Capitolo 7 Vegetarismo
Non appena finii di parlare, vidi chiaramente il viso di Alice irrigidirsi. Avevo davvero intenzione di indagare a fondo lunedì e stanare la talpa.
Invece, con mia sorpresa, il giorno dopo ricevetti una telefonata dall’alta dirigenza dell’azienda: «Evelyn, per via di quella fuga di notizie i nostri investitori si sono tirati indietro. Non riusciamo nemmeno più a pagare gli stipendi. Mi dispiace davvero, ma oggi non serve che tu venga al lavoro».
Rimasi lì, col telefono in mano, a lungo, stordita.
Ripensandoci, anni prima avevo accettato la proposta di Michael subito dopo la laurea, e poco dopo ero rimasta incinta.
Fui rifiutata dall’emittente per cui avrei potuto lavorare. Allora Michael mi strinse con aria partecipe: «Evelyn, non essere triste. Che ne dici se ci investo io? Così nessuno oserebbe rifiutare la nostra Evelyn».
Non accettai. Non volevo ottenere un lavoro grazie a Michael.
Così finii invece in quel mondo caotico dei media di intrattenimento. Per tre anni fui tra i migliori, finché non diventai caporedattrice. E adesso venivo licenziata per questo.
L’uomo che un tempo avrebbe potuto spendere soldi per procurarmi il lavoro dei miei sogni era lo stesso che adesso me lo faceva perdere.
Che si ami o che non si ami, a sorpresa, si vede benissimo.
Il cuore di una persona può cambiare fino a diventare irriconoscibile.
Uscii in fretta dalla stanza e andai alla cappella.
In quel momento Michael stava pregando: le sue lunghe gambe dritte in ginocchio su un cuscino fatto su misura, gli occhi chiusi.
Una volta amavo quell’aspetto freddo e trattenuto, quasi ultraterreno, così nobile.
Pur dovendo sottostare a tante regole severe per via della sua fede, non mi ero mai lamentata.
Mi avvicinai e dissi: «Con che diritto ti intrometti nel mio lavoro?»
La preghiera di Michael si spezzò. Aggrottò appena la fronte.
«Quel tipo di lavoro vergognoso… stai meglio senza. Se ti servono soldi, te li do io.»
Vergognoso?
Avevo lavorato giorno e notte a scrivere articoli, mi ero fatta in quattro ovunque per farmi strada: tutto ciò che avevo me l’ero guadagnato con le mie forze. Con che diritto liquidava anni di fatica con una sola frase?
Strinsi i pugni. «Faresti meglio ad andare fino in fondo e scoprire da dove viene quella fuga di notizie! Io non mi prendo la colpa di questa storia!»
Michael abbassò lo sguardo. «Alice non intende più portarla avanti. È meglio che ti fermi finché sei in tempo.»
Mi opposi: «È che non intende portarla avanti, o è che non osa? Che c’è, hai paura che venga fuori che è stato tutto un suo piano? Michael, il desiderio ti è salito alla testa?»
Michael corrugò la fronte. «Evelyn, ricordati dove ti trovi!»
Proprio allora comparve di nuovo Alice, onnipresente.
Prima porse a Michael un caffè appena fatto, poi si rivolse a me: «Ms. Thomas, Michael non vuole che lei faccia questo lavoro perché vuole che abbia un po’ di dignità. Anche se non è molto che sono nell’industria dell’intrattenimento, ho visto spesso paparazzi rincorsi e picchiati come topi per strada.»
Quel tono dall’alto in basso faceva sembrare che io non fossi nemmeno della loro stessa categoria.
Ribattei secca: «E tu, invece, hai mai visto amanti a cui strappano i capelli e gonfiano la faccia di botte? Tu riesci a fare l’amante con tanta dignità, e io guadagno con le mie capacità: che cosa ci sarebbe di indegno?»
Alice impallidì; le lacrime le salirono agli occhi all’istante e scoppiò a piangere.
In quel momento, da fuori arrivò la voce ansiosa di Isabella: «Mamma, mamma, dove sei? Isabella si è svegliata e non trova la mamma!»
Alice uscì subito, e anche Michael si alzò in fretta, mostrando una rara ombra d’ansia.
Li guardai andare via in silenzio. Poi mi voltai, tornai in camera e aprii immediatamente sul telefono le app per la ricerca di lavoro, iniziando a inviare curriculum.
Essere la moglie di Michael era meno interessante di quel “lavoro vergognoso” di cui parlava lui.
