Il Don della Mafia Mi Supplica di Tornare da Lui

Scarica <Il Don della Mafia Mi Supplica...> gratis!

SCARICA

Capitolo 5 Era diventata troppo avida.

Punto di vista di Damian

Guardai Elara crollare sul pavimento di marmo gelido, la testa penzoloni come quella di una bambola di pezza senza vita.

L’immagine di lei nello studio, poche ore prima, mi balenò in mente all’improvviso, senza preavviso: il modo in cui le tremava tutto il corpo mentre stringeva quel referto di compatibilità cardiaca, le mani scosse da un tremito incontrollabile.

Quegli occhi che mi avevano sempre guardato con tanta tenerezza erano pieni di disperazione infranta e incredulità.

A dire il vero, quel momento smosse qualcosa di scomodamente complesso nel mio petto.

Non capivo perché dovesse mettersi a fare la vittima in quel modo.

Cinque anni prima, se non fossi intervenuto per saldare i trenta milioni di dollari di prestiti a tasso usuraio che i suoi genitori dovevano ai sindacati dei casinò di Las Vegas, a quest’ora starebbe dando da mangiare agli alligatori in fondo al fiume Colorado, per gentile concessione di quei feroci narcotrafficanti.

Io avevo pagato i loro debiti, le avevo dato il titolo di signora Montgomery e le avevo garantito lo stile di vita più lussuoso che il denaro potesse comprare.

Per cinque anni aveva goduto di privilegi che milioni di persone potevano solo sognare.

Credeva davvero esistesse una favola in cui il principe si innamora di Cenerentola? Tutto ciò che le era stato dato aveva un prezzo, fin dall’inizio.

Ciò che volevo era semplice: il cuore nel suo petto, quello che poteva salvare la vita di Vivian.

Era giusto.

Ero convinto di essere stato più che generoso con lei. Senza di me non sarebbe sopravvissuta abbastanza a lungo da partorire Caleb, figuriamoci arrivare a vedere il giorno d’oggi.

Adesso che era arrivato il momento di rispettare la sua parte dell’accordo, si metteva a parlarmi di sentimenti e a comportarsi come se avesse subito un torto.

La verità è che, negli ultimi due anni, vedendola ambientarsi in questa casa e costruirsi una vita qui, avevo preso in considerazione l’idea di trovare un altro cuore. Avevo ordinato in silenzio ai miei uomini più fidati di setacciare i mercati neri globali e le banche di organi in cerca di donatori adatti. Se fossero riusciti a trovare un cuore compatibile, non mi sarebbe dispiaciuto lasciarle continuare a essere la signora Montgomery.

Ma ogni singola volta i referti di compatibilità tornavano con un esito negativo.

Ogni risultato di screening che i miei uomini mi portavano veniva scartato per rischi di rigetto fatale o marcatori incompatibili.

Sembrava che il mondo intero avesse cospirato perché il cuore di Elara fosse l’unico in grado di combaciare alla perfezione con il corpo di Vivian.

Se era così, allora quello era il suo destino.

Eppure, prima, al club, quando l’avevo vista muovere il corpo sotto gli sguardi avidi di quegli uomini, quando l’avevo sentita urlarmi contro con gli occhi arrossati: «Tanto morirò comunque! Che male c’è a lasciarsi andare?!», qualcosa di tagliente e arrugginito mi aveva graffiato il petto.

Quella soffocante mancanza d’aria, improvvisa e incontrollabile, mi irritò a fondo.

Ero abituato a controllare tutto, abituato a lei che se ne stava obbediente alle mie spalle.

Non avrebbe dovuto avere addosso quella disperazione da condannata, e di certo non avrebbe dovuto ribellarsi contro di me in modo così definitivo e sconsiderato.

Ma l’accusa di Caleb mi riportò di colpo alla lucidità.

«Stasera il cuore di mamma Vivian faceva così male che piangeva, ma non ha nemmeno osato chiamarti!»

La voce del mio bambino, giovane ma furibonda, risuonò nel corridoio.

Abbassai lo sguardo su Elara stesa a terra, e quella vaga sensazione indescrivibile nel petto fu subito sostituita da una logica fredda e spietata.

Ecco cos’era.

Era sempre stata docile e ben educata. Andare stasera in quel lurido club sotterraneo era stato calcolato: sapeva che le guardie del corpo me l’avrebbero riferito.

Mi aveva provocato di proposito, aveva recitato deliberatamente la parte della donna distrutta, tutto per costringermi a tornare dall’ospedale, per strapparmi via dal fianco di Vivian.

Stava giocando.

Nel momento in cui lo capii, la temperatura del mio sguardo precipitò sotto zero.

Era diventata troppo avida. Aveva goduto di cinque anni di agi e adesso pensava di poter usare questi patetici trucchetti per ottenere la mia compassione, perfino a costo della vita di Vivian.

«Tenetela d’occhio.» Non le concessi un’altra occhiata; lanciai l’ordine gelido alla guardia del corpo e mi voltai. Presi Caleb con me e mi diressi all’ospedale.

La Maybach si lanciò di nuovo nella notte densa, il motore che ruggiva nelle strade silenziose mentre andavo dritto all’ospedale.

Quando spalancai la porta della stanza VIP all’ultimo piano, la scena all’interno era in netto contrasto con la fredda oppressione del corridoio della tenuta.

La stanza era immersa in una luce calda e giallastra.

Vivian era appoggiata alla testiera del letto; sul viso aveva ancora quel pallore malato, ma il respiro si era stabilizzato parecchio.

