Ho Dimenticato che Ti Amavo, Alfa

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Capitolo 5

Che cosa poteva esserci che non andava in lei?

Il messaggero, un lupo ossuto dalle mani tremanti e dall’odore nervoso, se ne stava davanti a Nolan, a malapena capace di reggere il suo sguardo. «Alpha,» disse, con la voce tesa, «il Guaritore insiste che sia urgente. Dice che riguarda… i risultati medici di sua moglie.»

Nolan lasciò uscire un fiato breve, senza ombra di ironia.

Mia moglie.

La parola suonò strana. Più pesante, adesso. Ma ricacciò quel pensiero in fondo.

«Stava benissimo, prima,» brontolò Nolan. «Vivace, a fare la sua scenata, a marciare avanti e indietro come se fosse padrona di casa. Anzi, sembrava più in salute che mai. E tu vorresti farmi credere che sia malata?»

Il sottoposto, naturalmente, non rispose. Si limitò ad annuire e ad arretrare, sparendo non appena smise di “ricordarsi” di esistere.

Nolan cominciò a camminare avanti e indietro, con i pensieri che gli ronzavano ancora intorno all’esplosione di Ellie come mosche sul fuoco.

Aveva detto che voleva il divorzio.

E lo voleva davvero.

Gli rimbombava ancora nelle orecchie il modo in cui l’aveva detto: non la ragazzina singhiozzante che conosceva, quella che appassiva alla prima pressione e finiva raggomitolata ai suoi piedi con la speranza negli occhi. No. Questa Ellie era selvaggia, rumorosa, sicura. Niente a che vedere con le recite di prima; quella persona gli sembrava fin troppo… vera.

E gli entrava sotto pelle.

Nolan serrò la mascella. I suoi passi riecheggiarono sotto i soffitti alti, ma nemmeno quel suono riuscì a soffocare i pensieri.

«Alpha,» disse piano il Beta, avvicinandosi al suo fianco, «signore, mi perdoni, ma… perché è così arrabbiato?»

Non rispose.

Inclinò appena la testa. «Di solito non è così. Freddo, sì. Concentrato. Controllato. Ma questo… lei è turbato.»

Nolan si fermò.

La cosa peggiore era che non aveva torto.

Si era sempre vantato di restare impassibile. Strategico. Gestiva consigli di guerra e minacce ai confini con meno calore di quello che gli aveva bruciato addosso nel vedere Ellie fare le valigie come se di lui non le fosse mai importato nulla.

Nolan si passò una mano tra i capelli e negò: «No, non lo sono. È perché sta facendo i capricci.»

Poi aggiunse, gelido e impaziente: «Di’ al Guaritore che può lasciare i risultati nel mio ufficio. Li guarderò quando avrò tempo.»

Il Beta esitò, poi annuì, chiaramente consapevole che non era una battaglia da insistere a combattere.

Mentre Nolan si voltava per andarsene, la mascella gli si irrigidì ancora.

Risultati medici.

Come poteva esserci qualcosa che non andava in lei?

Era troppo rumorosa. Troppo audace. Troppo viva.

Il giorno dopo stavo ricontrollando la borsa, ripiegando ogni capo un’altra volta, non per nostalgia, ma perché così davo alle mani qualcosa da fare mentre il resto di me bruciava. Mi rifiutavo di andarmene in mezzo al caos. Niente scenate. Niente porte sbattute. Se me ne fossi andata, l’avrei fatto con calma. Composta. Sulle mie gambe.

«Che peccato,» bisbigliò lì vicino una delle domestiche, con una voce tutt’altro che abbastanza bassa. «Nolan è Alpha da così tanto tempo. Gli serve davvero un erede. Pover’uomo. Forse le cose si calmeranno finalmente quando Felicity prenderà il posto. Lei sì che può dargli dei figli, a differenza di Ellie.»

Chiusi il coperchio della valigia e lasciai che fosse il clic morbido della serratura a risponderle.

Io posso avere figli. Non è questo il problema.

Quello che mi spaventa è l’idea di crescerli in questo posto. Questa casa non è una casa: è un piedistallo su cui ero destinata a stare, muta e carina, finché non mi fossi spezzata sotto il peso. Se qualcuno vuole restare qui a farsi adorare e calpestare, è una sua scelta.

Un rintocco leggero risuonò attraverso l’impianto di comunicazione della casa del branco. Era un messaggio del Beta, formale e diretto, solo per la mia stanza.

«La cerimonia di rifiuto è pronta. La preghiamo di presentarsi nell’ufficio dell’Alpha, Ellie.»

