Capitolo 3
Steven si voltò e vide Alice e Ivy.
Alice alzò una mano per infilarsi i capelli dietro l’orecchio, esponendo di proposito il collo sottile e i lobi delle orecchie, velati di rosa.
Steven sogghignò tra sé: un trucco classico da volpe astuta.
Voleva che Steven cadesse nella sua rete senza nemmeno accorgersene.
Alice, volpe astuta di prima categoria e ipocrita, questo lo sapeva benissimo.
Ma, purtroppo per lei, lo Steven di adesso non era più quel corteggiatore ingenuo e devoto.
Non molto tempo prima, quella donna aveva provocato la sua morte, spingendolo a una fine tragica.
Aveva persino voluto spezzargli le costole per farci una zuppa!
A quel pensiero, lo sguardo di Steven si fece all’improvviso gelido, colmo d’intento omicida.
Dopotutto l’apocalisse era alle porte. Anche se l’avesse uccisa, non avrebbe avuto alcuna importanza.
Doveva farlo subito?
Alice rabbrividì sotto quello sguardo e disse, nervosa: «Steven... che ti prende?»
Steven distolse in fretta gli occhi e rispose, indifferente: «Niente. Ti ho scambiata per un’altra.»
Poi cambiò idea di colpo.
Se quella donna fosse morta così, non sarebbe stato troppo facile per lei?
E poi, se l’avesse ammazzata lì e allora, con ogni probabilità non sarebbe riuscito a sfuggire alla legge.
Steven non voleva trovarsi in prigione quando sarebbe arrivata l’apocalisse.
Meglio farle assaggiare prima la disperazione dell’apocalisse e poi giocare con lei fino a farla morire, a modo suo.
Di tempo per prepararsi, Steven ne aveva quanto bastava.
Con i ricordi di prima della rinascita, aveva cento modi per farla morire tra atroci sofferenze.
Perciò, per il momento, non c’era motivo di ucciderla tanto in fretta.
La cosa più importante, adesso, era costruire il rifugio più sicuro, per assicurarsi di attraversare l’apocalisse vivo, al sicuro e perfino comodo.
Steven si mostrò glaciale con Alice.
Anche Alice e Ivy avvertirono che qualcosa non andava.
Eppure, dopo aver creduto per errore che Steven fosse un ricco rampollo di seconda generazione, non si offesero per il suo atteggiamento; al contrario, gli si avvicinarono con ancora più zelo.
È normale che i ricchi abbiano un po’ di carattere!
«Ehi, Steven, stavi mangiando in quel ristorante?» chiese Ivy, fingendo noncuranza.
Steven aggrottò appena la fronte. Neppure quella donna era una santa; era marcia tanto quanto Alice.
Quando l’avevano raggirato per fargli distribuire cibo e condurlo alla morte, lei era stata complice.
«Sì,» rispose Steven, freddo; poi infilò le mani in tasca, si voltò e si diresse verso il supermercato.
Alice e Ivy lo seguirono in fretta.
«Steven, dove vai?» domandò Alice con un sorriso gentile.
«Al supermercato.» La voce di Steven rimase gelida, con un’ombra d’impazienza.
Se non avesse voluto che lei provasse la disperazione dell’apocalisse, l’avrebbe uccisa seduta stante.
Alice lanciò un’occhiata a Ivy e si affrettò a dire: «Che coincidenza, dobbiamo comprare anche noi un paio di cose, tanto è sulla strada!»
Steven capì. Dovevano averlo visto mangiare in quel ristorante Michelin a tre stelle e l’avevano scambiato per qualche ricco rampollo di seconda generazione.
Ecco perché, all’improvviso, erano diventate così entusiaste.
Non aveva alcuna voglia di parlare con loro e proseguì dritto verso il supermercato.
Ma più lui restava distante, più Alice e Ivy si convincevano che fosse davvero un ricco rampollo.
Altrimenti, perché mai sarebbe stato così altezzoso?
Le due camminavano al fianco di Steven, e Alice arrivò perfino a urtarlo di tanto in tanto, apposta, ora intenzionalmente ora fingendo il caso.
Quando Steven la guardava, lei girava il viso di scatto, timida, arrossendo come se fosse terribilmente in imbarazzo.
Steven sogghignò tra sé. Sei una donna malvagia, pensò. Sai recitare fin troppo bene. Se ti mettessi a fare l’attrice, ti porteresti a casa di sicuro un Oscar.
Steven entrò nel supermercato, afferrò un carrello e si addentrò tra le corsie.