Dopo aver spedito una ventina, forse una trentina di curriculum, ordinai a domicilio i miei vecchi amori: bistecca, pizza e foie gras scottato in padella.
Tre anni. Non avevo più sfiorato quelle cose per tre anni interi.
Eppure avevo un’anemia da carenza di ferro fin dall’infanzia. Il medico diceva che, oltre ai farmaci, i migliori erano gli integratori alimentari.
Così mi consigliarono di mangiare cibi ricchi di ferro: manzo, sangue d’anatra, fegato di pollo e via dicendo.
Per rispettare le regole di Michael, la mia anemia era peggiorata a tal punto che svenivo anche solo alzandomi in piedi. Michael si limitava a far sì che il medico mi attaccasse una flebo, senza mai tradire il suo principio vegetariano.
E alla fine, che cosa ci avevo guadagnato?
Proprio mentre arrivava la consegna, alla villa era pronto anche il pranzo.
Il cuoco vegetariano che Michael aveva assunto a peso d’oro aveva già iniziato, e fu lui stesso a portare i piatti in tavola, illustrando il pasto che aveva preparato con cura per tutta la mattina.
Vedendomi rientrare, Michael disse al cuoco: «Molto professionale. D’ora in poi conterò su di lei.»
Lo stava… dicendo apposta perché io lo sentissi?
A pranzo, la disposizione dei posti era identica a quella della cena di ieri sera.
Alice e Isabella sedevano ai lati di Michael, proclamando in silenzio che io ero un’estranea.
Ma stavolta non mi sistemai accanto a Isabella solo per riuscire a raccattare qualcosa da mangiare, come ieri. Con calma, presi il mio sacchetto d’asporto e mi sedetti all’estremità opposta del tavolo.
Per quanto il cibo in tavola fosse sontuoso, l’appetito mi era svanito del tutto.
Alice mi fissava con uno sguardo di sfida: il messaggio era chiaro, mi aveva già cacciata fuori.
Davanti a tutti, aprii lentamente le confezioni. Il profumo della bistecca, del foie gras e della pizza riempì l’aria all’istante.
Il tavolo era colmo di piatti che lo chef aveva preparato con attenzione per ore, ma di fronte a quel cibo, quelle portate vegetariane impallidirono in un attimo.
Con della carne così lì davanti, chi mai avrebbe voluto restare vegetariano per sempre?
Alice e Isabella, che da due giorni mangiavano vegetariano con Michael, spalancarono gli occhi.
Vidi Alice deglutire, e Isabella quasi sbavava.
Solo Michael domandò gelido: «Chi ti ha dato il permesso di portare questa roba in casa?»
Risi con sarcasmo e ribattei: «Questa villa è stata comprata dopo il matrimonio, quindi è un bene coniugale, giusto? Dal momento che metà è mia, perché non potrei mangiare quello che voglio a casa mia!»
Poi andai al mobile del vino, presi una bottiglia di rosso carissima che lui aveva acquistato all’asta l’anno scorso e me ne versai un bicchiere.
Sotto lo sguardo assassino di Michael, mi sedetti e tagliai la bistecca con coltello e forchetta, con tutta l’eleganza del caso.
Un boccone di carne, poi un sorso di vino rosso.
Era squisito.
Senza quel matrimonio, all’improvviso sembrava che avessi ripreso tutto.
Ma Michael non era certo uno che la lasciava passare. Non era mai stato il tipo che si fa provocare.
Ordinò alla guardia del corpo: «Buttate via tutta questa roba.»
Però, non appena lo disse, Isabella gli afferrò la manica, con un’aria miserabile: «Papà, io… io voglio mangiare anche la bistecca…»
Isabella deglutì più volte, sbattendo i grandi occhi: «Perché non possiamo mangiare la carne?»
Michael rimase spiazzato e per un bel po’ non riuscì a trovare una risposta.
Fu Alice, nel tentativo di ingraziarselo, a intervenire in fretta: «Isabella, papà lo fa per il nostro bene. Mangiare vegetariano fa bene alla salute. Quelli che mangiano carne tutto il tempo si beccano un sacco di malattie.»
Continuai a godermi il mio pranzo delizioso, annuendo. «Allora lasciate che soffra io, e voi godetevi la salute.»
Poi, vedendo l’espressione cupa di Michael, dissi con un mezzo sorriso: «Non dirmi che ti viene voglia anche a te, a guardarmi mangiare. Così ansioso di buttare via il mio cibo… che c’è, Mr. Johnson ha paura di non saper controllare la voglia di carne?»
