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Capitolo 5 Chi sei? (CALIA)

I sanguinosi avvenimenti di quella notte erano come un incubo dimenticato. Il ritmo frenetico in ospedale mi impediva di pensare a Elion e alla sua vita orribile. Ero grata di aver riavuto la mia esistenza tranquilla. In fondo, il caos del pronto soccorso era di gran lunga preferibile all’avere intorno uomini inquietanti armati di armi letali.

«Dottoressa Bennett, il paziente della stanza due ha bisogno di un intervento immediato. Ha dolore. L’appendicite non è migliorata dopo tre giorni di terapia orale.»

«Gli avete fatto una radiografia?»

«Sì, dottoressa. Ho lasciato i risultati sulla sua scrivania.»

«Bene. Portatelo in sala operatoria. Arrivo dopo aver controllato le lastre.»

Oggi l’ospedale era nel caos. Quasi tutti i medici erano impegnati. Un’ora prima avevo incrociato Dimitri davanti alla sala operatoria: stava per inserire uno stent sulla valvola cardiaca del suo paziente. Anche i giovani medici erano sommersi dai nuovi arrivi al pronto soccorso. Avevo dovuto lasciarli gestire i pazienti da soli, perché anch’io ne avevo di miei che richiedevano attenzione.

«Dottoressa Calia Bennett.»

Stavo andando verso il mio ufficio quando un uomo anziano in completo blu navy mi chiamò. Aveva i capelli completamente grigi. Impugnava un bastone d’oro, che spiccava nel corridoio cupo. Era seduto da solo su una sedia d’attesa nel corridoio del terzo piano. Dall’espressione e dai movimenti non sembrava affatto qualcuno che soffrisse di qualche malattia. Al contrario, per la sua età era sorprendentemente in forma.

«È un parente di un mio paziente?»

«Forse sì.»

Aggrottai la fronte.

«Mi scusi, ho fretta. Un paziente mi sta aspettando in sala operatoria.»

«Tre giorni fa ha operato mio nipote nella sua villa. L’uomo con tre proiettili nel petto.»

Dunque era lo zio di Elion Starling. Non c’era da stupirsi che emanassero la stessa aura sinistra.

«Che cosa vuole? Suo nipote sta meglio, giusto? Prima di lasciare la villa mi sono assicurata che non ci fossero infezioni o complicazioni.»

«Sì, è vivo e si sta riprendendo in fretta. Grazie alle sue mani magiche, dottoressa.»

«È mio dovere curarlo. Se non ha altro da aggiungere, devo andare. Mi fa piacere sapere che suo nipote sta bene.»

Gli feci un cenno con la testa e mi allontanai verso il mio ufficio.

Ma prima che raggiungessi la porta, l’uomo mi richiamò con quella voce profonda e roca.

«Dottoressa Calia. Spero che ci rivedremo presto.»

Il suono del suo bastone d’oro che batteva sul pavimento mi fece correre un brivido lungo la schiena. Era inquietante, come un rintocco funebre. Mi immobilizzai davanti al mio ufficio, fissandolo finché non entrò nell’ascensore. Prima che le porte si chiudessero, l’uomo mi rivolse un sorriso diabolico.

-00-

Alla fine, la giornata caotica era finita. O almeno: avevo terminato di operare tre pazienti con casi piuttosto complicati. Poi mi ero occupata dei post-operatori senza l’aiuto dei medici specializzandi. Il mio turno, in realtà, era finito da due ore, ma tutti gli impegni mi avevano trattenuta in ospedale più a lungo. Non che mi stessi lamentando. Avevo voluto fare la dottoressa fin da bambina, quindi quella era la conseguenza che dovevo affrontare. Poco sonno, poco cibo, perfino poca vita sentimentale.

«Vai a casa?»

«Sì. Tu stai per iniziare il turno, vero?»

«Esatto. Oggi sono di guardia al reparto cinque.»

«Buona fortuna. È stata una giornata infernale.»

Diedi una pacca sulla spalla a Jane, la pediatra, ed entrai in ascensore.

Non vedevo l’ora di tornare a casa, mangiare la cucina di mia nonna e raggomitolarmi nel mio letto comodo. Se non fossi stata ancora troppo assonnata, avrei continuato a leggere un romanzo erotico. Almeno quello avrebbe placato la nostalgia per la vita romantica che mi stavo perdendo. Essere una donna noiosa non era affatto il mio sogno. Da piccola sognavo di essere una principessa e sposare un principe su un cavallo bianco. Mi aggrappavo a quella speranza, anche se ogni giorno che passava sbiadiva un po’ di più. Nessun uomo era interessato a me. Anzi, mi trovavano noiosa. Persino un principe su un cavallo bianco non sarebbe stato interessato a una donna secchiona e per niente sexy come me.

Ero ferma sul bordo della strada da dieci minuti. Avevo provato a chiamare un taxi più volte, ma erano sempre pieni. La mia auto era ancora in officina. Mi avevano detto che non sarebbe stata pronta prima della settimana successiva.

Mi incamminai verso la fermata dell’autobus, perché stavo perdendo la speranza con i taxi. Più tempo ci mettevo a trovarne uno, più tardi sarei arrivata a casa. Decisi di prendere l’ultimo autobus per tornare a casa di mia nonna. Era la mia unica opzione, a meno di farmela a piedi.

Un’auto nera si fermò all’improvviso davanti a me. Ne scesero due uomini in giacca e cravatta. Senza dire una parola, mi afferrarono per le braccia e mi trascinarono dentro l’auto.

«Ma che diavolo...? Lasciatemi! Chi siete?»

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