L’Amore Perduto del CEO

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Capitolo 2: Padrona

«Mi dispiace, la bambina gli si è aggrappata addosso e non lo lascia. In questo momento non può. Se hai qualcosa da dirgli, puoi dirlo a me e glielo riferirò.»

Continuava a parlare con quella voce gentile, morbida.

Non appena ebbe finito, dal telefono arrivò la vocina di una bambina: «Papà, domani mattina quando mi sveglio ti potrò ancora vedere? Papà sparisce sempre senza motivo.»

Michael la blandì con dolcezza: «Certo. Papà te lo promette: domani mattina sarà qui.»

Il cuore mi si strinse. Da quanto tempo non lo sentivo parlare con quel tono?

«Ms. Thomas? C’è altro? Se no, dobbiamo riposare.»

Le parole di Alice, in apparenza educate, erano intrise di spine.

Dissi: «Sì, c’è altro. Digli di tornare a firmare l’accordo di divorzio!»

Dall’altra parte calò all’improvviso il silenzio, non capii se per lo shock o per un’eccitazione troppo grande per riuscire a parlare.

Dopotutto, solo divorziando da lui lei avrebbe potuto diventare la moglie di Michael.

Riattaccai e rimasi seduta sul divano, ad aspettare in silenzio che Michael tornasse.

Eppure lo aspettai tutta la notte, ma Michael non venne. Al suo posto arrivò la sua assistente, Ella Garcia.

Dal momento in cui Ella varcò la soglia, vidi subito l’ostilità nei miei confronti.

Era l’assistente di Michael da tre anni, e avevo sempre avuto la vaga sensazione che ciò che provava per lui non fosse affatto professionale.

Guardandomi, sfinita per la notte in bianco, parve persino compiaciuta e disse con arroganza: «Mr. Johnson ti mantiene da quasi quattro anni. Adesso che Ms. Baker sta per diventare la moglie di Mr. Johnson, ti sentirai parecchio male, vero?»

Mi mantiene?

Il fatto che io e Michael fossimo sposati in segreto era stato davvero tenuto sotto silenzio.

Ricordo che quattro anni prima tutti gli anziani della famiglia Johnson si erano opposti con ferocia al mio matrimonio con Michael, per via della mia condizione sociale troppo bassa.

Alla fine cedetti io: accettai di firmare il certificato di matrimonio senza celebrare alcuna cerimonia.

A parte le persone più vicine a noi, nessuno sapeva che eravamo sposati.

All’epoca Michael si era dispiaciuto per me. Mi accarezzò i capelli dicendo che mi aveva fatto un torto; mi promise con sincerità che, una volta ottenuti i diritti di successione del Johnson Group, mi avrebbe fatto un matrimonio in grande.

Ma la verità è che Michael quei diritti li aveva ottenuti già da tempo, eppure il matrimonio che mi aveva promesso non arrivò mai.

Tanto che adesso perfino la sua assistente crede ancora che io sia soltanto una donna che lui mantiene.

Mi disse, sempre con quell’aria altezzosa: «Mr. Johnson mi ha chiesto di indagare sulla fuga di notizie di ieri. Ho scoperto che lo scandalo su Ms. Baker è partito dalla tua azienda. Da caporedattrice di spettacolo, non puoi non saperlo, giusto?»

Quando si vuole trovare un pretesto, va bene qualunque cosa.

Lui mi aveva tradita senza nemmeno una spiegazione, eppure veniva a dare la colpa a me per primo.

Dissi, senza espressione: «Non sono stata io.»

Ella sbuffò piano. «Le prove sono lì, davanti a noi. Dovresti ammetterlo e separarti da Mr. Johnson senza fare storie. Non aspettare di essere cacciata come un cane: sarebbe umiliante!»

Non appena ebbe finito di parlare, mi alzai di scatto e le mollai uno schiaffo in pieno viso.

Ella rimase impietrita, una mano sulla guancia, e mi fissò come se non credesse ai suoi occhi.

Le scagliai davanti il «contratto di divorzio» e mi voltai: «Come io e il suo Mr. Johnson gestiamo le cose non sta a lei venire qui a dare ordini! Fuori!»

Quando Ella vide il contratto di divorzio, le pupille le tremarono per lo shock.

«Lei è sposata con Mr. Johnson?»

Ma, pensando che Michael e Alice ormai stessero già insieme, serrò i denti e si forzò a sfoggiare un sorriso gelido. «Mr. Johnson mi ha detto di occuparmi io di questa faccenda, fino in fondo. Se non ammette di aver fatto trapelare l’informazione, allora deve inginocchiarsi nella cappella e riflettere. Quando avrà recuperato il senno, si rialzerà. Dopotutto, Ms. Baker sta ancora piangendo!»

Per poco non mi veniva da ridere, a sentirla.

Lui tradisce?

E io dovrei riflettere?

«Può anche non andare.» La voce di Ella si fece più bassa, più tagliente. «Però non dimentichi che il sistema di supporto vitale che tiene in vita sua madre in stato vegetativo è stato sviluppato dal Johnson Group e non sarà in commercio prima di un mese. In questo momento Mr. Johnson può far spegnere l’apparecchiatura quando vuole. Sua madre può anche mettersi ad aspettare di morire!»

Michael era persino più spietato di quanto avessi immaginato.

Sapeva benissimo che mia madre era l’unica parente di sangue che mi fosse rimasta al mondo.

Alla fine piegai comunque le ginocchia e mi inginocchiai su quel pavimento gelido.

Nella cappella l’odore era lieve, eppure mi entrava dappertutto: come il profumo di Michael, che mi avvolgeva senza lasciarmi scampo.

Non ero mai stata così lucida: dovevo divorziare da Michael.

La governante, Echo, vedendo la scena mi si avvicinò in preda all’ansia e supplicò per me: «Ella, Mrs. Johnson non può stare in ginocchio così! Le ginocchia non stanno bene; così non va proprio.»

Tre anni prima, dopo la morte del mio bambino, Michael mi aveva dedicato solo qualche parola di conforto tiepida, poi era ripartito per l’ennesimo viaggio di lavoro dall’altra parte del mondo, dicendo che era per affari.

Ma quello che non sapeva era che, in innumerevoli notti insonni, io mi inginocchiavo nella cappella a pregare: per favore, ridatemi il mio bambino.

Invece di riposarmi e riprendermi come avrei dovuto, ogni giorno mi inginocchiavo in cappella senza mangiare né bere, fino a lasciarmi dietro conseguenze che non mi avrebbero più abbandonata.

Durante quel periodo di piogge continue mi diagnosticarono l’artrite reumatoide.

Perfino il medico si stupì che una persona così giovane potesse ammalarsi in quel modo.

Disse anche che era una condizione irreversibile e che, nei giorni di pioggia, potevo solo tenere a bada il dolore con i farmaci.

Anche Echo lo sapeva. Michael no.

Quando la sua supplica non ottenne niente da Ella, Echo non riuscì più a trattenersi e mi disse: «Sto chiamando subito Mr. Johnson!»

Sopportai il dolore acuto che mi trapassava le ginocchia e, a denti stretti, mormorai: «Echo, non chiamare Michael.»

Non gliene avevo mai parlato prima perché avevo paura che soffrisse per me.

Ma adesso non ce n’era più bisogno.

Perché Michael non avrebbe sofferto per me. Neanche un po’.

Echo, però, non mi diede ascolto e insistette nel chiamarlo.

Quella volta non rispose Michael, ma la voce infantile di una bambina: «Chi sei? Il mio papà sta comprando i vestiti con la mia mamma, adesso!»

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