FIDUCIA INFRANTA

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Capitolo 1 001

EMILY

Stavo perdendo la testa.

Era l’unica spiegazione che avesse senso. Nient’altro spiegava con quanta facilità avessi cominciato a giustificare cose che un tempo avevo giurato che non avrei mai fatto.

Stavo tradendo Ryan, non fisicamente, non del tutto, ma emotivamente, e in qualche modo questo mi sembrava peggio. Mi sembrava subdolo. Mi sembrava disonesto. Mi sembrava di tradirlo al rallentatore. Stavo scivolando in qualcosa che sapevo di non dover toccare, qualcosa di caldo e invitante e pericoloso, e continuavo a ripetermi che potevo fermarmi in qualsiasi momento.

Mi dicevo che era innocuo. Mi dicevo che non significava niente. Stavo mentendo a me stessa.

«Sei ancora in ufficio, amore mio?»

Il messaggio di Fredrick illuminò il mio telefono, luminoso e pericoloso contro il debole chiarore della lampada sulla scrivania. Sentii subito il petto stringersi.

Fissai lo schermo più a lungo del dovuto, con il pollice sospeso come se il telefono potesse bruciarmi se lo avessi toccato. Il cuore mi batteva all’impazzata, come se mi avessero già colta in flagrante mentre facevo qualcosa di sbagliato. Inspirai lentamente, una volta, due, cercando di calmarmi, poi digitai: «Sì.»

La risposta arrivò quasi all’istante. «Vieni da me.»

Ero già in piedi prima ancora di rendermi pienamente conto di ciò a cui avevo appena acconsentito. La sedia strisciò piano sul pavimento mentre mi alzavo, con il battito che mi rimbombava nelle orecchie.

Le mani mi tremavano mentre mi sistemavo il vestito, controllavo il mio riflesso nello schermo scuro del telefono e mi tamponavo un po’ di profumo sui polsi e sul collo. Quel profumo mi sembrava intimo, inutile, intenzionale. Mi sembrava sconsiderato. Mi sembrava eccitante.

Il suo ufficio era silenzioso, con le luci abbassate, e a quell’ora l’edificio era quasi vuoto. I miei passi nel corridoio risuonavano troppo forti, e ognuno mi rimandava indietro il peso della mia colpa. Bussai una volta, piano, poi aprii la porta prima di riuscire a farmi cambiare idea.

«Ehi, bello,» dissi piano, forzando un sorriso.

Fredrick alzò lo sguardo dalla scrivania e ricambiò il sorriso, lento e caldo, il tipo di sorriso che ti faceva sentire vista invece che esaminata.

Aveva quell’effetto sulle persone. Aveva quarantacinque anni, vent’anni più di me, era divorziato ed era sicuro di sé senza essere appariscente. Calmo, in un modo in cui Ryan ultimamente non era stato. Mi ascoltava quando parlavo. Si ricordava delle piccole cose. Si accorgeva quando ero stanca, sopraffatta o quando facevo finta che andasse tutto bene.

«Sei bellissima,» disse, alzandosi.

Risi nervosamente e feci spallucce. «Lo dici sempre.»

«Perché è sempre vero,» rispose con naturalezza.

Camminò verso di me, colmando la distanza tra noi con una calma sicurezza. «Vieni qui.»

Lo feci. Non finsi nemmeno di opporre resistenza. Mi avvicinai lentamente, consapevole di ogni passo, di ogni respiro, di ogni secondo che si tendeva fino a diventare sottile.

Lui sorrise con aria compiaciuta, chiaramente soddisfatto, e quando mi raggiunse posò le mani con decisione sui miei fianchi. Mi attirò a sé in un bacio lento. Mi abbandonai a quel bacio senza pensare, con le mani appoggiate sul suo petto, la testa che girava per quanto tutto questo sembrasse naturale e sbagliato allo stesso tempo.

Le sue mani scesero più in basso e la realtà mi investì di colpo come acqua gelida. Mi allontanai bruscamente, con il respiro irregolare. «Non posso,» dissi in fretta. «Mi dispiace.»

