo, allentando la presa quel tanto che bastava per lasciarmi respirare, mentre i suoi occhi restavano duri, calcolatori.
«Fallo per me» aggiunse, con voce calma e glaciale. «È per il bene di tutti.»
Non mi vedeva come sua figlia, come una persona dotata di pensieri ed emozioni.
Per lui ero solo una pedina da muovere sulla sua scacchiera. E non avevo altra scelta che indossare quella maschera — sorridere, fingere — perché era tutto ciò che voleva da me. Anche se mi straziava l'anima.
Un attimo dopo, Robert Solas si avvicinò; aveva gli occhi lucidi mentre mi porgeva la mano.
«Balla con me» disse, con un tono quasi beffardo.
Sentivo gli occhi di Arthur puntati addosso, che mi intimavano di accettare con un cenno disinvolto.
Ma non ce la facevo.
L'ultima cosa che volevo era ballare con Robert, assecondare qualunque piano stessero ordendo.
«Devo andare alla toilette» dissi in fretta, con la voce tesa e il sorriso vacillante, voltando le spalle alla pista da ballo.
Arthur mi richiamò, con una nota di fastidio mista a qualcosa di più profondo nella voce, ma non mi fermai. Continuai a camminare, accompagnata dal ticchettio secco dei tacchi sul pavimento lucido.
«Buon compleanno a me» mormorai a mezza voce, con pesante sarcasmo.
........
Rimasi ai margini della sala, evitando con cura gli sguardi di Arthur e Robert, ma avvertii una strana sensazione risalirmi lungo la schiena: un peso invisibile, come se qualcuno mi stesse fissando dall'altra parte della stanza. Era una sensazione implacabile, greve, che rendeva l'aria già viziata ancora più densa, soffocante.
Quella sensazione mi tormentò per tutta la serata.
Il brusio si affievolì mentre salivo l'imponente scalinata, con i tacchi che risuonavano piano sul marmo. Avevo bisogno di un attimo di solitudine, lontano da quella calca soffocante fatta di corpi e aspettative. La porta della mia camera scattò alle mie spalle e il silenzio, finalmente, mi avvolse.
Mi voltai verso lo specchio ed espirai, sfiorando con le dita il pizzo delicato della scollatura.
Le luci tremolarono.
Un'ombra si mosse nell'angolo.
Prima che potessi reagire, una mano ruvida e gelida scattò fuori dall'oscurità, tappandomi la bocca. L'urlo mi morì in gola mentre venivo sbattuta contro il muro.
Battei forte la testa. Vidi delle stelle danzarmi davanti agli occhi mentre mi dimenavo, con il panico che mi assaliva... finché non lo sentii.
Il contatto freddo dell'acciaio contro la tempia.
Una pistola.
Poi arrivò la sua voce, bassa e letale.
«Un solo rumore e ti faccio saltare quella bella testolina.»
