FIDUCIA INFRANTA

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Capitolo 3 003

EMILY

Ryan si avvicinò lentamente, ogni passo misurato ed esitante, come se temesse che potessi spezzarmi se mi fosse arrivato addosso troppo in fretta.

Aveva gli occhi arrossati, cerchiati dalla stanchezza e dal dolore, e vedere la sofferenza che vi si annidava mi serrò il petto fino a rendermi difficile respirare. Mi fissò a lungo prima di parlare, con una voce così bassa che per poco non la persi.

«Mi hai ferito, Emily. E non so se riesco a perdonarti.»

Quelle parole mi strapparono via l’ultima briciola di forza. La vista mi si offuscò all’istante, e mi ritrovai ad annuire prima ancora di riuscire a far passare un suono oltre il nodo in gola.

«Lo so», sussurrai, con la voce tremante mentre nuove lacrime mi scendevano sul viso. «Capisco, Ry. Davvero.»

Vederlo impegnarsi così tanto per non crollare a causa mia era più di quanto potessi sopportare. Un singhiozzo spezzato mi sfuggì dalle labbra prima che riuscissi a fermarlo, poi ne arrivò un altro, finché piansi con tanta forza che mi tremavano le spalle.

Senza aggiungere una parola, Ryan fece un passo avanti e mi tirò a sé. Mi strinse con decisione, così vicino che potevo sentire sotto l’orecchio il ritmo frenetico del suo cuore.

Una sua mano si mosse lentamente su e giù lungo la mia schiena nel tentativo di calmarmi, e io affondai il viso nella sua maglietta, aggrappandomi al tessuto come se lasciarlo andare significasse farci precipitare entrambi a terra.

«Ehi», mormorò piano. «Non piangere. Ti prego, non piangere.»

«Mi dispiace», singhiozzai, con la voce ovattata contro il suo petto. «Mi dispiace tantissimo, Ryan. Non volevo ferirti. Non volevo che succedesse tutto questo.»

«Lo so», rispose piano dopo una lunga pausa, anche se la voce incrinata mi fece dubitare che credesse davvero alle sue stesse parole.

Alla fine mi scostai quel tanto che bastava per guardarlo; le mani mi tremavano, posate sui suoi avambracci, mentre gli cercavo il volto. L’amore era ancora lì, ma accanto ci stavano anche la delusione e il dolore, e vederli tutti e tre riflessi nei suoi occhi mi attorcigliò lo stomaco in una fitta.

«Ryan», dissi piano, deglutendo contro la strettezza in gola, «dovremmo parlare. Dovremmo parlare davvero di tutto, perché non voglio che facciamo finta che non sia mai successo. Non possiamo continuare a portarci dietro tutto questo sperando che sparisca.»

Mi sostenne lo sguardo per alcuni secondi, poi scosse lentamente la testa. «Adesso non ce la faccio», ammise, con una sincerità dolorosa. «Se comincio a parlare stanotte, potrei dire cose che non potrei più rimangiarmi, e non voglio che la mia rabbia sia la cosa più forte tra noi.»

«Mi merito qualunque cosa tu abbia da dire», ribattei subito. «Se sei arrabbiato, allora sii arrabbiato. Se vuoi urlarmi contro, urla. Me lo merito, devo sentirlo.»

Un sorriso stanco gli sfiorò appena le labbra, per poi svanire. «Forse sì», disse. «Ma io ti amo ancora, Emily. È questo il problema. Per quanto io sia arrabbiato e per quanto faccia male, ti amo ancora, e ho paura che se parlo mentre provo tutto questo, finirò per dire qualcosa che non è vero solo perché sto soffrendo.»

Le lacrime mi tornarono agli occhi mentre allungavo le mani verso le sue, stringendole forte. «Anch’io ti amo», sussurrai. «Ti ho sempre amato, Ryan. Non credo ci sia mai stato un giorno in cui non sia stato così.»

«Piangi sempre in questo modo», mormorò. «Ti vengono quei piccoli singhiozzi quando non riesci a riprendere fiato. Probabilmente non ti accorgi nemmeno di farlo.»

Nonostante tutto, mi sfuggì una risata bagnata e scossi la testa. «Noti ancora cose del genere?»

«Le noto sempre», rispose senza esitare. «Non credo che smetterò mai.»

Appoggiai la fronte contro il suo petto, ascoltando il battito accelerato del suo cuore mentre cercavo di regolare il mio respiro. «Ho paura», ammisi sottovoce. «Ho paura che mi lascerai, e non credo che sopravvivrei a perderti.»

«Farò qualunque cosa per sistemare questa situazione», dissi con disperazione. «Qualunque cosa serva, la farò.»

Mi guardò a lungo, poi scosse piano la testa. «Stasera non mi servono promesse», disse. «Mi serve solo che tu resti qui con me ancora per un po’.»

«Sono qui», sussurrai. «Non vado da nessuna parte.»

I suoi occhi si addolcirono mentre si chinava in avanti e posava un bacio lento sulla mia fronte, restando lì un breve istante.

Quando finalmente si scostò, un’ombra d’esitazione gli attraversò il viso, e io vidi la lotta che infuriava dentro di lui.

