INCINTA E RIFIUTATA DAL MIO COMPAGNO

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Capitolo 2 CAPITOLO DUE

PUNTO DI VISTA DI EMILY

Il martellare degli zoccoli rimbomba nel silenzio morto della foresta fitta. Mi sforzavo di correre più veloce: da un momento all’altro i lupi che mi inseguivano mi avrebbero raggiunta.

Come se i miei pensieri prendessero vita, all’improvviso un lupo nero, con canini affilati e orrendi imbrattati di sangue denso, mi piomba addosso di lato. Rotoliamo entrambi giù per il pendio scivoloso del bosco. Con la rapidità di un lampo mi rialzo, ringhiando e mostrando i denti al mio avversario.

Ci giriamo intorno, cercando di valutare la migliore via d’attacco. Vedevo che quel lupo era molto più grande di me, ma io ero più veloce, e sfruttai il vantaggio: mi scagliai su di lui e affondai i denti nella sua zampa. Il mio obiettivo era indebolirlo, guadagnare abbastanza tempo per scappare.

Il sangue denso mi cola dalla bocca mentre il lupo ulula dal dolore; mi artiglia il lato della testa con le unghie, sfiorandomi, mancandomi gli occhi. Balzo indietro, scuoto la testa mentre il sangue mi scende dalla tempia e, lentamente, mi si infila negli occhi. Stavo diventando stanca. Dovevo trovare un modo per fuggire o era finita per me.

Mi lanciai di nuovo, questa volta buttandogli addosso tutto il corpo, cercando di strappargli la gola. Purtroppo lo sottovalutai e venni sbalzata via. Urlai quando la schiena sbatté contro l’albero dietro di me, il dolore che mi attraversava il corpo malconcio. Mi sforzai di rimettermi in piedi mentre il lupo mi premeva addosso. All’improvviso Stefan mi fu sopra: sangue ovunque sul suo corpo, gli artigli retratti, pronto a squarciarmi la gola.

«Stefan no!!!» urlai, e in quell’istante mi svegliai. Roman era subito al mio fianco, mi stringeva mentre piangevo. Perché? Perché proprio a me? Ora che avevo finalmente trovato la mia felicità perfetta, perché doveva essermi strappata via con tanta crudeltà?

Spinsi Roman lontano da me, corsi fuori e mi inginocchiai sul pavimento, vomitando quel poco che mi era rimasto nello stomaco. Roman mi raggiunse, mi strofinò la schiena; aveva la faccia offuscata dalla preoccupazione.

Quando ebbi vomitato tutto quello che potevo, Roman mi porse una bottiglia piena d’acqua. Ne usai un po’ per sciacquarmi la bocca, poi bevvi il resto, finendola tutta. Non mi ero resa conto di quanto fossi assetata finché quell’acqua non mi bagnò la gola.

Mi sedetti per terra, respirai profondamente e poi lasciai uscire l’aria piano. Il dolore era ancora lì, ma ormai era un’angosciosa fitta sorda che mi avrebbe accompagnata per il resto della vita. Pensai a Stefan, chiedendomi come si sentisse. Sapevo che avrebbe provato lo stesso dolore che provavo io; mi chiesi se si pentisse di aver reciso con tanta leggerezza il nostro legame sacro.

Non l’ho respinto a mia volta; non credo che potrei farlo. Era un malinteso. Roman, io e Stefan eravamo troppo legati: siamo cresciuti insieme. Mi hanno protetta dai bulli, correvamo insieme; anche se io non riuscivo a trasformarmi, si alternavano a portarmi in braccio mentre attraversavamo di corsa la foresta del branco.

Non capisco come Stefan abbia potuto bandirci con tanta facilità, senza darci il tempo di arrivare alla radice di tutto questo. Sono sicura che tra me e Roman non sia successo nulla, anche se una parte della mia mente si chiedeva quanto ne fossi certa, visto che non ricordavo niente.

«Emily, stai bene?» chiese Roman. La sua voce mi strappò ai pensieri.

Fissai l’immensità della foresta sotto di me, riflettendo sulla sua domanda. Certo che non stavo bene: avevo appena perso la mia casa, il mio compagno, tutto ciò che conoscevo. Però anche Roman aveva perso molto: il suo migliore amico, la sua posizione, la sua famiglia. Ero certa che fosse confuso quanto me, anche se sapeva reggersi meglio.

Mi guardai intorno. Eravamo in cima a una piccola montagna, dentro una piccola grotta. Roman aveva impiegato del tempo per rendere il posto un po’ più confortevole. Cataste di legna ardevano, avvolgendo di calore la grotta un tempo gelida.

«Da quanto sono svenuta?» gli chiesi.

«Quattro giorni», rispose, venendosi a sedere vicino a me.

Lo guardai di sottecchi. «E adesso che facciamo?»

Mi guardò, poi rivolse lo sguardo agli alberi sotto di noi. «Sopravviviamo», disse.

«Hai fame?» mi chiese, alzandosi mentre si inoltrava più in fondo nella grotta.