Lui si fermò, studiandomi il viso, poi annuì una volta. «Va bene.»

Il sollievo durò poco. Mi attirò di nuovo a sé, stavolta con maggiore delicatezza, e si sedette, facendomi scivolare sulle sue ginocchia come se fosse la cosa più naturale del mondo. Il cuore mi martellava così forte che ero certa potesse sentirlo, percepirne i colpi attraverso il mio petto.

«Perché non vuoi lasciarlo?» mi chiese a bassa voce, più morbida adesso. «Emily, io vedo qualcosa tra noi. Lo vedi anche tu. Non puoi negarlo.»

Scossi la testa in fretta, il panico che si mescolava al senso di colpa. «Non posso lasciare Ryan» dissi. «Lo amo. E so che lui ama me.»

Espirò lentamente, la presa che si stringeva appena. «Non è questo che un uomo vuole sentirsi dire quando sta tenendo tra le braccia la donna che desidera.»

«Lo so» sussurrai, con la gola chiusa. «Mi dispiace. Non volevo che succedesse.»

La stanza sembrava pesante, densa delle parole che non stavamo dicendo, dei sentimenti che non sapevo mettere in ordine né zittire. Persino l’aria pareva premere su di noi.

Poi una voce squarciò ogni cosa.

«Che diavolo sta succedendo qui?»

Balzai in piedi così in fretta che le ginocchia per poco non mi cedettero. Mi voltai, e sentii il cuore precipitare dritto nello stomaco.

Ryan era sulla soglia. I suoi occhi passarono da me a Fredrick e poi di nuovo a me, lenti e deliberati, come se stesse ricomponendo un’immagine che non avrebbe mai voluto vedere. Il suo volto si indurì in qualcosa che non gli avevo mai visto prima, qualcosa di freddo e distante che mi fece subito male al petto.

«Ryan» sussurrai, con la voce sul punto di spezzarsi.

Fece un passo indietro, come se avesse bisogno di spazio da me, come se all’improvviso fossi troppo vicina, troppo. «Spiega.»

«Non è come sembra» dissi in fretta, le parole che mi uscivano addosso prima che potessi fermarle. «Te lo giuro.»

Rise una sola volta, secco e senza alcuna allegria, e quel suono mi tagliò in due. «Eri seduta sulle sue ginocchia, Emily.»

Le lacrime mi bruciarono negli occhi, offuscando tutto. «Ti prego» dissi, con la voce tremante. «Ti prego, ascoltami.»

«Ti sto ascoltando» rispose calmo, e in qualche modo la cosa lo rese peggiore. «Quindi parla.»

«Non è niente» dissi, anche se la gola si serrava. «Te lo giuro. Non è niente.» Odiavo quanto suonasse debole, quanto sembrasse falso perfino alle mie orecchie.

Fredrick mi si avvicinò, abbastanza da farmi sentire la sua presenza. La sua mano si mosse verso la mia vita, familiare, istintiva. Mi scostai all’istante, il cuore impazzito. «Non farlo» dissi brusca, il panico che mi inondava il petto.

Ryan se ne accorse. Certo che se ne accorse. La mascella gli si irrigidì, gli occhi che si stringevano appena. «Quindi ti sei spostata quando lui ti ha toccata» disse piano, «ma eri tranquilla a sederti su di lui?»

Quella domanda colpì più forte di qualunque accusa. Mi fissava come se non mi riconoscesse, come se la ragazza che amava fosse sparita proprio davanti a lui. Faceva più male di qualsiasi altra cosa.

«Dillo chiaramente» disse. «Che cosa c’è tra voi due?»

«Non lo so» ammisi, e adesso la voce mi si spezzò del tutto. «So che ti amo. So che ho sbagliato… Mi dispiace, ti prego.»

Il silenzio che seguì fu forte e crudele, si allungò finché diventò insopportabile. Ryan annuì lentamente, senza distogliere gli occhi dai miei, come se stesse imprimendo quell’istante nella memoria.

«Wow» disse a bassa voce. «Davvero non è come sembra.»

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