PROLOGO
SELINE
Fissai lo sguardo su Satan, dritto in piedi all’estremità opposta della navata, la sua figura incorniciata dall’attesa trattenuta della folla. Attraverso la foschia leggera del velo rosa pallido, colsi il fuoco nei suoi occhi color miele. Non si abbassarono oltre il mio collo: affilati, inflessibili, inchiodati su di me come se fossi insieme una maledizione e una sfida. Anche da quei sei metri che ci separavano, vidi il fremito della sua mascella, il modo in cui stringeva i pugni lungo i fianchi.
Sorrisi di sbieco.
Non vedevo l’ora di sposarlo, solo per poterlo distruggere.
Prima che mio zio Cillian potesse accompagnarmi avanti, feci deliberatamente un passo da sola. La sala esplose in un coro di esultanza, scambiando la mia sfida per impazienza di diventare la sposa di Satan. Oh, sì. Ero impaziente. Perché in che altro modo avrei potuto trasformargli la vita in un inferno, se non da moglie?
Nessuno, in quella stanza, mise in discussione la stranezza di una sposa avvolta nel rosa pallido invece che nel bianco. A nessuno importava.
Tranne a lui.
E mi bastava.
Il mio futuro marito, Kade Marcellous, l’esattore del clan Marcellous e don in pectore, detestava il rosa. Lo odiava come se fosse stato il colore stesso a fargli un torto. Ed è per questo che, quando legherò la sua vita alla mia, lo farò avvolta nel rosa.
Le parole del prete mi scivolarono addosso, vuote, come il ronzio di una canzone che non avevo mai avuto intenzione di imparare. I miei occhi rimasero serrati su quelli di Satan, e il mio sorriso non vacillò.
Quando arrivò il momento, fu lui a rispondere per primo.
«Lo voglio», disse, con una voce liscia come seta eppure intrisa di veleno, come se quelle due parole fossero una condanna a morte.
La folla sospirò, incantata. Sciocchi.
Poi toccò a me.
Annuii, un po’ troppo pronta per una che detesta lo sposo e questo matrimonio.
Un applauso fragoroso attraversò la cappella, facendo tremare rose e nastri.
E poi venne il bacio.
Si chinò più vicino; il suo respiro sfiorò le mie labbra, e il suo sguardo era fuso d’odio travestito da passione. Gli invitati si sporgevano, affamati di fiaba. Invece il suo sussurro scivolò tra noi, affilato come una lama.
«Giuro di renderti la vita un inferno. Di odiarti fino all’ultimo respiro.»
Lasciai che le labbra mi si incurvassero lentamente, assaporando quell’amarezza. Invece di rispondergli a voce, alzai le mani tra noi, delicata e precisa. Le dita si mossero nel linguaggio fluido del silenzio, uno che solo io intendevo fargli capire:
Giuro di ricambiarti. Di odiarti altrettanto. Di non lasciarti respirare senza che io venga a perseguitare quel respiro.
Il pubblico trattenne il fiato, rapito. Credettero fosse una tenera, segreta dichiarazione d’amore. Un poema privato di devozione, condiviso solo tra sposa e sposo.
E quando finalmente le nostre labbra si toccarono, esplosero in un boato di gioia, ciechi davanti alla guerra che era appena stata dichiarata in rosa.
Avvertenza sui contenuti
Questa storia contiene riferimenti a:
Abusi sui minori
Sperimentazione umana
Abusi fisici sulla protagonista
Questi elementi sono presenti, ma non descritti in modo esplicito. Non è una storia incentrata su una relazione abusante o su una sofferenza senza fine. Pur affrontando temi cupi, la narrazione esplora la resilienza, legami distorti e lotte di potere, più che tormento fine a sé stesso.
Si consiglia discrezione nella lettura.
