2. PRIMO TOCCO
KADE
Osservai Seline da lontano, mentre rideva con le cugine fingendo di bere fino a non capirci più niente. Addio al nubilato, lo chiamavano: caos da ubriache, perdita di controllo.
Solo che lei non lo perdeva mai.
Le cugine biascicavano. Le amiche barcollavano. Lei no.
O la sua tolleranza all’alcol era disumana, oppure scambiava i bicchieri quando nessuno guardava.
Non si ubriacava. Faceva solo finta.
Che brava, piccola attrice.
Alla fine le sue amiche se ne andarono tutte, e lei rimase, ad aspettare da sola fuori dal locale.
Dal primo istante in cui la vidi capii che era più di quello che mostrava.
Sta nascondendo qualcosa.
Lo sapevo nel profondo.
I suoi documenti erano puliti. Troppo puliti.
Arthur sosteneva di averla adottata quando aveva dieci anni. E allora perché condivideva con lei circa il venticinque per cento del DNA?
Chi sono i genitori di Seline?
Che cosa nasconde quel vecchio rimbambito?
Non salto a conclusioni senza prove. Ma il mio istinto? Non mi ha mai tradito. E Seline mi mise in allarme su ogni fronte.
Come le innumerevoli operazioni di chirurgia estetica con cui aveva modificato il corpo solo per sembrare… normale, per esempio.
Non ho nulla contro chi preferisce cambiare il proprio aspetto. Il loro corpo. Affari loro, cazzo.
Ma il mondo in cui vivo io è diverso.
Ti metti mascherina e cappellino: stai evitando le telecamere di sorveglianza.
Infili la mano in tasca: stai tirando fuori una pistola.
Hai il coraggio di guardarmi negli occhi: sei un pesce morto.
Seline non faceva niente di tutto questo. Interpretava la parte dell’agnellino innocuo.
Eppure sta per entrare nella mia famiglia, diventare parte del mio clan.
E perfino i tempi sono strani.
Nella famiglia di Arthur Dufort ci sono tre possibili ragazze.
Una di loro è scappata ancora prima che venisse stipulato il patto matrimoniale e, guarda caso, l’unica persona con cui la fuggitiva era rimasta in contatto era Seline. Ho tracciato le chiamate di quest’ultima.
Aria era promessa a Luca e, proprio quando stava per sposarsi, l’hanno beccata mentre faceva un pompino a qualche idiota.
Quali sono le probabilità che Luca finisse nello stesso locale in cui Aria si stava divertendo?
E in qualche modo quel giorno Seline era con Aria, ma non è riuscita a impedire che accadesse il disastro.
Luca la colse in flagrante.
Se fosse stata un’altra donna, sarebbe morta tra le sue mani per l’affronto.
Lei era una Dufort e quindi venne sostituita con un’altra Dufort.
È stata Seline a orchestrare tutto?
Davvero, nella realtà, le ragazze si fanno la guerra per un uomo, soprattutto quando quell’uomo è Luca?
«Desiderare la promessa dell’underboss è una pessima idea. Direi che è voglia di morire.» Dante trascinò le parole mentre scivolava in macchina, il bastardo più irritante che conoscessi.
Sbuffai, come se mi fossi strozzato col niente. «Perché mai dovrei desiderare qualcuno di così… ordinario?»
Eppure gli occhi mi rimasero addosso a lei.
Seline si buttò la borsa su una spalla, scorrendo lo schermo del telefono con un lieve cipiglio. I lunghi capelli scuri le cadevano da un lato. Auricolari col filo. Un dettaglio che quasi nessuno avrebbe notato, ma io sì.
Dante si appoggiò allo schienale, guardando me che guardavo lei. «Non è il tipo che si prende la scena come Aria. Niente spigoli, nessuna bellezza sconvolgente. Però se la guardi abbastanza a lungo, cominci a notare. Il fisico, per esempio. Non è secca. Non è fragile. È solida. Muscoli dove servono. Una morbidezza che nasconde acciaio. Quel punto vita—»
«Sei sicuro che quello che sta sbavando sono io?» lo interruppi, secco. «Quella è la promessa di Luca.»
