4. UN SOCIOPATICO
KADE
Ogni essere umano è destinato a prendere almeno una decisione sbagliata nella vita. Forse più di una.
Baciare Seline Dufort, la promessa sposa del prossimo don, è stata la mia.
Non perché temessi Luca. Ma perché volevo rifarlo.
Così tanto che finii per odiarla un po’ di più, per avermi fatto sentire in quel modo.
Ho molte ragioni per cui ho fatto ciò che ho fatto.
Per uno che ha passato l’intera vita nell’ombra, scappare dalla polizia non è un gran problema.
Ma lei è qui. Mi ha seguito fin qui contro i miei ordini.
Era sotto la mia protezione e, per quanto avessi voglia di ammazzarla, ci si aspettava che la proteggessi.
Sai com’è: regole e via dicendo.
Questa è Ylumia. Il mio regno sono le Isole Bernan.
I Dufort non sono più potenti come una volta.
È entrato in scena un nuovo giocatore, che controlla i porti e i confini della città.
ZALEY.
Non ho ancora avuto la possibilità di affrontarlo di persona per capire se sia davvero tanto fuori di testa quanto dicono.
Io non esco e non mi espongo senza un piano.
Al diavolo.
Tutte queste mi suonano come scuse patetiche persino alle mie orecchie.
Volevo baciarla.
Dominarla sotto la maschera della finzione, offrire alla polizia uno spettacolo e depistarla lontano da me. Da noi.
Ma lei mi ha ricambiato.
E tutti in famiglia pensano che sia una bambolina docile.
Mi ritrassi quel tanto che bastava per incrociare i suoi occhi color nocciola. Mi bruciavano addosso, poi guizzarono oltre la mia spalla.
La sua mano scivolò dietro il mio collo e mi tirò di nuovo a sé.
«Sei proprio una brava attrice» le sussurrai, con il fiato che le sfiorava l’orecchio. «Non la ragazzina timida che tuo nonno ha promesso, eh?»
Un dito sottile si posò sulle mie labbra, zittendomi.
Una torcia si accese di colpo. «Ehi! Voi due che ci fate qui?» abbaiò un poliziotto. «Circolate.»
La sua bocca si incurvò in un sorriso segreto, maligno, appena prima che si afflosciasse contro di me, recitando la parte della ragazza priva di sensi.
«L’hai drogata?» incalzò il poliziotto.
Rimasi nelle ombre, scossi la testa e la sollevai come se ci avessero colti a metà peccato. «Abbiamo scopato contro il—»
Le sue dita mi strinsero la spalla—avvertimento o sfida, non seppi dirlo. Io ghignai lo stesso. «Non ha visto, un minuto fa, che avevo la bocca infilata nella sua gola?»
Il poliziotto indietreggiò, disgustato. «Cristo. Prendetevi una stanza. Fuori.»
Proseguimmo, inghiottiti dalla notte.
Niente stanza. Niente domani.
Ma il mio istinto aveva ragione.
Seline Dufort non è docile. È una piccola tempesta cattiva.
E Luca è spacciato.
«Oh, sei tornato in vita.»
Il saluto di Dante mi arrivò addosso mentre varcavo la porta, con l’odore metallico della polvere da sparo ancora attaccato alla giacca. Era sparito nell’istante in cui erano arrivati gli sbirri, ovviamente.
«Cos’hai sulle labbra. Rossetto? Mi stai dicendo che ti sei svignato per scoparti qualcuno mentre noi—»
Non mi presi nemmeno la briga di guardarlo. Estrassi il revolver dalla fondina, tolsi la sicura e lo puntai nella sua direzione. «Un’altra parola e questo proiettile ti passa da parte a parte il cranio.»
«Dai, sono il tuo migliore amico.»
«Io non ho amici.»
«Appunto. E questo mi rende il tuo migliore amico.»
Mi voltai appena quanto bastava per cogliere il suo ghigno e le mani alzate. Quella vista mi fece prudere il dito sul grilletto.
«Ho una notizia interessante sulla tua nuova dipendenza» disse, con noncuranza.
«Lei non è una cazzo di dipendenza» ringhiai prima ancora di riuscire a fermarmi.
Troppo tardi.
Dante alzò un sopracciglio. «Io non ho detto chi. Quindi… chi sarebbe lei?»