Colmò la breve distanza fra noi e mi baciò, riversando in quel bacio ogni grammo di dolore, desiderio, rimpianto e amore: un bacio che conteneva tutte le parole che nessuno dei due era pronto a pronunciare.

Una parte di me voleva fermare tutto prima di andare oltre. Volevo che ci sedessimo e, finalmente, affrontassimo la conversazione che stavamo evitando. Ma appena quel pensiero mi attraversò la mente, le braccia di Ryan si strinsero attorno a me, come se l’avesse percepito.

Senza preavviso, infilò un braccio sotto le mie ginocchia e l’altro intorno alla mia schiena, poi mi sollevò con facilità tra le sue braccia.

Mi sfuggì un piccolo sussulto e l’istinto prese il sopravvento: le mani mi scivolarono attorno al suo collo mentre alzavo lo sguardo verso di lui. Non sorrise né mi stuzzicò come avrebbe fatto di solito.

Si limitò a tenermi stretta contro il suo petto e a portarmi di sopra, un gradino alla volta, con passo deliberato; nessuno dei due disse una parola mentre la distanza fino alla nostra camera si consumava sotto di noi.

«Ry…» sussurrai piano, incapace di trattenermi.

Lui a malapena mi guardò mentre rispondeva. «Shh. Non dire niente.»

Quando arrivammo in camera, mi adagiò con delicatezza sul letto e fece un passo indietro. Per diversi, lunghi secondi nessuno dei due si mosse.

Il cuore mi martellava dolorosamente nel petto, mentre la mente frugava disperata in cerca della cosa giusta da dire; eppure ogni scusa, all’improvviso, mi sembrava troppo piccola per il danno che avevo causato.

Ryan e io eravamo sempre riusciti a ritrovarci senza parole. Quando la vita diventava troppo pesante o le conversazioni ci fallivano, in qualche modo ci capivamo attraverso la vicinanza, in un modo che nessuno dei due era mai riuscito a spiegare.

Con le mani tremanti, mi tolsi lentamente il resto dei vestiti, senza distogliere gli occhi da lui. Non stavo cercando di tentarlo. Ero davanti all’uomo che aveva conosciuto ogni mia versione, e stavo scegliendo di non nascondermi più.

Quando mi distesi infine sul letto, esposta in ogni senso possibile, mi sentii più fragile di quanto mi fossi mai sentita in vita mia.

Ryan rimase esattamente dov’era, a fissarmi con un’espressione che non riuscivo nemmeno a decifrare. Dietro i suoi occhi indugiava il dolore, intrecciato al desiderio, alla confusione e a qualcos’altro che somigliava quasi al lutto. Dopo un lungo silenzio fece finalmente un passo lento verso di me; la mascella si contrasse, poi parlò.

La sua voce uscì aspra.

«Lui… è mai andato a letto con te?»

Risposi prima ancora che finisse la domanda, scuotendo la testa così in fretta che le lacrime rischiarono di traboccare di nuovo.

«No», dissi, ferma. «Mai. Te lo giuro.»

Chiuse gli occhi per un istante, inspirando piano, in modo incerto, come se la mia risposta avesse raggiunto un punto profondo dentro di lui. Quando mi guardò di nuovo, la tensione sul suo volto era cambiata, anche se non era svanita.

«Girati.»

Obbedii senza esitare, con il battito impazzito mentre gli davo le spalle. La stanza ripiombò nel silenzio, a parte i suoni lievi dietro di me: il fruscio della stoffa, una cintura che si allentava; ogni movimento sommesso, in qualche modo, più fragoroso di qualunque conversazione avremmo potuto avere.

Un attimo dopo lo sentii avvicinarsi, finché il suo calore mi circondò, e poi le sue mani si posarono con delicatezza sui miei fianchi.

Quando infine mi attirò indietro contro di sé, ci fu una tenerezza in quel gesto che mi fece dolere il petto.

Sotto quella tenerezza, però, c’era qualcosa di più pesante che non potevo ignorare. Sembrava crepacuore mescolato al desiderio, amore aggrovigliato alla paura di perderlo per sempre.

Chiusi gli occhi, travolta dalla miscela di conforto e tristezza che mi inondava, desiderando più di ogni altra cosa che la sola vicinanza potesse riparare tutto ciò che avevamo spezzato.

«Ryan…»

Non rispose.

Quando quel momento finì, rimase lì ancora per qualche secondo, con le braccia avvolte intorno a me esattamente come erano state di sotto, stringendomi con una tenerezza che mi fece credere, anche solo per un istante, che forse non eravamo completamente senza speranza.

Poi lo sentii lasciarmi andare, lentamente.

Rimasi dov’ero mentre si rivestiva in silenzio alle mie spalle, ascoltando i suoni familiari della stoffa, di una zip e il clic morbido della cintura.

Sentivo il suo sguardo indugiare su di me, pesante di tutto ciò che non era stato detto.

Pochi secondi dopo, la porta della camera si aprì.

Poi si richiuse.

E lui se n’era andato.

Fissai lo spazio vuoto accanto a me finché la vista non mi si appannò del tutto, e un pensiero terribile si posò in fondo al petto con una certezza da cui non riuscivo a fuggire.

Credo di aver distrutto il mio matrimonio.

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