Caleb le corse incontro tutto felice e abbracciò Vivian.

Era sdraiato accanto al suo letto, reggendo un orsetto di peluche e raccontandole goffamente una barzelletta che aveva sentito all’asilo.

Quando mi vide entrare, i suoi occhi si illuminarono per un istante, poi sul volto le guizzò un’ombra di colpa.

«Perché sei tornato?» Cercò di mettersi più dritta, la voce bassa e debole. «Sto bene, davvero. Prima ho avuto solo un po’ di oppressione al petto. Il medico mi ha già visitata. Non avresti dovuto lasciare Elara da sola… oggi deve essersi spaventata a morte.»

«Non ha bisogno che mi preoccupi per lei.» Mi sfilai il cappotto, ancora impregnato del vento gelido della notte, e mi avvicinai al letto, passandomi una mano tra i capelli di Caleb.

Mio figlio mi cinse subito il braccio con le braccine e sollevò il visino. I suoi occhi azzurri erano pieni di fiducia. «Papà, prima Mommy Vivian aveva tanto male, ma non ha pianto neanche una volta. Quando avrà il cuore nuovo e starà meglio, possiamo andare tutti al luna park insieme, vero?»

Guardandoli così, la tensione che mi aveva serrato per tutta la sera cominciò finalmente ad allentarsi.

Questa era la vita che volevo.

Vivian era gentile, comprensiva, e non mi aveva mai creato problemi.

Caleb la adorava: si affidava a lei persino più di quanto facesse con sua madre.

Se l’intervento del mese prossimo fosse andato liscio, tutto sarebbe tornato normale. L’increspatura insignificante che Elara aveva provocato si sarebbe del tutto appianata.

Andai verso il divano e mi sedetti, accavallando le gambe lunghe. Tirai fuori un sigaro dalla tasca e lo avevo appena acceso con l’accendino di metallo quando un lampo accecante squarciò il cielo oltre la finestra.

La luce bianca invase la stanza, rendendo ogni cosa di un pallore spettrale. Subito dopo, un tuono assordante esplose sopra di noi.

Il temporale che covava da tutto il giorno era finalmente arrivato.

Le dita che reggevano il sigaro si immobilizzarono a mezz’aria.

Grosse gocce di pioggia cominciarono a martellare il vetro antiproiettile, in uno staccato implacabile. Il vento ululava attorno all’edificio e i tuoni rotolavano uno dopo l’altro, come se minacciassero di fare a pezzi l’intera città.

Senza che lo volessi, il volto di Elara mi attraversò la mente.

Aveva paura del buio. E ancora di più dei tuoni.

La prima estate dopo il matrimonio avevamo passato la luna di miele in Sicilia. Una rara tempesta si era abbattuta sulla tenuta. Era saltata la corrente e, quando ero rientrato in camera dopo aver sbrigato alcune questioni con il sindacato, l’avevo trovata raggomitolata nell’angolo più profondo dell’armadio, le mani premute sulle orecchie, tremante come una foglia.

Quella notte l’avevo tirata fuori, l’avevo stretta al petto e avevo passato ore a calmarla finché non si era addormentata.

Adesso era sola nella tenuta.

L’avevo appena lasciata svenuta sul pavimento, troppo debole perfino per alzarsi.

Fissai la brace rossa che tremolava sulla punta del sigaro, mentre la gola mi si stringeva deglutendo.

«Damian?» Vivian si accorse della mia distrazione e mi chiamò piano, con una nota interrogativa.

Mi alzai di scatto, schiacciando con forza il sigaro appena fumato nel posacenere di cristallo.

«Devo tornare.» Presi il cappotto dalla sedia, la voce bassa.

«Fuori viene giù il mondo, e i tuoni…» Vivian mi guardò preoccupata, le dita che si serravano appena sul bordo della coperta.

«Elara ha paura dei tuoni.» La interruppi.

Le parole mi uscirono di bocca prima che riuscissi a fermarle, e per un istante ne rimasi sorpreso persino io. Ma trovai subito la giustificazione perfetta, inattaccabile, per ciò che stavo facendo.

Mi voltai verso Vivian, e il tono tornò a quella razionalità assoluta e a quella calma che si addicevano a un Don, come se stessi semplicemente enunciando una questione d’affari. «Il medico ha avvertito espressamente che quest’ultimo mese prima dell’intervento è cruciale. La donatrice non può spaventarsi né subire forti sbalzi emotivi. Quel cuore non deve avere il minimo problema.»

Per un attimo l’espressione di Vivian si rabbuiò, ma poi si rimise subito addosso quel sorriso comprensivo.

Annuì. «Hai ragione. Il cuore è la cosa più importante. Torna e resta con lei. Non lasciarle prendere paura e farsi del male.»

«Fai il bravo.» Diedi a Caleb un’istruzione rapida, poi mi voltai e uscii a grandi passi dalla stanza.

Il corridoio era pieno di spifferi gelidi. Accelerai, le scarpe che battevano sul marmo con tocchi urgenti ed echeggianti.

Mi dissi che stavo tornando solo per assicurarmi che il cuore — quello che presto sarebbe appartenuto a Vivian — restasse in condizioni perfette.

Per cinque anni l’avevo mantenuta con la migliore équipe medica del mondo. Non potevo permettere che tutto andasse in pezzi all’ultimo momento per colpa di un temporale.

Era solo questo.

Niente di più.

Capitolo Precedente
Capitolo Successivo