Rimisi l’arma nella fondina, sfilai il secondo revolver dalla caviglia e li posai entrambi sul tavolo con un lieve clac. L’adrenalina stava scemando ormai, lasciando soltanto l’eco della sua bocca sulla mia. La mano mi scivolò alle labbra prima ancora che me ne rendessi conto.
Dante colse il gesto, e il sospetto gli si fece più tagliente. «Non hai baciato chi penso io, vero?» scoppiò in una risata secca. «Ma va’. Non sei così stupido. Lei è off-limits, la fidanzata di tuo cugino. Luca è l’underboss, il prossimo in fila per il trono di Kai.»
Non aveva bisogno che rispondessi; lo sapeva già.
«E le ragazze?» chiesi, la voce piatta.
«I poliziotti che abbiamo a libro paga se ne stanno occupando. Le riporteranno a casa.»
Annuii una volta e, finalmente, lo guardai. «Cos’altro hai tirato fuori per me?»
Dante sogghignò. «È la nipote di Arthur. Non adottiva.» Si limitò a confermare quello che avevo già sospettato.
«Cos’altro?» gli chiesi.
Aprii di scatto il fascicolo che mi lanciò sulla scrivania. Una fotografia mi fissò: una bambina di forse dieci anni, occhi spalancati e un’espressione grave.
«Celia», mormorai.
«Quella è Seline», mi corresse Dante. «Arthur ha una figlia che è scappata di casa quando era adolescente. Seline è nata da lei. Non sono riuscito a risalire ai dettagli di sua madre né a dove sia nata Seline, a parte il fatto che in realtà sono gemelle. Non sappiamo dov’era prima che Arthur la prendesse sotto la sua protezione, né cosa sia successo alla gemella o alla madre. Per mettere le mani su quella foto ci sono voluti tempo, fatica e un rischio del diavolo. Mi aspetto un aumento nel mio—»
Niente di ciò che diceva Dante arrivava fino a me. Le parole rimbalzavano contro le pareti della stanza e morivano. Io vedevo soltanto la fotografia che avevo in mano.
Il nome mi uscì di bocca prima ancora di pensarci. «Celia.»
Mi suonò sbagliato sulla lingua, acido e bruciante. Il ricordo mi piombò addosso—occhi grigi, grandi e innocenti, un sorriso timido, quelle manine piccole e ostinate che un tempo avevano provato a trascinarmi su un albero. Avevo promesso che avrei tenuto al sicuro quella bambina. Avevo fallito.
Delmere mi bruciava nella testa: le urla cucite dentro le fiamme, il modo in cui la terra inghiottiva le persone e sputava fumo. Quella notte tutti erano diventati cenere. Tutti, tranne quelli che se n’erano andati con le proprie gambe. Compresa colei che avevo giurato di proteggere, la prima persona che avesse mai significato qualcosa per me. Doveva essere viva.
Invece non c’era più. Uccisa.
E adesso fissavo la fotografia della ragazza che era sopravvissuta, sorridente come una bambina a un picnic, e quel pensiero mi cadde addosso come ghiaccio.
«Seline vuole bruciare questo posto e scappare in un altro mondo. Ha detto che io là non posso sopravvivere. Nessuno di noi può. Perché noi non siamo coraggiosi come lei.»
La voce ingenua di Celia mi riecheggiò dentro. Allora ci avevo riso sopra. Avrei dovuto ascoltarla.
Così Seline aveva fatto davvero ciò che aveva promesso. Aveva bruciato Delmere. Ne era uscita con la cenere sulle mani e aveva lasciato sua sorella indietro. Aveva lasciato che Celia morisse nel fuoco.
L’aveva uccisa.
La fotografia si accartocciò sotto le mie dita. Il respiro mi si spezzò in gola. L’odio mi montò dentro, nudo e immediato.
Non è soltanto una bugiarda.
Non soltanto una sopravvissuta.
È qualcosa di peggio.
Un mostro calcolatore travestito da bambina.
Una cazzo di sociopatica.
Divertente. Una volta la gente chiamava me così.
Stanotte ho incontrato la mia avversaria, e non ci sarà pietà. Nessun perdono.
Per Celia.
Renderò la vita di Seline un inferno in terra. La distruggerò, pezzo dopo pezzo, lentamente, finché ogni brandello della sua sicurezza, ogni vittoria silenziosa, ogni respiro che farà avrà il sapore della cenere.
Questa non è giustizia. È fame. È vendetta. È mia.
