Capitolo 19
Adeline
Io e Sophia scendemmo la splendida scalinata di marmo ed entrammo nella grande sala da pranzo della casa del branco per fare colazione prima di uscire per i negozi; nell’aria aleggiava l’odore delizioso di pancake e waffle.
«Hai fame?» chiese Sophia. «Mark è lo chef della casa del branco e fa i pancake più buoni che tu abbia mai assaggiato! Non so come faccia, ma mescola perfino il cioccolato nell’impasto.»
Mi si era già riempita la bocca solo al pensiero della colazione; la sera prima avevo mangiato pochissimo.
Il suo entusiasmo era contagioso, e non aveva certo bisogno di chiedermelo due volte.
Entrai in sala con Sophia e rimasi a bocca aperta davanti a tre file di tavoli di legno finemente intagliati a mano. Pensai a quanto fosse diverso rispetto alla casa del branco di Silver Moon Shadow: Alpha Max permetteva di mangiare nella sala da pranzo della casa solo ai lupi di alto rango.
Era bello vedere lupi di ogni livello seduti insieme a consumare il pasto, senza tutta quella segregazione. La sala non era molto affollata, ma i lupi presenti ci fissarono intensamente mentre ci avvicinavamo, scrutandoci con attenzione.
Sophia mi tirò per il braccio per farmi sedere al tavolo più vicino alla spettacolare finestra a tutta altezza che occupava l’intero lato sinistro della stanza; la vista della foresta verde e rigogliosa era così rasserenante da far fare le fusa alla mia lupa. Ogni cosa, nel Branco di Midnight, era molto più raffinata di ciò a cui ero abituata. Poco dopo si avvicinò un uomo basso e robusto, annuì e disse: «Sophia, Adeline. Avrei preferito che qualcuno mi avesse avvisato prima di quanto fosse bella la nostra visitatrice.»
Mi infastidì il fatto che conoscesse il mio nome. Ero nella casa del branco da una sola notte e, tecnicamente, non appartenevo ancora a questo branco. Notò la mia confusione e mi chiese: «Com’era la cena di ieri sera? Direi che voi ragazze avete apprezzato più il vino di qualsiasi altra cosa.»
Un sorriso furbo si dipinse sul volto di Sophia mentre io capivo che doveva essere lo chef della casa del branco, quello che la sera prima ci aveva mandato quella che pareva una specie di buffet. «Mark, lascia che ti spieghi una cosa: era una serata tra ragazze! Il cibo era fantastico, come sempre, però il vino ci stava ancora meglio», lo punzecchiò.
Sorrisi alla battuta di Sophia; ero felice che la sera prima fosse venuta a presentarsi. Fare colazione con lei, in quel momento, era la prima volta in cui mi sentivo una lupa normale nel branco che presto sarebbe diventato il mio. «Sophia, scendendo, si vantava praticamente che mi aspettava una delizia quando avrei assaggiato i tuoi pancake famosi in tutto il mondo… ne è rimasto qualcuno per noi?» feci il broncio, piantando gli occhi nei suoi nocciola, sperando davvero che ce ne fossero ancora.
Lui sospirò. «Mi dispiace, ragazze. Credo che li abbiamo appena finiti, ma visto che per Adeline questa è la prima colazione formale al Branco di Midnight Moon, sarei felice di prepararne una nuova in un attimo.»
Mi si spalancarono gli occhi davanti a quel gesto gentile e mi chiesi se l’incontro con Beverly e le guardie fosse stata semplice sfortuna; forse gli altri lupi del Branco di Midnight Moon non erano poi così terribili. «Ma allora sei un vero tesoro, Mark. Sarebbe perfetto, speravo proprio di poter valutare come si deve questi pancake “famosi in tutto il mondo”», dissi ridacchiando.
«Preparati a restare a bocca aperta, Adeline.» Mi fece l’occhiolino, l’entusiasmo gli illuminò il viso e sgattaiolò via attraverso le doppie porte nell’angolo della stanza. Lanciai un’occhiata a Sophia, chiaramente divertita. «Bloccato e messo al sicuro!» dichiarai, soffiandole un bacio nella sua direzione.
Continuammo a chiacchierare ancora un po’ della vita di branco, e in breve mi ritrovai ad ammettere che entrare a far parte del Branco di Midnight Moon stava andando meglio di quanto avessi pensato all’inizio.
Ero una bevitrice accanita di caffè: alcuni giorni sembrava che la caffeina fosse l’unico antidoto capace di tenere il mio cervello in funzione.
Dopo quella che mi era parsa la notte più lunga della mia vita, morivo dalla voglia di una tazza di caffè appena fatto e decisi di andare a caccia della macchinetta più vicina.
«Ehi, Soph… vado a cercarmi un caffè o rischio di strappare per sbaglio la gola a un lupo. Ne vuoi uno?» scherzai.
Lei mi rivolse un cenno d’intesa e disse: «Mi sorprende che tu non l’abbia già fatto. Io ne ho già bevuto uno, ma c’è una macchinetta del caffè nell’atrio della casa del branco. Qui sembra una necessità, per i lupi.»
