Il Quarterback e la Tata

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Capitolo 10 Milly.

CAPITOLO DIECI

PUNTO DI VISTA DI MILLY

«Che ne dici se concordiamo un periodo di prova di un mese? Un mese per capire se davvero siamo l’abbinamento migliore l’una per l’altra?» propongo con calma, anche se dentro sono un caos.

Lei sorride e annuisce. «Io lo so già che sei la persona più adatta a me, ma se così ti senti più tranquilla, allora faremo un periodo di prova di un mese. Dimmi tu quando sei pronta, così andiamo. Puoi portare i tuoi fratelli.»

«Davvero?» ridacchio. «Possono essere impegnativi.»

«Allora si inseriranno alla perfezione.» Sorride e mi dà una leggera gomitata alla spalla, come se fossimo vecchie amiche.

«Va bene, allora li preparo.» dico, e lei annuisce. «Prenditi tutto il tempo che ti serve.»

Vado in cucina, dove loro sono seduti, curiosi ma composti. Appena mi vedono, esplodono in una raffica di domande.

«Chi è quella donna, Milly?»

«Ha una macchina pazzesca. Possiamo salirci?»

«Kai ha detto che è un’amica. È tua amica?»

«Te ne vai via?»

«Basta domande per adesso e ascoltatemi.» sospiro, e loro tacciono.

«È Rose Sinclair. La chiamerete signora Sinclair, e sì, siamo amiche… in un certo senso. Io andrò a lavorare per lei: farò la tata e mi occuperò dei suoi figli. Adesso lei vuole che incontriamo i suoi trigemini perché pensa che possiate diventare amici, anzi, forse migliori amici. Saliremo sulla sua macchina elegante. Elegante, Miles, non “pazzesca”, e andremo a casa sua, ancora più elegante. Voglio che vi comportiate al meglio e che vi divertiate.» spiego con dolcezza.

A ogni frase i loro occhi si spalancano, la bocca si apre per l’incredulità e l’entusiasmo.

«Diventi una tata?» si ricorda Miles, aggrottando la fronte.

«Sì.» annuisco.

«Che significa? Che cosa farai?» chiede Emma, inclinando la testa.

«Mi prenderò cura dei suoi bambini, li aiuterò a prepararsi per la scuola e li farò sentire meglio quando sono tristi,» spiego in breve, preparandomi alle domande successive.

«Oh… quindi non ti prenderai più cura di noi?» sussurra Emma, rattrappita.

«Mi prenderò ancora cura di voi. Mi prenderò sempre cura di voi. La mamma starà con voi soprattutto la mattina, e io verrò a prendervi a scuola la sera. Non ci sarò così spesso. Devo vivere a casa della signora Sinclair dal lunedì al venerdì,» confesso, e mi si spezza il cuore al pensiero di non stare con i miei fratelli quanto vorrei.

«Oh,» dice Miles, e gli si spegne il viso.

«Perché devi vivere con loro? Perché… perché non può occuparsene lei? Chi si prenderà cura di noi?» farfuglia Emma, stringendomi le dita.

«Adesso devo dirvi un segreto, e non dovete dirlo a nessuno. Promessa con il mignolo?» mormoro, chinandomi.

Loro annuiscono, e avviciniamo le teste.

«Rose l’anno scorso è stata malata e non si è mai ripresa del tutto. Non ha più la forza di prima, e per questo ha bisogno del mio aiuto. Io l’aiuterò a prendersi cura dei trigemini e lei mi pagherà per il mio lavoro. Con quei soldi vi comprerò vestiti eleganti e le scarpe che vi piacciono. Magari riusciremo persino ad aggiustare la casa e a prendere dei letti nuovi. Comunque è un lavoro che paga tantissimo. La mamma non dovrà più lavorare, e potremo essere tutti felici. Vi vedrò ogni giorno e vi bacerò sempre la testa; devo solo lavorare.» La voce mi si incrina mentre parlo.

Per quanto mi piaccia questo lavoro e tutto ciò che comporta, mi uccide dover rinunciare al tempo con i miei fratelli per dei soldi. Nella vita bisogna fare sacrifici, certo, ma questo mi ammazza. Almeno non devo vendere i libri di mio padre.

I gemelli si guardano e annuiscono.

«Va bene» mi dice Miles, sorridendo.

«Possiamo andare adesso?» Emma si alza e fa volteggiare il vestito.

Annuisco, col cuore che mi fa male. Spero che i gemelli siano gentili con lei e non dei bambini viziati. Non sopporterei che si spezzasse il cuore ai miei fratelli. È importante che i bambini siano buoni, ma qualcosa mi dice che saranno diversi da Romeo: più gentili e più innocenti, non contaminati dalle stronzate che è lui. Arriccio il naso, disgustata. Non mi piace per niente.

Insieme, andiamo in salotto.

Emma fa un passo avanti e sorride a Rose. «Ciao, sono Emma Stark. Lei è Rose Sinclair.»

Rose annuisce, sorridendo. «Sì. Piacere di conoscerti, signorina Stark. E questo giovanotto chi sarebbe?» Si abbassa accovacciandosi per guardare Miles.

Lui si imbroncia e spara fuori: «Sono Miles Stark. Ho otto anni. Andiamo alla sua macchina così può sedersi.»

«Vuoi accompagnarmi fino alla macchina?» propone Rose, e lui annuisce.

Guardo tutti e tre uscire ed esalo. Sto per tuffarmi in acque inesplorate. Non ne sono troppo entusiasta, ma è un rischio che sono disposta a correre. Dopotutto, dobbiamo correre rischi, tutti.

«Sarò qui quando torni» mi assicura la mamma, e io annuisco.

Kai si sta ancora ficcando in bocca il cibo. Gli afferro la mano e lo trascino via.

«Dovrei prenderti a pugni» dico.

«Dovresti abbracciarmi.» Sorride, con briciole di dolce sulle labbra.

Sbuffo. «Non esagerare.»

Rose e i gemelli si siedono dietro, mentre io mi metto sul sedile del passeggero.

«Tieni.» Kai mi porge il nuovo telefono, ancora nella scatola. Un telefono carissimo. Non ne avrei comprato uno così costoso neanche se avessi avuto i soldi. Spero che il telefono non incida sull’anticipo che dovrei ricevere, perché se lo fa lo vendo e ne prendo uno più piccolo, poi uso il resto per qualcosa di importante.

«Grazie» dico a Rose, e lei fa un gesto per minimizzare, chiaramente divertita dai gemelli.

Il viaggio fino alla villa dura più del previsto. Sono un fascio di nervi, tamburello sul finestrino mentre spero che i suoi figli mi piacciano, altrimenti tutto questo sarà stato inutile.

Miles ed Emma non riescono a restare calmi quando Kai entra in auto nel suo viale. Io ci sono già stata una volta, eppure resto ancora stupita da quel lusso.

«Forza» ci sprona Rose, e scendiamo tutti dalla macchina.

Mi tremano le mani mentre la seguiamo intorno alla villa fino al giardino. Vedo i bambini, ma non sono soli. Con loro c’è anche il loro fratello idiota.

Mi fa un sorrisetto quando mi avvicino, come se si aspettasse che io fallisca.

Io non fallisco mai in niente.

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