Il Quarterback e la Tata

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Capitolo 5 CAPITOLO CINQUE

CAPITOLO CINQUE

PUNTO DI VISTA DI ROMEO

«Un’arrampicatrice sociale? Non ti sembra di essere un po’ troppo duro?» Mamma mi guarda torva, con una mano sul fianco.

«Non sono troppo duro. Sto solo dicendo le cose come stanno. Perché vuoi pagarla ventimila dollari al mese?» chiedo, il petto che ribolle d’irritazione.

«Ho bisogno di lei, Romeo. È estremamente intelligente. Ha dei gemelli, quindi saprà come gestire i trigemini. Ha istinto materno, ed è molto gentile. Kai ha garantito per lei. Qual è esattamente il problema? Cos’hai contro di lei? Se n’è andata per colpa tua?» Mi fulmina con lo sguardo, il tono basso e tagliente.

Stringo i pugni e distolgo lo sguardo.

Millicent Stark non lavorerà qui. Non può lavorare qui. La sola vista di lei mi fa accapponare la pelle. Faccio di tutto per tenere separate la scuola e la mia vita privata. La sua presenza qui manderebbe in pezzi il sistema che ho costruito con tanta fatica.

«Sentiamo.» Mamma insiste, alzando teatralmente le mani.

Aggrotto la fronte quando la vedo contrarsi per il dolore.

«Siediti e ti farò un elenco completo,» dico, la mascella serrata.

Lei sospira, ma si rimette a sedere. Il dolore le attraversa il viso. Non avrebbe dovuto restare in piedi così a lungo. Il senso di colpa mi attraversa come un filo, ma lo ignoro.

«Andiamo nella stessa scuola, ed è davvero strana. La stramba della scuola. Tutti la conoscono per questo. C’è qualcosa di inquietante in lei, ed è insopportabile. Si veste in modo bizzarro, parla da sola e passa tutto il giorno in biblioteca. Non piace a nessuno. La tolleriamo tutti, ma niente di più. Non può stare qui. Non può badare ai bambini quando è evidente che non è mentalmente equilibrata,» spiego, ignorando la fitta al cuore.

Sono disposto a fare qualsiasi cosa per mandarla via da qui.

Mamma sbuffa e scandisce: «Davvero? È questa la tua carta? Mi sono informata su di lei, ed è più intelligente di te. È la prima della classe. È un genio quando si tratta di letteratura avanzata. Non mi importa di come si veste o di quello che dicono i tuoi amici snob su di lei. È lei che voglio. Sarà lei a occuparsi dei bambini. Tu non sei di nessun aiuto, Romeo, e intanto stai allontanando l’unico aiuto che sono riuscita a trovare.»

La sua ultima frase mi punge il petto. Evito il suo sguardo e raddrizzo le spalle.

«Sono sempre impegnato, mamma. Tra la scuola e il football, a malapena ho tempo per qualsiasi altra cosa,» sussurro, i polmoni che si stringono per tutto quel senso di colpa.

«Lo so,» mi accarezza piano le guance, «lo so che sei molto impegnato. Dopotutto sei la nostra superstar. Millicent potrebbe essere una bella aggiunta alla famiglia. Tu potrai giocare senza preoccuparti per me, e io non dovrò stare in piedi tutto il giorno. Lo sai che ho bisogno di lei. Ho bisogno di aiuto.»

Vorrei essere d’accordo, ma proprio non ci riesco.

«Ti troverò qualcuno io, qualcuno di meglio. Possiamo assumere dei professionisti. Non ci vorrà molto a trovare qualcuno di competente. Lei è un’estranea e non è privilegiata come noi, e questo influirà sul suo lavoro. A scuola è molto maleducata, orgogliosa e si atteggia sempre a vittima. Dà la colpa a tutti per la sua mancanza di stabilità economica e si comporta come se dovessimo scusarci per avere più soldi di lei. Ostenta la sua intelligenza come se la rendesse speciale, quando non è così. Non mi fido di lei. Non mi fido a lasciarle i miei fratelli. È un enorme campanello d’allarme. Inoltre non ha un padre. Sono tutti brutti segnali. Ci serve qualcuno abbastanza stabile,» dico con calma, arricciando il naso con disgusto.