Sorrisi con grazia. «Di nuovo, mi stai salvando la giornata», dissi, e mi alzai, gettando indietro i capelli mentre mi avviavo nella direzione di quello che ricordavo essere l’atrio della casa del branco. Dopo un paio di svolte in quella che era chiaramente la direzione sbagliata, inciampai in una stanza che sembrava un salotto, con alle pareti i dipinti di lupi più realistici che avessi mai visto.
Rimasi lì un momento ad ammirarli, finché lo sguardo non mi cadde su una macchina del caffè, poco distante, su un piccolo angolo bar nell’angolo della stanza.
Mentre frugavo nei pensili alti in cerca di una tazza in cui versare il caffè, venni all’improvviso travolta dall’eccitazione della mia lupa.
Era quasi troppo da sopportare. Fui tentata di strapparmi di dosso i vestiti e andare a correre, per darle uno sfogo a quell’impazienza. Mi allungai per afferrare la tazza, in punta di piedi, e il mio crop top nero mi si sollevò, scoprendo la pelle, quando una mano mi afferrò la vita nuda e mi tirò con dolcezza nel calore di un corpo scolpito, divino. Un’altra mano prese la tazza che non riuscivo a raggiungere e la posò sul bancone. Con una mano ancora sulla mia vita scoperta, una voce seducente mi sussurrò all’orecchio, sul collo: «Buongiorno, tesoro».
La mia lupa si mise in allerta e mi urlava dentro: «COMPAGNO!».
Feci un respiro profondo, sciogliendomi contro il corpo che mi teneva, e mi sfuggì involontariamente un gemito lieve: era così bello restare tra quelle braccia che mi stringevano la vita.
Fu come un’esperienza fuori dal corpo quando una zaffata di un profumo familiare, sandalo e menta piperita, mi invase i sensi, e io faticai a muovermi per voltarmi.
«Merda…», mi uscì, senza riuscire a trattenere le parole. Mi agganciai a un paio di occhi dorati ipnotici, occhi che parevano voler divorarmi intera: gli occhi di Alpha Jaxon, per la precisione. Lo shock mi attraversò il viso mentre realizzavo che Alpha Jaxon, l’Alpha senza compagna, era il mio compagno predestinato. Era evidente che la mia espressione non lo compiaceva, perché delusione gli scivolò sui lineamenti scolpiti.
«Non sono sicuro che sia questo il modo giusto di salutare il tuo Alpha», mormorò, a pochi centimetri dalle mie labbra. Mi fermai un istante, nel tentativo di ricompormi, con l’adrenalina che mi correva libera nelle vene, mentre io e la mia lupa assaporavamo il conforto di essergli di nuovo così vicine. «Be’, può darsi. Solo che tu non sei ancora il mio Alpha», lo provocai con un tono seducente che mi venne naturale.
I nostri volti erano così vicini che il calore dei respiri si scontrava; desideravo disperatamente che cedesse e annullasse la distanza tra noi.
«Lo senti, vero? La tua lupa sta strillando lì dentro perché io ti marchi… proprio… qui…», disse Jaxon, dando un morso leggerissimo al mio collo. Ebbi la sensazione che le gambe mi avrebbero ceduto da un momento all’altro.
Fece scivolare la mano sotto il mio maglione, sulla schiena, tirandomi più vicino contro la sua durezza, mentre l’altra mi sfiorava il viso, carezzandomi con dolcezza la mandibola.
Scintille elettriche, nette, mi attraversarono al suo tocco. «Shh, Adeline. Presto ti avrò completamente sottomessa a me. Implorerai il tuo Alpha di allargare quella figa stretta e bagnata e riempirla fino in fondo», sussurrò, abbassando la mano e sfiorandomi appena tra le gambe.
Sogghignò, sentendo l’umidità raccogliersi, consapevole dell’effetto che aveva su di me, e premette il pulsante d’erogazione della macchina del caffè, continuando a sovrastarmi con la sua presenza.
Restammo lì, avvinghiati in una pura estasi, finché il caffè non finì di scendere dall’ugello, segnalando che era pronto. Lui afferrò la tazza e me la porse senza spezzare il nostro sguardo, poi parlò piano, facendomi correre brividi su tutto il corpo. «Cena stasera alle sette. Potrebbe esserci una sorpresa speciale ad aspettarti. Buon compleanno, lupetta.»
Mi ritrovai a stringere la tazza con una mano e ad aggrapparmi con l’altra al bancone del bar, nel disperato tentativo di reggermi in piedi, mentre lui si staccava da me, svoltava nel corridoio e spariva. La sua presenza era una dipendenza.
Quando ripresi il controllo che mi era improvvisamente sfuggito dal corpo, finii di prepararmi il caffè mentre i pensieri mi si affollavano nella mente, e mi chiedevo se la mia lupa non si fosse sbagliata, trascinata da una fantasia alimentata dalla lussuria.
Deglutii a fatica e mi affrettai a tornare nella grande sala da pranzo, sapendo che la mia colazione si sarebbe raffreddata presto.
