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Capitolo 2 Un uomo morente (CALIA)

Non avevo scelta: dovevo seguirlo. Se era una situazione in cui si rischiava la vita, non potevo tirarmi indietro. Era questo il rischio del mio lavoro, da medico.

«Che cosa ha il suo capo?»

«Gli hanno sparato.»

«Dovete portarlo in ospedale.»

«L’ho già portato in ospedale.»

Ringhiai, irritata.

«Allora lo porti al pronto soccorso, invece di trascinarmi fino alla sua macchina.»

«Non posso.»

Prima che potessi dire altro, l’uomo spalancò lo sportello del passeggero. Dentro, un uomo sedeva mezzo accasciato. La parte davanti della camicia era fradicia di sangue. Era in condizioni terribili. Per un attimo pensai fosse morto, poi emise un gemito appena percettibile.

«Signore, le ho portato un medico.»

Non riuscivo a distinguere bene il suo volto: era troppo buio.

«Sali in macchina.»

«Cosa?»

Aggrottai la fronte.

«Sali in macchina. Devi aiutarlo.»

«Dovete portare il suo capo al pronto soccorso. Non posso aiutarlo se—»

«Ho detto: sali in macchina.»

Il respiro mi si spezzò quando qualcosa di freddo mi si conficcò nel fianco. Una pistola. La premeva così forte che faceva male.

«C-che cosa sta facendo? La denuncio alla polizia.»

«Signorina, questo proiettile le farà a pezzi gli organi prima che lei riesca a denunciarmi.»

Deglutii, con la gola secca.

«N-non mi spari. La prego.»

«Calmati. Non ti sparo se fai quello che dico. Sali in macchina», disse gelido.

«Adesso.»

Non avevo scelta: mi arrampicai dentro. Feci attenzione a non toccare l’uomo ferito. Quello che mi puntava la pistola addosso sbatté lo sportello non appena fui seduta.

L’uomo accanto a me gemette piano e ansimò in cerca d’aria. I palmi erano coperti di sangue. Si stringeva il petto.

«Fai qualcosa, dottoressa. Non sei qui per guardarmi morire.»

La sua voce era ruvida come carta vetrata, e per essere un uomo che stava morendo aveva una ferocia incredibile.

«Sono qui perché il suo autista mi ha puntato una pistola e mi ha minacciata.»

«Se continui a dire stronzate, muoio davvero davanti a te.»

Buttai fuori l’aria di colpo.

Gli scostai la mano, poi gli slacciai la camicia, un bottone dopo l’altro.

Era impregnata di sangue. Accesi la luce per vedere meglio la ferita. Ed era un disastro.

«Le hanno sparato?»

«Sì. Tre proiettili.»

«Come fa a saperlo?»

Il sangue colava dalla ferita spalancata vicino al cuore. Sembrava più di un colpo. Gli presi la mano e gliela premetti contro la ferita sul petto.

«Dobbiamo portarlo in ospedale. Servono strumenti adeguati per rimuovere quei proiettili dalla cavità toracica, o morirà dissanguato.»

«Non si preoccupi, dottoressa. Stiamo andando in quel posto», sogghignò l’autista dal sedile davanti.

«Che cosa intende per “quel posto”? Dobbiamo portare il suo capo in ospedale.»

«Ci stiamo andando.»

«Morirà dissanguato se non lo portate in ospedale subito», sbottai.

«Jack, stasera hai preso il medico sbagliato. Questa parla troppo, cazzo.»

«Mi scusi, capo. È l’unica che girava ancora nei dintorni dell’ospedale.»

Premetti di proposito la mano con più forza sulla ferita. L’uomo ringhiò come un cane rabbioso.

«Cazzo. Vuoi ammazzarmi, eh?»

«Mi scusi. Sto solo cercando di rallentare l’emorragia.»

L’auto sfrecciò via dall’ospedale. Non sapevo dove mi stessero portando. L’uomo morente gemette di nuovo. I miei palmi erano fradici del suo sangue. Temevo che sarebbe morto prima che arrivassimo “da loro”.

«Avete delle scorte di sangue per il suo capo? Ho paura che avrà bisogno di una trasfusione.»

«Lo consideri fatto.»

Quel Jack mi rivolse un ghigno nello specchietto retrovisore.

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