Capitolo 8 Una famiglia di tre persone che vive bene
Michael mi lanciò un’occhiata senza espressione, continuando a mangiare il suo pasto vegetariano, e fece smettere la guardia del corpo di buttare via il mio cibo.
Alice e Isabella, di malavoglia, si misero a mangiare vegetariano con Michael, ma continuavano a gettare occhiate furtive al mio piatto.
A dire il vero, era il pasto più appagante che avessi fatto da anni.
Quando fui sazia, mi era rimasta ancora un po’ di pizza.
Isabella fissava la mia pizza, le labbra premute l’una contro l’altra. Le sue intenzioni erano fin troppo chiare.
Isabella era innocente, sì, ma se avesse mangiato qualcosa comprato da me e le fosse venuta diarrea o avesse vomitato, e Michael mi avesse appiccicato un’altra accusa, dicendo che avevo cercato di far del male a sua figlia?
Così, sotto lo sguardo pieno di aspettativa di Isabella, chiamai Echo e le dissi: «Prendi questa e portala ai cani randagi del quartiere.»
Non appena lo dissi, la luce negli occhi di Isabella si spense.
Non so se fosse solo una mia impressione, ma persino Alice parve un po’ delusa.
Dopotutto, con i media e i paparazzi che ultimamente la pedinavano e scrivevano di lei ovunque, Alice non osava lasciare la villa.
Questo significava che doveva continuare a mangiare vegetariano con Michael. Possibile che sia Isabella sia Alice avessero messo gli occhi sulla pizza che mi era avanzata?
Quella consapevolezza per poco non mi fece ridere ad alta voce.
Presi un tovagliolo e mi pulii lentamente la bocca.
Alzandomi da tavola, diedi un’occhiata a quel tavolo pieno di piatti vegetariani e dissi ad Alice: «Da ora in poi questi giorni meravigliosi sono tutti tuoi. Vivi bene, va bene?»
Se però avessi saputo che conseguenze mi avrebbe portato quell’incidentino a pranzo, non l’avrei mai fatto.
Nel pomeriggio andai in ospedale a trovare Aurora.
Da quando Aurora era caduta in coma per un incidente d’auto quando avevo cinque anni, riceveva cure lì.
Se ne stava ancora distesa in pace sul letto d’ospedale. Il medico ripeteva sempre la stessa cosa: non c’era molta speranza che Aurora si svegliasse.
Che riuscisse a mantenere i segni vitali in quel modo era già una benedizione.
Eppure, io mi sedetti accanto al letto e parlai con Aurora di molte cose: del mio matrimonio con Michael, e di come fingessi d’essere spensierata quando, in realtà, ero confusa e spaventata per il futuro.
Sul far della sera ricevetti una chiamata da Echo. «Mrs. Johnson, è successo qualcosa. Deve tornare subito!»
Dal tono pareva che stesse crollando il cielo. Quando le chiesi che cosa fosse accaduto, balbettò, senza osare dirlo apertamente.
Una sensazione cattiva mi spinse ad afferrare la borsa e correre alla Johnson Villa.
Appena entrai in casa, sentii Echo e Alice che litigavano.
Echo disse: «Posa l’aspirapolvere e aspetta che torni Mrs. Johnson a occuparsene. Hai passato il limite!»
«Non vedi che il pavimento è sporco? Come facciamo a non pulirlo?»
Nel tono di Alice c’era una minaccia detta con noncuranza. «Sei proprio leale a Evelyn, ma non dimenticarti chi ti paga lo stipendio. Se Michael torna a casa e vede tutto questo schifo per terra, sarà contento?»
Mi precipitai in salotto.
Sparsi sul pavimento di legno c’erano granelli grigio-biancastri, come una neve fuori stagione.
L’urna che custodiva l’ultimo calore di mia figlia giaceva rovesciata a terra; il coperchio era spaccato da una fenditura terribile, come se mia figlia stesse piangendo in silenzio.
Fuori dalla finestra, la notte saliva, inghiottendo del tutto l’ultima traccia di luce.
Il mio corpo, rigido, avanzò passo dopo passo. Mi accovacciai e, con la punta delle dita, sfiorai piano quel disordine sul pavimento.
