Devota All'Alpha

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Capitolo 18

Adeline

Gli occhi mi si schiusero lentamente, riemergendo dal sonno più placido che avessi mai provato.

Mentre mi stiracchiavo, mi sentii così al caldo, e il cuore mi pareva colmo. Per un attimo presi in considerazione l’idea di riaddormentarmi. Poi, man mano che riprendevo piena coscienza, la realtà mi investì: non ero nella mia camera. I dettagli della notte stressante appena trascorsa cominciarono a ricomporsi, uno dopo l’altro, come un puzzle.

Lo sguardo mi guizzò per la stanza. Nell’aria aleggiavano sandalo e menta piperita; la mia lupa si accese di entusiasmo a quell’odore e io mi inumidii all’istante.

Come se non fosse già abbastanza essere stata chiusa nelle gabbie del Branco Midnight per essermi concessa l’Alpha Jaxon, l’avevo fatto con leggerezza una seconda volta. Che cosa mi prendeva? Merda. Dovevo solo andarmene da lì e tornare a casa.

Quando mi alzai, i piedi nudi affondarono in un tappeto a pelo lungo, lussuoso. Fu allora che notai una scatola di cartone rossa colma dei più splendidi fiori di luna che avessi mai visto.

I fiori di luna erano il mio fiore preferito da quando ero bambina; avevano qualcosa di magico, il modo in cui si illuminavano sotto la luna.

Mi avvicinai alla scatola posata dall’altro lato del letto e mi bloccai di colpo, rendendomi conto che dentro dovevano esserci almeno trenta fiori di luna. Scorsi un biglietto bianco infilato tra i petali e lo tirai fuori.

«Adeline,

eri troppo bella per svegliarti. Mi piacerebbe cenare con te stasera, se me lo permetti.

PS. Buon compleanno

Tuo,

Jaxon»

Sentii salirmi il calore mentre leggevo e il battito accelerò. L’Alpha Jaxon forse era meno crudele di quanto mi aspettassi, forse persino vagamente piacevole, ma stargli vicino mi avrebbe portato solo altri guai.

Avevo bisogno di una doccia fredda, mentre ripercorrevo i dettagli della notte scorsa, ancora sconvolta dal fatto di aver trovato perfino il coraggio di baciarlo per prima. Diedi la colpa alle mie azioni sconsiderate al vino della sera prima: doveva essere quello, mi ripetei, quasi a convincermi. L’acqua gelida mi fece bene sulla pelle; era come se stessi lavando via i miei peccati. Quando chiusi l’acqua, qualcuno bussò con forza dall’altra parte della porta. Era già tornato l’Alpha? Mi avvolsi in fretta in un asciugamano e mi avvicinai.

Aprii l’alta porta di legno e un volto familiare mi accolse con un sorriso enorme stampato addosso. «Cristo, Adeline… che accoglienza!» rise di gusto, squadrandomi dalla testa ai piedi.

«Sophia! Non mi aspettavo te… anzi, non mi aspettavo proprio nessuno. Entra prima che qualcuno mi veda così», ridacchiai, richiudendo la porta alle nostre spalle.

«Ti va di spiegarmi perché mio fratello ha il sorriso più grande che abbia mai visto incollato in faccia e perché la tua stanza profuma esattamente come lui?» inarcò un sopracciglio e lasciò scappare una risatina.

La mia lupa era felice di sapere che l’Alpha Jaxon fosse di buon umore, e probabilmente per colpa mia. «Dritta al punto, eh? Niente convenevoli. Be’, posso confermare che sono riuscita ad astenermi dall’andare a letto con tuo fratello. Sto ancora cercando di capire come diavolo sia finito qui. Mi sono svegliata accanto a quella scatola…» indicai il letto. La scatola di cartone rossa era enorme; non capivo come avessi fatto a non buttarla giù nel sonno.

I suoi passi si arrestarono mentre si avvicinava alla scatola; prese un fiore di luna tra i palmi e sorrise. «Sai, i fiori di luna sono sempre stati i preferiti di mia madre. Raccontava sempre a me e a Jax storie su come, con l’aiuto della luna, guidassero le anime gemelle l’una verso l’altra.»

Si fermò un istante e alzò lo sguardo su di me con quella scintilla maliziosa che di solito le brillava negli occhi. «Se è stato mio fratello a mandarteli, allora deve tenere davvero a te… ma tu cosa provi per lui?»

