Capitolo 2
Punto di vista di Emma
L’autista era un tipo di mezza età che non provò a fare conversazione, cosa che apprezzai. Passai i trenta minuti di tragitto a fissare fuori dal finestrino, guardando la città cambiare intorno a noi. Attraversammo distretti commerciali con le loro catene tutte uguali, poi quartieri residenziali dove le case diventavano più grandi e i giardini più verdi. Gli edifici cominciarono a diradarsi e, all’improvviso, vidi più cielo, più di quelle montagne folli in lontananza. Dall’aeroporto si vedevano già, ma adesso sembravano più vicine, più reali.
Quando imboccammo il viale principale del campus, le vidi.
Striscioni. Ovunque. Appesi a ogni lampione: tessuto azzurro ghiaccio con al centro la testa di un lupo bianco ringhiante. Lo stesso logo ripetuto sui fianchi degli edifici, sulle panchine, su quella che pareva ogni superficie disponibile.
«Grande scuola di hockey», commentò l’autista, incrociando il mio sguardo nello specchietto retrovisore.
«Già», dissi. «Sto iniziando a farmene un’idea.»
Mi lasciò esattamente dove aveva detto Victoria: proprio davanti a un edificio di mattoni con un’insegna che diceva “Sicurezza del Campus”. Trascinai le valigie dentro, con le braccia già indolenzite, e trovai al banco uno studente lavoratore dall’aria annoiata. Avrà avuto diciannove anni, stava scorrendo il telefono.
«Posso lasciarle qui per un po’?» chiesi, indicando le borse. «Devo trovare una persona.»
Lui alzò appena lo sguardo. «Certo. Firmi qui.»
Scarabbocchiai il mio nome sulla sua tavoletta e trascinai le valigie dietro il bancone. Quando tornai fuori, le sentii.
Un gruppetto di ragazze, cinque o sei, che passava davanti all’edificio della sicurezza. Fissavano tutte i telefoni e parlavano una sopra l’altra, con voci alte ed eccitate.
«Avete visto il video su PuckTok di stamattina?» disse una di loro. Aveva i capelli lunghi e scuri e indossava una maglia dei Frost Wolves. «Il one-timer di Caleb era fottutamente assurdo.»
«Te lo dico io, va al primo giro del draft», rispose un’altra ragazza. Questa era bionda, più bassa. «Gli Avalanche sarebbero stupidi a non prenderlo. Gli farà guadagnare un sacco di soldi.»
«Altro che hockey.» Una terza ragazza rise. «L’avete visto alla festa di Tyler lo scorso weekend? Quell’uomo è sesso che cammina. Gli lascerei farmi cose indicibili.»
Scoppiarono in risatine, e io rimasi lì sul marciapiede a elaborare quello che avevo appena sentito.
Caleb. Stavano parlando di Caleb. Il mio Caleb. Solo che non era mio un bel niente: era soltanto lo stronzo che mi aveva lasciata piantata all’aeroporto.
Però, a quanto pareva, era anche una specie di dio del campus.
Le ragazze continuavano a camminare, e mi resi conto che si stavano dirigendo verso un edificio enorme al margine del campus. Le seguii, mantenendo abbastanza distanza da non sembrare strana.
L’arena di hockey era gigantesca. Tutto vetro e acciaio, con “FROST WOLVES HOCKEY” scritto sulla facciata in lettere che dovevano essere alte quasi un metro. Spalancai una delle pesanti porte di vetro ed entrai.
La temperatura crollò all’istante. Un’aria gelida mi colpì il viso, tagliente, pungente, portando con sé l’odore di ghiaccio, gomma e sudore. La pista si stendeva davanti a me, accecantemente bianca sotto enormi luci sospese. Le gradinate salivano su entrambi i lati, quasi vuote, a parte gruppetti sparsi di persone con telecamere e telefoni puntati sul ghiaccio.
Tutti guardavano la stessa cosa.
E mi ritrovai a guardarla anch’io.
C’erano forse quindici giocatori là fuori, impegnati negli esercizi. Si muovevano veloci, i pattini tracciavano linee nette sul ghiaccio, e il rumore rimbombava nell’arena. Un allenatore urlava dalla panchina, la voce che rimbalzava sulle pareti.