Mamma si stacca da me, e qualcosa le guizza nello sguardo.

Sta per rispondere quando guarda alle mie spalle e si immobilizza.

Mi giro e vedo che non siamo soli. Milly e Kai sono lì. Kai sembra furioso, ma che novità c’è? Milly sembra distrutta, ma anche arrabbiata.

Mamma sussulta piano e va verso di lei. «Mi dispiace, Millicent. Non dovevi sentire tutto questo.»

«Siamo tornati perché Kai aveva dimenticato il telefono, e mi ha convinta ad accettare il lavoro. Vuole sapere perché sono riluttante a lavorare per lei, signora Sinclair?» chiede, incrociando le braccia, le guance arrossate.

«Suo figlio è un bullo, il più grande bullo che ci sia.» Lo annuncia ad alta voce.

Sbuffo, irritato. «Adesso devi andartene prima che ti sbatta fuori io.»

«Romeo!» mi rimprovera mamma.

«Siediti, mamma. Non dovresti stare in piedi troppo a lungo.» Esalo, con un leggero dolore alla testa. Presto diventerà un mal di testa tremendo.

Mamma mi ignora mentre Milly continua.

«È un bullo, un grandissimo bullo. Va in giro con i suoi amici e la sua ragazza a umiliare chiunque ritengano inferiore, spingendo, prendendo a calci e mordendo. La sua ragazza è fuori di testa, e so che non dovrei dirlo perché il bullismo non farà che peggiorare, ma che novità c’è? Prima di venire qui, ha pagato alcuni suoi compagni di squadra perché mi dessero del filo da torcere in piscina. Mi hanno tenuta giù per le gambe e hanno quasi finito per farmi annegare. Ero terrorizzata e inerme. Alla fine sono riuscita a liberarmi e li ho visti, insieme. Forse non è stato lui a tenermi sott’acqua, ma è complice.» ribatte, con le narici dilatate.

«No.» ansima mamma, inorridita.

Mi guarda e sussurra: «Dimmi che sta mentendo, Romeo.»

Non parlo, perché non sta mentendo.

Milly si volta verso di me e scuote la testa, come se fosse delusa. Chi si crede di essere per essere delusa da me? È la sporcizia sotto la mia scarpa. È fango e non vale niente. Un’assoluta irrilevanza.

«Hai tre fratelli più piccoli, ed è questo l’esempio che dai loro? Non sei altro che un bullo senza cervello, Romeo. Fa’ pure del tuo peggio. Dillo alla tua ragazza mostruosa, così potrà farmi del male. Nulla di quello che farà mi sorprenderà. Sono stata vittima di bullismo per tutta la vita, quindi immagino di avere la pelle più dura ormai, tutto grazie a te.» Non alza la voce e non urla. In qualche modo, perfino adesso, è calma. Forse mamma aveva ragione, e sarebbe perfetta per i bambini.

«Stavo per accettare il lavoro e aiutare tua madre, ma non più. Tu non meriti il mio aiuto. Non meriti niente di buono. Magari non ho una villa in cima a una montagna, ma me la cavo. Faccio del mio meglio. Mi prendo cura della mia famiglia e lavoro sodo. Tu giochi a palla e vieni bocciato ai compiti. Non hai alcun diritto di parlarmi così.» sputa fuori, poi esce di casa a grandi passi.

Kai mi lancia un’occhiata feroce, poi la segue subito, come un burattino tirato da un filo.

«Che cosa sei diventato?» sussurra mamma, e la vergogna mi si appiccica addosso.

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