Capitolo 2 Capitolo due
«Dannazione», borbottò Tessa comparendo accanto a Kaelani, allungando il collo verso la porta dove il campanello aveva appena smesso di oscillare. «L’hai visto? Era da paura. Cioè… ingiustamente figo. Il completo, le spalle, tutta quell’aria rovente da “mi mangio gli stagisti a colazione”…»
Kaelani le lanciò un’occhiata e tornò al suo vassoio di paste. «Ha ordinato una torta e un caffè. Tutto qui.»
Tessa gemette. «Tutto qui? Tesoro, sei impossibile. Uno così entra, tira fuori i soldi senza nemmeno battere ciglio e tu non pensi neanche a—» Fece un gesto vago con le mani che Kaelani si rifiutò di interpretare.
«Non è il mio tipo.» La voce di Kaelani era piatta, ma il petto le sembrava comunque troppo stretto, il battito irregolare. Detestava che riuscisse ancora a sentire il peso della sua presenza anche se se n’era già andato.
Tessa ghignò, imperterrita. «Per favore. Uno così è il tipo di chiunque.»
Kaelani alzò gli occhi al cielo, sistemando le paste in file ordinate. «Tieni a bada gli ormoni e torna al lavoro», disse, con un accenno di sorriso che le tirava le labbra.
Tessa fece una scenata, mano premuta sul petto. «Scusa? Ecco, è per questo che sei sempre così tesa. Hai bisogno di farti scopare—bene.»
«Il mio vibratore va benissimo», ribatté Kaelani, secca.
Tessa scoppiò a ridere. «Sì, come no. Non è niente in confronto a un uomo che ti martella fino alla gloria.»
Kaelani scosse la testa, trattenendo una risata mentre si girava. «Sei insopportabile.»
Il pomeriggio scivolò via in un continuo indistinto di clienti, farina e infornate. A giornata inoltrata, l’ondata si assottigliò, lasciando soltanto il ronzio dei forni e il fruscio morbido della spatola di Kaelani contro la ciotola d’impasto.
Si fermò, premendosi il dorso della mano sulla fronte. Calda. Troppo calda. I forni del panificio tenevano sempre il locale al caldo, ma quello era diverso: un calore lento che le strisciava sotto la pelle, sbocciando basso nel ventre.
«Ugh, qui dentro è come una sauna», si lamentò Tessa dal bancone, sventolandosi con un menù. «Giuro che se ci arriva un altro ordine di brownies al triplo fondente, faccio la rivoluzione.»
Kaelani si costrinse a un piccolo sorriso, anche se la gola le sembrava asciutta. «Forse sei solo in hangover.»
«Maleducata», ribatté Tessa, ma il suo sorriso era leggero.
Kaelani si asciugò i palmi sul grembiule. No, non erano i forni. Né la giornata. Né qualcosa che sapesse nominare. Un’irrequieta vibrazione le ronzava nelle vene, accelerandole il cuore, rendendole instabili le mani mentre allungava la presa verso un altro vassoio. Andò avanti lo stesso, ignorando il disagio che le rosicchiava il petto.
Quando il sole cominciò a calare, striando di oro le vetrine, Kaelani sentì il sudore pungerle dietro la nuca. Si raccolse i capelli con dita rapide e frustrate, facendo finta di non notare il modo in cui il suo corpo la stava tradendo.
C’era qualcosa che non andava.
«Ehi», la chiamò Tessa dal davanti, osservandola con attenzione. «Stai bene? Non hai una bella cera.»
«Sto bene», disse in fretta Kaelani, costringendosi a tenere le mani in movimento mentre puliva il piano di lavoro. Ma in fondo lo sapeva: non stava affatto bene.
«Stronzate», tagliò corto Tessa, piantando le mani sui fianchi. «Hai la faccia rossa. Cioè, davvero rossa.»
Kaelani si tirò il colletto della maglietta, la stoffa appiccicata in modo fastidioso alla pelle umida. Il rossore non era solo sul viso: il calore si spandeva ovunque, raccogliendosi in punti che le fecero serrare le cosce d’istinto. La mano le scivolò verso lo stomaco, salvo rendersi conto che quella strana pressione non era nel ventre. Era più giù. Acuta. Rodente.
Che cosa mi sta succedendo?
Le sopracciglia di Tessa si aggrottarono, preoccupate. «Ehi, forse dovresti andare a casa. Stasera chiudo io. Sul serio, sembri sul punto di crollare.»