Ma i miei occhi continuavano a essere attratti da un giocatore.
Il numero nove.
Ricevette un passaggio da un compagno — fluido, senza un attimo d’esitazione — e ruotò su se stesso così in fretta che sembrò non costargli nulla. Poi scagliò il disco verso la porta. Entrò con una tale forza e velocità che il portiere non si mosse nemmeno. Rimase lì. Il rumore del disco che colpiva il fondo della rete schioccò nell’aria come uno sparo.
«Cazzo sì!» urlò qualcuno dalla panchina.
Il giocatore pattinò all’indietro e adesso riuscivo a vederlo bene.
Alto. Probabilmente oltre il metro e ottanta, forse un metro e ottantotto. Spalle larghe che riempivano la maglia, il tessuto scuro di sudore e incollato al petto. Le gambe erano puro muscolo, cosce spesse che lo spingevano sul ghiaccio. I capelli castano scuro spuntavano da sotto il casco, spettinati e umidi.
E i suoi occhi — anche da quella distanza li vedevo. Azzurro ghiaccio. Concentrati. Intensi, in un modo che mi fece contorcere qualcosa nel petto.
Il cuore mi fece quel battito stupido, come un fremito.
Pensai, Wow, il numero nove è proprio...
Poi si girò e vidi il nome sulla schiena.
CLAFFEY.
Tutto, nel petto, mi si gelò.
Era Caleb. Quello che mi aveva piantata in asso in aeroporto. Quello che per quattro anni mi aveva trattata come se gli avessi rovinato la vita di proposito. Quello con cui avrei dovuto vivere per il prossimo anno.
E io ero appena stata—
No. Assolutamente no. Non succederà.
Distolsi lo sguardo, costringendomi a concentrarmi su qualunque altra cosa. L’allenatore stava ancora urlando istruzioni. Gli altri giocatori facevano esercizi di passaggi. Alcune persone sugli spalti stavano filmando col telefono, probabilmente per altri video su TikTok.
Nessuno mi stava prestando attenzione.
Passai in rassegna l’arena, cercando qualcuno — chiunque — a cui chiedere. Ma al banco d’ingresso non c’era nessuno. Non si vedeva personale da nessuna parte. Solo l’allenatore e i giocatori sul ghiaccio, e i tifosi sparsi sugli spalti, fin troppo assorti a filmare per notarmi.
Avrei potuto aspettare la fine dell’allenamento, ma chi sapeva quanto ci sarebbe voluto? E poi avrei dovuto avvicinare Caleb davanti a tutta quella gente, con le loro telecamere, e affrontare una conversazione imbarazzante in cui probabilmente mi avrebbe ignorata o avrebbe fatto qualche commento sul bastone da hockey, e—
Il mio sguardo si posò su una porta dall’altra parte dell’arena, mezza nascosta dietro le gradinate.
Un cartello: «SOLO GIOCATORI».
La sua roba doveva essere nello spogliatoio, no? E se la sua roba era lì, probabilmente anche le chiavi erano lì.
Guardai il telefono. Batteria al quindici per cento. Mi facevano male le gambe per aver trascinato quelle valigie in giro, e la testa cominciava a pulsare per l’altitudine o per lo stress, o per entrambe le cose. Potevo restare lì come un’idiota ad aspettare che finisse l’allenamento — che, per quel che ne sapevo, poteva durare un’altra ora — oppure potevo semplicemente... dare un’occhiata. Solo sbirciare dentro. Se vedevo la sua borsa, prendevo la chiave e lasciavo un biglietto. Se no, sarei uscita subito. Trenta secondi, al massimo.
Era stupido. Decisamente stupido.
Mi guardai intorno un’ultima volta. L’attenzione di tutti era ancora inchiodata sul ghiaccio. L’allenatore gesticolava come un pazzo, mostrando qualcosa. I giocatori si stavano raggruppando per un altro esercizio.
Nessuno stava guardando la porta.
Inspirai e cominciai a camminare, mantenendo un’andatura disinvolta, come se avessi tutto il diritto di essere lì. La mano si chiuse sulla maniglia di metallo fredda. Sentivo il polso pulsare fino alla punta delle dita, rapido e martellante.
Un altro respiro.
Poi spinsi la porta e entrai.