Quelle particelle minuscole parevano trattenere un calore bruciante. Mi ustionarono così tanto che ritrassi di scatto la mano, come se mia figlia mi stesse chiedendo, in un dolore che strappava il cuore, perché non l’avessi protetta. Come se mi stesse dicendo che faceva male.
In quell’istante, la voce di Alice mi risuonò nell’orecchio. «Mi dispiace, Ms. Thomas. Isabella ti ha visto mangiare cose buone a pranzo e ha pensato che avessi nascosto tutto il cibo migliore in camera tua. Così oggi pomeriggio, mentre non stavo guardando, è andata nella tua stanza, ha creduto che in questa scatola ci fosse del cibo e l’ha portata fuori. Chi poteva immaginare che sarebbe inciampata appena arrivata in soggiorno e poi…»
Un attimo dopo mi alzai, la afferrai per il colletto e le schiaffeggiai la faccia, ancora e ancora.
Alice urlò e si divincolò d’istinto. «Evelyn, lasciami! Se Michael lo scopre, non te la farà passare!»
Ma sottovalutava quanta forza possa avere una madre disperata.
Volevo ucciderla.
Nel caos sentii la voce di Michael.
«Evelyn, che cosa stai facendo? Smettila!»
Alice gridò come se avesse davanti il suo salvatore. «Michael, vieni a salvarmi!»
Ma, inaspettatamente, proprio mentre Michael stava per tirarmi via, Echo gli sbarrò la strada.
Probabilmente temeva che Alice avrebbe distorto la verità e poi si sarebbe lamentata, temeva che a rimetterci sarei stata io.
Così Echo fermò Michael con la forza.
Quando Michael, seguendo lo sguardo di Echo, vide la cenere sparsa dappertutto sul pavimento, rimase chiaramente sconvolto anche lui. «Michael, salvami, salvami!»
Alice strillò di nuovo, riuscendo infine a riportarlo in sé.
Ma quelle urla fecero accorrere anche Isabella.
Quando Isabella mi vide mentre tenevo Alice schiacciata contro il muro e la schiaffeggiavo come impazzita, corse subito verso di noi. «Brutta donna, lascia la mia mamma! Brutta donna!»
Piangeva ripetendo quella frase, strattonandomi disperatamente i vestiti.
Avevo già perso ogni lucidità. Non ebbi pietà nemmeno di Isabella, la vera colpevole: la spinsi via e continuai a colpire Alice.
Anche se la faccia di Alice era ormai gonfia in modo terribile e aveva la bocca piena di sangue, non bastava a placare l’odio che avevo nel cuore.
Isabella, che avevo appena spintonato, era caduta a terra e si mise subito a piangere.
Proprio allora una forza poderosa mi fece voltare.
Un attimo dopo, uno schiaffo secco mi esplose sulla guancia.
L’aria nella stanza si immobilizzò all’improvviso, in un silenzio così denso che si sentiva perfino il respiro.
Fissai, sconvolta, l’uomo davanti a me, il volto cupo: l’uomo che avevo amato dai cinque ai venticinque anni.
Michael mi aveva colpita per Alice e Isabella.
Perché, qualunque cosa facessero loro, alla fine quella punita ero sempre io?
«Evelyn…»
Michael parve scioccato anche lui da ciò che aveva appena fatto. La sua voce si ammorbidì un poco mentre avanzava per sfiorarmi.
«Scusa, io… volevo solo che ti calmassi.»
Arretrai di qualche passo, guardandolo in silenzio, e chiesi ancora e ancora: «Perché? Perché dovevi distruggere anche questa piccola consolazione che mi restava? Ridammi mia figlia! Falle ridare mia figlia!»
Urlai contro Michael, smarrito, lasciando uscire il guaito di un animale in trappola.
Poi, come se mi ricordassi all’improvviso di qualcosa, barcollai fino alla scatola, mi inginocchiai a terra e cercai di rimettere dentro la cenere.
Ma non riuscivo a raccoglierne neppure un granello. Avevo perso mia figlia, del tutto.
Le lacrime mi caddero sulla cenere sul pavimento, macchiando quelle particelle minuscole di cicatrici scure, trasformandosi in una ferita nel cuore che non si sarebbe mai rimarginata.
Intanto Michael teneva Isabella tra le braccia e controllava se si fosse fatta male cadendo.
E mia figlia, invece?
