Capitolo 4 CAPITOLO QUATTRO
PUNTO DI VISTA DI EMILY
Gemendo, mi leccai le labbra screpolate e sbattei le palpebre mentre aprivo lentamente gli occhi. La prima cosa che notai fu la flebo collegata alla mano destra; la sollevai, schermandomi gli occhi dalla luce intensa che entrava dalla finestra aperta.
La seconda cosa fu la stanza d’ospedale in cui mi trovavo, che non riconoscevo. Piano mi tirai su a sedere, appoggiando la schiena alla testiera del letto. Indossavo un camice da ospedale, con delle bende attorno alla pancia e alle gambe.
Mi esaminai il corpo, sorpresa nel vedere che la maggior parte delle ferite dei morsi si era completamente rimarginata. Aggrottai la fronte, tossendo piano per quanto mi si sentiva secca la gola. Per fortuna, chiunque mi avesse portata lì aveva lasciato una caraffa d’acqua sul comodino.
Presi la caraffa e bevvi avidamente, senza preoccuparmi di usare il bicchiere appoggiato accanto.
L’ultima cosa che ricordavo era la caduta da quella scogliera, e Roman che si tuffava dietro di me. Sgranai gli occhi al pensiero di Roman, chiedendomi se ce l’avesse fatta anche lui.
Il cigolio della porta che si apriva mi fece voltare la testa. Entrò una donna alta, bionda; si stava infilando un camice sopra il vestito, con i capelli tirati indietro e qualche ricciolo a incorniciarle il viso bellissimo. Si fermò, e i suoi occhi verde tenue si spalancarono vedendomi bere in modo scomposto direttamente dalla caraffa.
Rimisi lentamente la caraffa al suo posto, imbarazzata di essere stata colta in quella situazione.
Lei si avvicinò, sorridendo mentre controllava la flebo.
«Come ti senti, Emily?» mi chiese, regolando il letto perché stessi seduta più dritta e comoda.
«Mi sento meglio», gracchiai, schiarendomi la gola, mentre mi chiedevo come facesse a sapere il mio nome.
Come se mi avesse letto nel pensiero, sorrise. «Il tuo compagno Roman continuava a chiamarti Emily e si è rifiutato di lasciarti; ho dovuto sedarlo.»
Arrossii. «Non è il mio compagno», dissi. «È solo un ottimo amico. Dov’è, per favore? Sta bene?»
«Mi dispiace, cara. Per come ti stava addosso, tutti hanno dato per scontato che fosse il tuo compagno.»
Sorrisi; riuscivo a immaginare la scena.
«Comunque, mi chiamo Sheila Clark e sono il medico del branco di Red Moon.»
Sgranai gli occhi. Il branco di Red Moon si trovava dall’altra parte del nostro territorio. Come avevamo fatto a finire qui? Anzi, Stefan stava cercando di stringere alleanze con loro, visto che erano uno dei branchi più forti del mondo.
«Emily!!!» Mi voltai verso la voce che mi chiamava, e un sorriso enorme mi si aprì sul viso alla vista di Roman.
Si precipitò da me e mi strinse in un abbraccio.
«Grazie, Dea della Luna», lodò, serrando ancora di più la presa. Alzai gli occhi al cielo, ma lo abbracciai a mia volta, felice che fossimo entrambi ancora vivi.
«Basta così, Roman. Lascia respirare la paziente», disse Sheila, ridacchiando.
«Scusa, scusa… stai bene?» chiese, mortificato.
«Sto bene», risposi, sorridendogli.
Sheila, dopo essersi assicurata che fosse tutto a posto, ci lasciò soli.
«Da quanto tempo sono incosciente?» chiesi a Roman, mentre si sedeva sulla sedia vicino a me.
«Tre mesi», rispose, sospirando piano, mentre si passava una mano tra i capelli.
Lo osservai meglio, notando quanto sembrasse stremato. I suoi occhi, un tempo così vivi, ora erano spenti; i capelli scuri erano più lunghi, gli arrivavano alle spalle. I muscoli si erano irrobustiti, e la maglietta che indossava gli aderiva addosso; la pelle, invece, era completamente guarita da ogni ferita che si era procurato durante lo scontro.
Distolsi lo sguardo. Accidenti… tre mesi, mormorai, lasciando vagare gli occhi per la stanza mentre la mente correva.