Come mi sentivo nei suoi confronti? Non ne ero davvero sicura; lui faceva cose a me e alla mia lupa che non sapevo spiegare. Mi mancava, adesso che non era lì, ma allo stesso tempo gli serbavo rancore. Dovevo andarmene da qui prima che la situazione diventasse ancora più incasinata.

«I-io non ne sono proprio sicura», risposi abbassando lo sguardo sul tappeto bianco e ispido sotto i miei piedi. «È un tipo complicato, Sophia, e si porta dietro un bel po’ di bagaglio… sotto forma di una stronza dai capelli rossi.» Scioccata che quelle parole mi fossero uscite di bocca, mi affrettai a ribattere: «Sta per diventare il mio Alpha ed è già legato. È stato dolce da parte sua farmi restare alla casa del branco per la notte, ma credo davvero che sia ora che torni a casa. È il mio compleanno e non ho neanche visto la mia famiglia.»

Sentii il suo entusiasmo salire e infrangersi altrettanto in fretta. «Non se ne parla, ci serve ancora un vestito per l’incoronazione. Quindi sbrigati a vestirti: ci vorrà tutta la giornata per quello che ho in mente!»

Avevo l’impressione che Sophia avesse un asso nella manica, ma non riuscivo a capire quale fosse il suo fantomatico piano. «Intendi che TU hai bisogno di un vestito, però siccome sono un’amica fantastica che forse ha un piccolo problema con lo shopping, sono disposta a venire con te.» Le feci la linguaccia, scherzando.

«E comunque io, letteralmente, non ho niente da mettermi. Il mio vestito di ieri sera ormai è più una… diciamo… tovagliolo», le dissi con sarcasmo. «E poi dovrei proprio chiamare i miei, prima o poi, se non torno a casa adesso.»

Lei si gettò i capelli dietro la spalla e rispose: «Fatto e fatto!» Mi porse un cellulare avvolto in una splendida custodia nera e oro e sgattaiolò fuori dalla stanza. Era una donna in missione.

Compilai con cura il numero di mia madre e portai il telefono all’orecchio, senza sapere esattamente cosa avrei detto ai miei su dove mi trovavo.

«Pronto?» rispose una voce delicata.

«Ciao mamma! Sono io, volevo solo dirti che starò fuori per buona parte della giornata. Vado a fare shopping con un’amica. Però ci vediamo stasera.» Cercai di far trasparire calma dalle mie parole.

«ADELINE! Dove sei stata? I lupi di Silver Shadow hanno detto che ti hanno vista uscire scortata dalle guardie ieri notte. Tuo padre e io siamo stati in pensiero da morire.» L’angoscia colava attraverso il telefono. Mi sentii in colpa per aver fatto passare questo alla mia famiglia.

Indossai la mia espressione più coraggiosa e risposi: «Mamma, sto bene. Ti spiego tutto quando torno a casa, volevo solo dirti che sono al sicuro e che sarò a casa tra qualche ora. Novità sull’annuncio del rango?» provai a cambiare argomento con discrezione.

Sentii un sospiro attraversare la linea. «Non ancora, tesoro, ma qualunque cosa succeda… la affronteremo insieme, come famiglia. Siamo dei Taylor!» La positività di mia madre mi confortava sempre; era una delle donne più straordinarie che conoscessi.

Sentii la maniglia della porta girare e capii che Sophia sarebbe entrata da un momento all’altro. «Va bene mamma, devo proprio andare. Il centro commerciale non aspetta nessun lupo! Ti voglio bene.» E chiusi in fretta la chiamata.

Sophia rientrò, mi sorrise e sollevò un bellissimo maglione corto nero, dei jeans e un paio di Converse nere. «Siamo prontissime, Addy. Vai a vestirti: non ho mica tutto il giorno da aspettare!» mi punzecchiò.

«Converse? Ok, Sophia, chi è la tua fonte? Sei tu il mio compagno? Non è possibile che tu abbia portato le mie scarpe preferite per caso», risi.

La sua risata incontrò la mia mentre scuoteva la testa. «Decisamente non sono il tuo compagno, pervertita. Diciamo… più una sorella dell’anima.»

Tornai in bagno e mi infilai i vestiti che Sophia mi aveva portato, pensando a quanto stessi iniziando a legarmi a lei. Mi rattristava l’idea che tra poche ore me ne sarei andata e probabilmente non ci saremmo più sentite davvero.

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