Kaelani esitò, strofinandosi i palmi sul grembiule. «Sei sicura che te la caverai?»
«Certo.» Tessa la congedò con un gesto della mano. «Vai a casa e riposati. Sinceramente, lo sapevo che prima o poi la tua mania da stacanovista ti si sarebbe ritorta contro. Adesso vai, qui ci penso io.»
Kaelani riuscì ad abbozzare un sorriso piccolo, riconoscente, anche se dentro di lei la pressione si avvitava più stretta, esigente, insistente. Si slacciò il grembiule, lo appese al gancio vicino alla porta e uscì nell’aria della sera, ormai più fresca.
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Julian sedeva al lungo tavolo lucidato, la postura composta, la voce uniforme mentre negoziava con gli Alpha riuniti. Mappe e grafici erano sparsi sul piano, e le dispute su confini e accesso alle autostrade rimbalzavano da un Alpha all’altro come scintille irrequiete.
«L’espansione verso nord è inevitabile» insistette uno di loro. «Meglio guadagnarci che combattere.»
La bocca di Julian si tese. «Il guadagno non servirà a nulla se perdiamo il controllo. Gli umani non condividono. Consumano.» Il suo tono era secco, sicuro: quello che di solito zittiva una stanza.
E lo fece. Per un momento.
Poi, però, un impulso strano si agitò in basso nel petto, lieve ma ostinato. Un calore, come una brace che prende fuoco, gli si diffuse sotto il colletto. Si mosse sulla sedia, cercando di scacciarlo.
Dall’altra parte del tavolo lo sguardo affilato di Jace lo colpì in pieno. Il Beta inclinò appena la testa: una domanda silenziosa negli occhi. Julian lo ignorò, sollevò il bicchiere d’acqua e bevve un sorso misurato.
Passarono minuti, con le voci che continuavano a ronzare su autostrade e vendite di appezzamenti. La brace non si spense. Crebbe. Gli si contrasse la mascella; una goccia di sudore gli comparve alla tempia nonostante il fresco ronzio dell’aria condizionata.
«Alpha Julian?» lo richiamò uno degli Alpha più anziani, le sopracciglia sollevate. «Sembri… distratto. Stai bene?»
Tutti gli occhi si voltarono su di lui.
Le dita di Julian si richiusero a pugno sul tavolo, le unghie che gli affondavano nel palmo. Il suo lupo si aggirava in lui, irrequieto, un ringhio che gli rimbombava piano in fondo alla mente.
«Sto bene» disse piatto, anche se le parole gli graffiavano i denti.
Ma la fronte di Jace si increspò di più. Non stava bene. Per niente.
La brace era diventata un bruciore lento, attorcigliato nello stomaco. Il suo lupo lo graffiava dall’interno, irrequieto, ringhiante, bramoso di essere liberato.
«Alpha?» La voce di Jace tagliò il frastuono, bassa ma ferma. «Non hai una bella cera.»
La mascella di Julian ebbe un tic. «Sto bene.»
Eppure, intorno al tavolo si levarono mormorii. Un altro Alpha si sporse in avanti, accigliato. «È pallido. Sembra in preda alla febbre. È stato esposto all’aconito?»
Julian scattò con la testa verso di lui, l’insulto che gli divampava addosso. «Non sono avvelenato.»
«Forse dovremmo chiamare un medico» suggerì un altro, con un tono accuratamente neutro.
L’aria nella stanza si fece più tesa, gli sguardi gli giravano attorno come avvoltoi. Un Alpha malato al tavolo: debolezza esposta, nuda, davanti a tutti. Il suo lupo si rizzò per l’offesa, pretendendo che li smentisse.
«Forse dovremmo continuare domani» intervenne Jace in fretta, coprendo i bisbigli. «Il mio Alpha deve riposare.»
Julian si voltò di scatto. «È assurdo. Ho detto che sto bene.»
«Julian…» Il tono di Jace si fece tagliente, l’autorità del Beta che bucava anni di lealtà.
Dall’altra parte del tavolo, uno degli Alpha più anziani chinò il capo. «È stata una mattinata lunga. Per me va benissimo aggiornarci a domani.»
La mano di Julian si serrò a pugno, le nocche che sbiancarono contro il legno. Il suo lupo ringhiò, ma il calore che gli invadeva il corpo non gli lasciava appigli. A malincuore, fece un cenno secco.
La riunione si sciolse.
Ma Julian lo sapeva già: nessun medico, nessuna febbre, nessun aconito spiegava quella sensazione. Era qualcos’altro.