«Come siamo arrivati al branco di Red Moon?» gli chiesi.
«Non lo so, Emily» disse lui. «Mi sono risvegliato qui anch’io.»
Poi Roman mi spiegò com’era stato trovato alla grotta dell’acqua, vicino al confine del branco di Red Moon. Il branco l’aveva accolto e curato le ferite. Ci erano volute due settimane perché si riprendesse, prima di aprire finalmente gli occhi. Appena sveglio aveva chiesto subito di me; purtroppo non sapevano nulla, perché lui era stato l’unico a essere stato trovato.
Mi cercò per un po’, con l’aiuto del branco. Stava quasi per arrendersi quando, un giorno, alcuni cuccioli più giovani che giocavano alla grotta dell’acqua scoprirono il mio corpo lì e corsero al branco per avvisarli.
Quando mi trovarono sembravo morta; anche lui aveva pensato che lo fossi. Il mio corpo era gelido, quasi congelato; le ferite erano gravemente infette e gonfie, e le gambe erano messe peggio di tutto. La dottoressa del branco, Sheila, non aveva mollato, e si era fatta una missione personale quella di assicurarsi che io ce la facessi. Ero rimasta in coma per tre mesi, mentre tutti credevano che non sarei sopravvissuta.
Eppure, davvero, era stato un miracolo se ci ero riuscita.
Tirai su col naso, asciugandomi le lacrime che mi scendevano sulle guance. Ultimamente c’era così tanto per cui piangere: da quando eravamo stati banditi era andato tutto a rotoli. Se non fosse stato per Roman, mi chiesi se sarei arrivata fin lì.
«Roman, ho un’idea» dissi, sorridendo di cuore.
«Quale, Emily?» mi chiese, raddrizzandosi.
«Possiamo tornare!» esclamai. «Dobbiamo solo trovare un modo perché il branco di Red Moon accetti un’alleanza con Stefan. Sono sicura che ci riprenderebbe, e poi potremo sistemare tutto e finalmente scagionarci.»
Roman sospirò, le mascelle serrate, la tristezza negli occhi mentre mi guardava.
Aggrottai la fronte, chiedendomi perché non fosse entusiasta quanto me.
«Che c’è?» gli chiesi, chiudendo gli occhi mentre l’euforia di pochi minuti prima svaniva.
«Non senti che c’è qualcosa di diverso?» domandò, fissandomi con intensità.
Aprii gli occhi e puntai lo sguardo su Roman. I suoi occhi blu scuro mi fissavano a loro volta, in attesa che capissi di cosa stesse parlando.
«Sentire cosa?» chiesi, guardandomi intorno.
Roman si alzò e cominciò a camminare avanti e indietro, passandosi le mani tra i capelli.
Lo osservai, e il disagio crebbe mentre continuava a fare su e giù. Mi chiesi che cosa lo stesse rendendo così agitato.
«Dimmelo e basta, per favore, e smettila di camminare. Mi stai mettendo a disagio.»
Roman si fermò, tornò a sedersi con me sul letto e mi prese le mani tra le sue, massaggiandomele piano con i pollici. Mi guardò con un’espressione indecifrabile.
Distolsi lo sguardo, arrossendo leggermente per l’intensità con cui mi fissava. Da così vicino, il blu dei suoi occhi era più scuro e più bello.
Mi sorprese non averlo notato prima.
«Emily…» sussurrò, richiamando i miei occhi su di lui.
Non so perché, ma sentii le lacrime affacciarsi. Roman sollevò le mani e me le asciugò.
«Mi dispiace» dissi a Roman. «Non so perché sto piangendo.»
«Dimmi solo, Roman. Che cos’è?»
«Voglio che tu sappia che io sarò sempre al tuo fianco, qualunque cosa accada» disse Roman.
Il cuore mi martellò nel petto, chiedendomi cosa fosse che gli rendeva così difficile dirlo.
«Dimmelo» lo implorai.
«Sei incinta, Emily» sussurrò Roman, stringendomi più forte le mani. «Mi sorprende che tu non lo senta ancora, considerando che sei incinta di tre mesi.»
«Che cosa…?» mormorai, mentre lo shock mi attraversava e i pensieri si facevano nebbia.
Sono incinta di tre mesi…?!