Tornò con della carne, appoggiata con cura su foglie usate come piatto di fortuna. A quanto pare era andato a caccia e aveva abbattuto una grossa antilope. L’aveva arrostita, così la carne non si sarebbe guastata. Disse anche di aver trovato un ruscello non troppo lontano da dove eravamo, e che avrei potuto farmi un bagno, se ne avevo voglia.

Masticai la carne; aveva ragione. Avevo davvero bisogno di lavarmi e poi rimettere insieme i pensieri: non mi arrendevo. Non avevo rifiutato Stefan, quindi il nostro legame non era stato reciso del tutto. Dovevo arrivare in fondo a questa storia.

«Finisci, così ti porto al posto», disse Roman. «Dobbiamo andare e tornare prima che faccia buio. Non voglio che i randagi capiscano dove siamo; mentre cacciavo ne ho avvistati alcuni.»

Alzai lo sguardo su di lui quando nominò i randagi. Erano lupi senza branco; alcuni spietati, che sceglievano di vivere per lunghi periodi nella loro forma di lupo, cacciando e comportandosi come animali selvatici. E adesso noi non avevamo la protezione di un branco. Per certi versi, eravamo randagi anche noi: eravamo stati banditi dal nostro.

«Roman, dobbiamo trovare un branco in fretta. In questo momento non siamo davvero al sicuro e, sinceramente, non sono nella condizione mentale giusta per combattere un randagio. Certo, sapevo come combattere: Roman e Stefan si erano assicurati che sapessi difendermi. Ma non avevo alcun contatto con la mia lupa e, se non fosse stato per il fatto che mi ero trasformata qualche volta in modo imprevedibile, non avrei mai creduto di essere una licantropa.»

«Farò in modo che siamo al sicuro, Emily», disse Roman, cercando di calmarmi un po’. «Ti proteggerò sempre, non importa cosa dica lui.» Mi prese le mani tra le sue e le strinse con fermezza, in modo rassicurante.

Ingoiai il singhiozzo che minacciava di uscire. Non era il momento di essere debole: dovevo essere forte.

«Grazie, Roman», dissi. Per quanto nessuno di noi ricordasse cosa fosse successo, Roman era il mio amico d’infanzia. C’era sempre stato per me, e sapevo che col tempo ogni cosa si sarebbe sistemata.

Mi portò al ruscello, lasciandomi abbastanza privacy per lavarmi. Purtroppo non riuscimmo a trovare vestiti di ricambio, così dovetti rimettere quelli di prima, però almeno mi sentivo un po’ meglio.

Tornammo di corsa alla grotta: Roman nella sua forma di lupo e io aggrappata al suo dorso. Il vento che mi sferzava i capelli e il viso mi diede una nostalgia dolce, come quando andava ancora tutto bene.

Quando raggiungemmo la grotta era già notte. Sentivo ululati lontani che riecheggiavano nella foresta. In fretta Roman spense il fuoco. Non volevamo che il fumo attirasse i randagi e rivelasse dove ci trovavamo.

Tornò alla sua forma di lupo e si sdraiò vicinissimo a me, così il calore del suo pelo mi avrebbe tenuta al caldo. Affondai le dita nel suo manto, mentre canticchiavo piano una delle nostre canzoni preferite.

Una canzone che cantavamo tutti, sdraiati vicini al torrente dentro il branco, dopo aver finito la corsa nella foresta. Guardavamo le stelle, ridendo tra una strofa e l’altra quando Stefan sbagliava le parole. Sorrisi e chiusi gli occhi, scivolando nel sonno.

Mi svegliai di soprassalto, gli occhi che si adattavano al buio mentre cercavo di capire cosa mi avesse destata. Poi lo sentii: un ringhio basso, minaccioso. Quel suono mi fece martellare il cuore. Mi alzai in fretta, guardandomi intorno in cerca di Roman.

Dov’era? I randagi l’avevano preso? Indietreggiai mentre un lupo avanzava verso di me. Era uno di quei momenti in cui avrei voluto potermi trasformare a comando. Afferrai uno dei ceppi di legno lì vicino e lo usai come scudo, aspettando che il lupo facesse la prima mossa.

Ero in svantaggio perché vedevo poco. Ma affinai tutti i sensi, cercando di intuire la direzione del lupo. Con un ululato potente mi piombò addosso a velocità fulminea, affondandomi i denti nella gamba.

Urlai, mentre un dolore bruciante mi inondava la gamba, e menai il pezzo di legno a vuoto in ogni direzione. Il rumore del legno contro l’osso e l’ululato che esplose dal lupo mi assicurarono che avevo colpito nel punto giusto.

Sfruttai l’attimo per scattare fuori dalla grotta e correre giù per il pendio. Sentivo il sangue colarmi lungo la gamba e il dolore mi rallentava un poco.

Accelerai, il cuore impazzito. «Roman!» urlai, con le lacrime che mi rigavano il viso. Mancai un passo e strillai mentre precipitavo giù nella foresta.

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