Ho Dimenticato che Ti Amavo, Alfa

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Capitolo 1

Il punto di vista di Ellie

«Hai sentito che l’Alpha ha sposato quella ragazza rogue solo per il figlio? Perché si dice che il figlio di un compagno predestinato debba essere il più forte?»

«Altrimenti perché mai l’avrebbe sposata, una smidollata di bassa stirpe… Come si chiama, Ellie?»

«Non importa.» Parlò anche l’Alpha, il mio compagno predestinato, Nolan. «Stiamo per divorziare.»

«Giusto. È inutile.» Lo circondavano persone—amici, subordinati—che ridevano, come se avessero appena sentito una battuta.

A quelle parole, il test di gravidanza mi scivolò di mano e cadde a terra.

Stavo per dirgli che finalmente ero incinta. Dopo tre lunghi anni.

Una vita nuova, nata dal legame di compagni. Nata da noi.

Pensavo che Nolan ne sarebbe stato felice; aveva sempre desiderato un erede.

E invece, quando arrivai di corsa da casa, piena di entusiasmo, al suo solito lounge, trovai Nolan con un gruppo di persone che ridevano di me. Mi chiamavano “quella ragazza rogue”, “una di bassa nascita”, dicevano che ero disperata, che mi aggrappavo a lui.

E c’era una donna, stretta a Nolan.

La sua ex ragazza.

Felicity.

Attraverso il vetro del lounge, Nolan sedeva in un privé, in una saletta appartata: i capelli scuri impeccabilmente pettinati, la linea netta della mascella accesa dalla luce dorata del bar. L’abito gli fasciava le spalle larghe, tagliato su misura come se dovesse contenere la sua forza; in ogni dettaglio era composto, indecifrabile. Una mano riposava sul velluto dello schienale dietro di lui, l’altra stringeva un bicchiere da cui non aveva nemmeno bevuto. Sembrava un uomo scolpito nel ghiaccio e nel controllo: distante, bellissimo, e completamente fuori dalla mia portata—come sempre.

Il corpo sinuoso di Felicity si appoggiava al suo, il seno quasi straripava dal vestito rosso mentre i lunghi capelli dorati le scivolavano sulla spalla come seta. Rise, gettando indietro la testa, e fece scorrere un dito lungo la manica di lui. Nolan non si ritrasse. Non la rimise al suo posto. Restò lì, lasciandoglielo fare, con lo sguardo fisso da qualche parte oltre la sua spalla.

Serrrai la mascella. Felicity aveva lasciato il branco anni prima, quando Nolan e io ci eravamo sposati… Era per lei che avevano organizzato questa festa?

Quel locale era sfarzoso, un lounge in cui raramente osavo mettere piede. Solo che oggi non mi importavano i sussurri di quelle persone impeccabili e potenti, che non facevano mai davvero lo sforzo di nascondere quanto mi disprezzassero.

Spinsi la porta e sbirciai dentro, esitante, incerta su come—o se—avvicinarmi in mezzo a quella folla di corpi. Accanto a me, alcuni membri del branco osservavano con evidente interesse, ridendo forte, troppo forte, come se volessero farsi sentire. «Felicity e Nolan, di nuovo insieme. A dirla tutta, stanno benissimo.»

«Felicity è molto meglio di quella ragazza rogue; dopotutto è la figlia di un Beta.»

«Ellie ha supplicato Nolan di sposarla. Che pena. Non le dispiacerà se Nolan va con altre. Dovrebbe essere grata che lui l’abbia anche solo sfiorata.»

La loro risata era crudele, tagliente, e nessuno lì dentro si prese la briga di abbassare la voce. Lui non li fermò.

Il respiro mi si bloccò in gola e strinsi il bordo dello stipite per non vacillare. Aspettai che Nolan lo negasse. Che dicesse qualcosa.

Invece si limitò a un’alzata di spalle vuota.

«Mi è sembrata semplicemente dimenticabile,» disse, con un tono indifferente quanto la sua espressione. «Non c’era nessuna scintilla che valesse la pena alimentare.»

Il mondo mi si inclinò sotto i piedi.

Alla fine mi videro. Alcuni mi lanciarono un’occhiata e poi distolsero lo sguardo, coprendosi la bocca, divertiti. Altri non fecero nemmeno finta di nascondere i ghigni. Ma gli occhi di Nolan incrociarono i miei per ultimi. E quando successe, non ci fu un’ombra di rimorso. Nessuna scusa. Solo la stessa indifferenza vuota.

«Vattene!» mi urlò qualcuno, come se stesse scacciando una senzatetto. Qualcuno, ubriaco, mi lanciò addosso un drink ridendo. «Vai a raccogliere la spazzatura! Non è questo che fate voi rogue?»