Ma le sue parole non riuscivano a lasciarmi. Non la parte sulle curve o sulla morbidezza. Il modo in cui si muoveva. Il modo in cui portava il corpo, come qualcuno più forte di quanto sembrasse. Troppo controllata. Troppo definita.
Nasconde qualcosa. E io voglio strapparglielo via, pezzo dopo pezzo.
«Sono un uomo, noto le cose», scrollò le spalle Dante. «Comunque, puoi andare a prenderla, ormai? Già è abbastanza che Luca abbia mandato te a recuperare la sua sposa davanti ai capi. Ti sta sminuendo.»
Sorrisi di traverso. Ci provasse pure. Ma la verità non cambiava: senza di me, crollerebbe. Brilla nella luce solo perché io governo il buio. Io sono l’ombra, il fantasma di Bernan. Senza oscurità non esiste luce.
E Seline?
Lei non è luce, comunque. Non è innocente. È frantumata, seghettata in modi che nessun altro vede. Io lo vedo nei suoi occhi, nei suoi sorrisi piccoli e morbidi che non ci arrivano mai.
È rotta.
E le cose rotte… mi chiamano più forte di qualsiasi cosa intera avrebbe mai potuto.
Come se potesse sentire i miei pensieri, Seline sollevò lo sguardo dal telefono e si voltò verso di me. I suoi occhi, nocciola e taglienti, agganciarono i miei attraverso il vetro.
Con un gesto distratto si sfilò un auricolare con il filo.
Non sembravano più gli stessi di prima.
I suoi occhi parevano… diversi. Più intriganti.
Dante scese dall’auto per salutarla, sempre quel bastardo compiaciuto. Lei gli regalò un sorriso educato e, passo lento dopo passo lento, si avvicinò a noi.
Quando arrivò alla macchina, un attimo prima di superare la prima portiera, lasciai che la mia voce tagliasse l’aria.
«Sono io il tuo autista?»
Si fermò. Chiuse gli occhi per un battito, per darsi un contegno, poi li riaprì. Quindi aprì la portiera del passeggero, quella accanto a me, e si infilò dentro senza una parola.
La portiera si chiuse con un tonfo secco, definitivo.
Mi voltai, lo sguardo affilato e in attesa.
Lei lo incassò. Lo tenne. Lo pareggiò.
Nessun sussulto. Nessuna ritirata.
Le mie labbra si incurvarono, lente e pericolose.
«Bene», pensai, «la storia la ricorderà come l’unica persona viva che abbia mai osato ricambiarmi con uno sguardo del genere».
E sopravvivere.
Per ora.
L’abito nero che indossava le aderiva addosso come se glielo avessero cucito direttamente sulla pelle. Non aveva un cappotto. Nemmeno uno scialle. Solo braccia nude e pelle pallida che non aveva alcun diritto di sfidare il freddo della notte.
Le dita, appoggiate in grembo, tremavano. Non in modo plateale: appena un fremito, come un segreto che non voleva farsi notare. Da nessuno. Tranne che da me.
Mi appoggiai allo schienale, gli occhi che le scorrevano addosso lenti, deliberati, finché non la sentii irrigidirsi. Odia il mio esame, ma sapevo che lo avvertiva. Avvertiva me.
Il telefono le vibrò in mano. Lo ignorò, protendendosi invece in avanti verso la console, come se avesse il diritto di decidere che musica si ascoltasse nella mia auto.
Le afferrai il polso prima che potesse toccarla.
È calda. Troppo calda.
Il respiro le si spezzò. Si girò verso di me, gli occhi che lanciavano un avvertimento che non osava pronunciare.
Prima che uno di noi potesse parlare o fare un cenno, il rombo basso di un motore in avvicinamento tagliò la notte. I fari esplosero nello specchietto retrovisore: un’auto che si accostava alla nostra.
Cambiai marcia con la stessa mano che le teneva il polso. Il movimento la trascinò più vicino, le nocche che sfioravano il bordo della leva.
Il suo polso martellò contro il mio palmo. Lo sentii. Regolare, all’inizio, poi più veloce.
Non la lasciai. E nemmeno lei lasciò me.
Per un secondo senza fiato, fu impossibile capire se stessi guidando io l’auto o se fosse il calore silenzioso fra le nostre mani a guidare me.