Alice e Ivy presero in fretta anche loro un carrello e lo seguirono.
«Steven, stavi mangiando con qualcun altro?» chiese Alice con un sorriso.
Steven si avviò verso il reparto alimentari e rispose, gelido: «Non posso mangiare da solo?»
Gli occhi di Alice si accesero e si affrettò a dire: «Oh, non intendevo quello. È solo che lì il cibo è caro e ho pensato che stessi offrendo a qualcuno.»
Ivy non poté trattenersi dal domandare: «Steven, tu guadagni poco più di mille dollari al mese, giusto? Quel pasto ti sarà costato mezzo anno di stipendio.»
«A quanto pare la tua famiglia ti ha lasciato parecchi soldi,» aggiunse Ivy.
Alice lanciò subito a Ivy un’occhiataccia. Idiota, come ti viene in mente di fare una domanda del genere!, pensò.
Da volpe scafata di prim’ordine, la regola più importante era una sola: con i ricchi si parla di sentimenti, con i poveri si parla di soldi!
Ivy capì di averla detta grossa e tentò in fretta di rimediare: «Ahah, dai, scherzavo. Siamo tutti buoni amici. I soldi non contano davvero.»
Ma Steven non si degnò di rispondere.
Arrivò al reparto alimentari e, davanti agli scaffali colmi di merce, ebbe la sensazione di essere entrato in una camera del tesoro.
Nella sua vita precedente aveva provato cosa significasse far durare una pagnotta due giorni.
E così aveva una fame di cibo che non conosceva sazietà.
Steven andò dritto agli scaffali e cominciò a buttare nel carrello ogni genere di alimento.
Salsicce, pane, conserve, condimenti: ne prese in grandi quantità.
Alice e Ivy rimasero di sasso.
«Steven, perché stai comprando così tanto cibo? Vai in campeggio?»
«Sì,» rispose Steven, piatto.
Ma Ivy non se la bevve e sussurrò all’orecchio di Alice: «Un ricco erede di seconda generazione mangerebbe questa roba in campeggio?»
Alice era confusa anche lei; però, ripensando a quel pasto da tre stelle Michelin, non se la sentiva di abbandonare l’idea che Steven fosse un ricco rampollo.
Gli corse accanto e disse, piena d’entusiasmo: «Serve una mano?»
Con manodopera gratis a disposizione, Steven non aveva motivo di rifiutare. Anzi, a vedere il sorriso finto e innocente di Alice, gli montò dentro una soddisfazione vendicativa.
Aveva un mese per prepararsi all’apocalisse. Costruire il rifugio perfetto, capace di garantirgli sicurezza, non era difficile. Quanto alle scorte, poteva sempre prenderne altre dal magazzino di Walmart quando voleva.
Così avrebbe potuto assicurarsi sicurezza assoluta e una vita comoda durante l’apocalisse. Perché non far sapere apposta ad Alice che stava accumulando provviste e poi godersi il momento in cui sarebbe venuta da lui in lacrime a chiedere aiuto?
E se anche Alice avesse fatto trapelare informazioni su di lui, attirando quei vicini malintenzionati ad assalirlo, era un problema risolvibile con facilità. Bastava che la sua casa sicura fosse abbastanza solida: non avrebbe dovuto temere attacchi e avrebbe persino potuto respingere efficacemente quei vicini!
Immaginando le loro facce frustrate e impotenti, Steven non riuscì a trattenere un sorriso. Sì, era un’opzione più che praticabile.
Steven progettava di contattare una società di sicurezza per costruire una casa del genere. Se non avesse funzionato, avrebbe lasciato la città e trovato un luogo remoto, nella natura, dove scavare un rifugio sotterraneo.
Era pronto a ogni eventualità.
Steven arricciò le labbra. «Allora mi aiuti a spingere i carrelli!»
Alice annuì in fretta, acconsentendo. Steven mandò anche Ivy a prendere un altro carrello. Pur piene di dubbi, fecero come diceva lui.
Steven comprò un’enorme quantità di cibi non deperibili: pane, salsicce, qualche salume e scatolame. Usò poi un carrello apposta per carne fresca, frutta, verdura e qualche pesce vivo.
Voleva verificare se il suo spazio dimensionale avesse qualche effetto particolare sulla conservazione del cibo fresco.
Tre carrelli erano stipati fino all’orlo. Steven affidò alle due donne quello carico di manzo, agnello e scatolame. Pesava almeno cinquecento libbre e, per lo sforzo, loro grondavano di sudore.