La speranza si frantumò come vetro sottile. Mi voltai e scappai. Non sapevo nemmeno dove stessi andando, ma i piedi mi trascinarono via in un goffo caos.

Qualcuno mi chiamò da dietro. Un Beta, credo. «Fuori è pericoloso...»

«Lasciala andare.»

Quella era la voce di Nolan.

«È ora che capisca qual è il suo posto.»

Non mi ero nemmeno accorta che avesse cominciato a piovere, finché la mente non mi scattò di nuovo al suo posto. La testa mi martellava per quanto avevo pianto, la vista era annebbiata, e non avevo idea di dove mi trovassi—

Non è giusto.

Avevo dato tutto. Mi ero piegata in due per cercare di farmi vedere, di farmi amare. Avevo implorato in silenzio briciole d’affetto, aggrappata alla speranza che si ammorbidisse, che un giorno tendesse la mano verso di me come io l’avevo tesa verso di lui, sempre, nonostante il mio posto nel branco.

Sbuchai oltre i mattoni, e le scarpe schizzarono dentro una pozzanghera.

Un’auto suonò il clacson.

I fari esplosero.

Mi voltai troppo tardi.

«Bang—»

L’urto mi piombò addosso, e un dolore feroce mi scoppiò nel corpo.

La luce sbocciò come fuoco, tagliente e bianca, rovente, poi ogni cosa precipitò nel buio, mentre un ululato lontano di lupo si mescolava allo stridio dei pneumatici.


Per primo mi accolse l’odore di disinfettante e lenzuola.

Sbattei le palpebre contro le luci bianche, crudeli.

Una stanza d’ospedale: solo quelle luci sanno bruciarti gli occhi così. Le membra mi parevano di piombo, la testa impastata di nebbia. Da qualche parte lì vicino, il bip di alcune macchine.

«Ellie!»

Una voce familiare squarciò la foschia. Girai la testa lentamente. Una donna dai capelli rossi si chinava sul letto; aveva il viso pallido, gli occhi spalancati e arrossati, cerchiati di preoccupazione.

«Stai bene? Dea, Ellie, mi hai spaventata. Hanno detto che sei scesa in strada senza guardare. Ma cosa ti è saltato in mente?!»

Provai a rispondere, ma le parole mi si annodarono sulla lingua. Che cosa è successo... Sono scesa in strada?

Perché non ne avevo alcun ricordo?

La porta si aprì ed entrò un’infermiera, seguita da un uomo con l’uniforme di un guaritore. Il guaritore mormorò qualcosa all’infermiera, poi si voltò verso di me.

«Come si sente?»

Lo fissai senza espressione.

«Ok.» Il guaritore chiaramente non si curò della mia risposta; tirò fuori una penna. «Si chiama Ellie Ashwood, giusto?»

Non dissi niente. Il guaritore corrugò la fronte e avvicinò un tablet, sfogliando degli appunti. «Abbiamo contattato il suo compagno. Alpha Nolan. Le ha mandato un mindlink prima, ma...»

Sbattei di nuovo le palpebre, piano.

Il mio compagno...

Che cos’è un compagno?

Ho perso la memoria o...?

Il guaritore disse: «Alpha Nolan ha detto che pensava stesse solo inventando l’incidente per attirare l’attenzione, per creare problemi. Comunque, lo informerò che è sveglia.»

Un silenzio tagliente calò sulla stanza; poi una voce indifferente mi arrivò quasi nelle orecchie, dentro la testa.

«Ellie. Sul serio?» La voce di un uomo, familiare, parlò nei miei pensieri. «...Dovevi proprio fare tutto questo casino per niente?»

Il punto di vista di terza persona

Nolan era furioso.

Ricevette una chiamata dal guaritore: Ellie aveva avuto un incidente d’auto.

Pensò che fosse l’ennesima scusa.

In tutti quegli anni aveva combinato ogni genere di guaio. Capricci, scenate, drammi su drammi—solo per attirare la sua attenzione. Ne aveva abbastanza.

Un incidente d’auto, adesso, eh?

Era sparita da appena mezz’ora. Quali erano le probabilità?

«Non sto al tuo giochino infantile.» La sua voce era bassa. «Quante volte userai scuse per avere la mia attenzione? Devi smetterla, Ellie. Ho di meglio da fare—»

«Ehm... cosa?» La sua voce suonò esitante. «Quale casa?»

«Torna a casa.» ordinò lui. «E smettila di disturbarmi.»

La sua voce era completamente confusa. «NON SO DOV’È CASA... chi diavolo sei?»

«......» Lui disse. «Cosa?!»

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