Mi alzai, spolverandomi dalle maniche una polvere invisibile. Le scarpe batterono sul pavimento con un suono deciso mentre mi lasciavo alle spalle la stanza. Un passo, poi un altro, lungo quel corridoio interminabile che un tempo avevo imparato a memoria con la disperazione di chi cerca solo un posto a cui appartenere.

Svoltai l’angolo e quasi mi immobilizzai.

Voci. Familiari, ma come in un sogno che non mi ero concessa di ricordare fino a quel momento.

Due uomini stavano in fondo al corridoio.

Il primo era alto e dalle spalle larghe; i capelli castano ramato erano arruffati e leggermente ricci alle punte, come se non avesse mai avuto la pazienza di spazzolarli. Indossava una giacca scura, taglio militare, sopra una maglia aderente; le maniche rimboccate fino agli avambracci lasciavano scoperte cicatrici appena accennate su pelle baciata dal sole. La sua postura era vigile, con una tensione protettiva addosso, come se fosse pronto a mettersi davanti a qualunque cosa si muovesse troppo in fretta. I suoi occhi taglienti si agganciarono ai miei nell’istante stesso in cui comparvi.

Il secondo stava appena dietro di lui: più anziano, più asciutto, con fili d’argento tra i capelli color caffè freddo, tirati indietro con ordine. Portava un lungo cappotto grigio cenere bordato d’oro; l’atteggiamento era regale, l’espressione indecifrabile. Immobile e affilato come una lama sguainata, una lama che il tempo non aveva minimamente smussato. Il suo sguardo era più freddo, più quieto, ma non meno penetrante.

Dovevano essere i visitatori del Moonstone Pack di cui Nolan aveva parlato.

L’aria parve incurvarsi tra noi. Quello più giovane si voltò del tutto, gli occhi che si stringevano non appena mi misero a fuoco. Un’espressione gli attraversò il viso così in fretta che quasi non la colsi. Fece un cenno a una delle guardie e chiese a bassa voce: «Chi è?»

Aggrottai le sopracciglia, abbassai il capo e le gambe mi portarono oltre loro, verso la porta dell’ufficio.

Ero quasi arrivata nell’ufficio di Nolan quando sentii una delle guardie rispondere alla sua domanda.

«È la moglie rogue del nostro Alpha.»

Rogue.

La parola mi schiaffeggiò, non perché facesse ancora male, ma perché l’avevo sentita così tante volte da essere diventata quasi il mio nome. Non Ellie. Non compagna. Non donna. Solo… rogue. Qualcosa di inferiore.

Le porte si chiusero alle mie spalle, e mi costrinsi a concentrarmi sulla strada davanti a me.

Nolan era dietro la scrivania, le braccia conserte, e mi guardava come se fossi in ritardo, anche se non lo ero.

«Sei in anticipo,» borbottò.

«Il tuo Beta ha detto adesso,» risposi. «Quindi sono qui, adesso.»

Mi scrutò, come sempre, cercando di leggere le crepe sul mio viso; io non gliene concessi nemmeno una.

«Ultima possibilità per cambiare idea,» disse con un mezzo ghigno, tentando di farlo passare per una battuta. Ma gli occhi non ridevano.

Inclinai la testa, sarcastica. «Sicuro di voler rinunciare alla tua drammatica moglie rogue? A quanto pare è sempre stata utile per un po’ di pettegolezzo.»

La sua bocca si contrasse in una linea dura.

«Facciamola finita,» dissi.

Qualcosa gli cambiò sul volto. Fastidio, forse. O incredulità. Come se il copione che aveva in testa cominciasse finalmente a sfaldarsi.

All’improvviso, le porte si spalancarono con uno schianto.

Il Beta irruppe dentro, senza fiato, con una cartellina stretta in mano.

«Alpha! Aspetti—La prego, sono importanti!»

Ci voltammo entrambi.

Lui si precipitò in avanti, aggrappato a quella cartellina come se gli bruciasse tra le dita. Gli occhi guizzarono su di me, spalancati e incerti, poi tornarono su Nolan.

Mi accigliai, osservando Nolan allungare la mano verso i fogli.

«Cosa potrebbe mai essere, Beta.»

Lo vidi prima ancora che la cartellina toccasse la mano di Nolan. Il mio nome era stampato in alto sul documento. Il timbro ufficiale della divisione medica del pack. Sapevo cosa c’era scritto lì dentro:

Gravidanza confermata. Età gestazionale stimata: cinque settimane.

Nolan aggrottò la fronte e, mentre lo prendeva, disse: «Che cos’è…?»

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