Capitolo 14
Jaxon
Sbattei la porta alle mie spalle, stupito che non si rompesse.
Mi avviai lungo il corridoio a falcate, come se potessi arrivare nel mio ufficio più in fretta così.
Le guardie della casa del branco rimasero scosse nel vedermi così colmo di rabbia; non erano abituate a vedere il loro Alpha perdere il controllo con tanta facilità. Avevo passato anni a perfezionare il dominio sulle emozioni, a non reagire d’istinto. Le parole di Adeline mi avevano squarciato lo stomaco così a fondo che mi sentivo un morto che cammina. Avevo cercato di confortarla e di spiegarle che c’era molto di più che non sapeva sulle circostanze che riguardavano Alpha Max.
Il cuore mi martellava nel petto: Adeline mi aveva ferito in profondità.
Nessuno aveva mai avuto il potere di ferire me e il mio lupo con tanta facilità; il mio lupo stava perfino guaendo.
Non avevo idea di cosa sapesse di mio padre e di come fosse morto, ma aveva ragione: era davvero colpa mia. Girai l’angolo in fondo e rallentai, trattenendo i passi prima di entrare nel mio ufficio.
Non potevo più tenere a freno il mio lupo: dovevo lasciarlo uscire. Dovevo liberare tutte quelle emozioni che avevo tappato dentro. Il mio lupo nero affiorò immediatamente, in cerca di vendetta.
Affondai i canini nel divano di pelle morbida contro la parete, sentendo la pelle fresca lenire i denti.
Lo feci a pezzi all’istante; brandelli e piume dei cuscini volarono in tutta la stanza.
Sembrava che il divano fosse esploso.
Poi passai alla scrivania e, con un rapido colpo del polso, la scagliai fuori dalla finestra dell’ufficio. Il vetro andò in frantumi ovunque. Feci a pezzi la libreria; nelle orecchie mi rimbombava il tonfo di ogni libro che si schiantava sul pavimento di marmo del mio ufficio.
Quando distruggere l’intero ufficio non bastò ancora, il mio lupo capì che dovevamo liberarci del tutto. Attraversammo la casa del branco a velocità record e ci gettammo nella foresta.
Accogliemmo il suolo del bosco sotto le zampe, e a ogni falcata aumentavamo il ritmo. Schivammo rami e tronchi, saltammo rocce, e dovemmo correre più volte l’intero perimetro del territorio del branco, finché non finimmo in un luogo familiare.
Il suono dell’acqua che scendeva gocciolando mi attraversò il corpo con una sensazione di quiete. Il mio lupo fece le fusa e si sedette accanto alla cascata dove i miei genitori mi portavano quando ero bambino.
Quello era il mio rifugio, il posto in cui mi ritrovavo quando mi sembrava che il mondo intero mi si stesse chiudendo addosso. Alzai lo sguardo verso la luna piena che brillava sul mio viso e, un attimo dopo, mi ritrovai a pregare la Dea della Luna.
«Dea della Luna, ti chiedo guida e direzione, e confido che mi condurrai sul cammino che hai creato per me. Grazie per avermi benedetto con una compagna così bella e incantevole, una che non merito e che, in ogni caso, non mi vuole. Rimpiango ogni errore che ho commesso, a cominciare dal non essere stato il leader che avrei dovuto quando i rogue hanno ucciso mio padre. Non biasimo qualcuno di così straordinario per essere tanto disgustata da uno come me, con peccati pesanti quanto i miei», supplicai.
Non avevo mai pregato la Dea della Luna prima di allora; tenevo le mie emozioni sotto controllo come un mago. Eppure quella preghiera alla Dea della Luna mi diede un sollievo interiore, come se all’improvviso mi avessero tolto dalle spalle un peso enorme.
Mentre una felicità pura si impossessava di me, il mio legame mentale si aprì verso il mio Beta Don. «Alpha, dove sei? Cos’è successo al tuo ufficio? Le guardie hanno detto che sei impazzito e poi sei corso nella foresta. Sono tre ore che ti cerco», percepii l’urgenza nella sua voce.
«Don, va tutto bene? Adeline sta bene? È successo qualcosa?», il mio lupo prese a camminare avanti e indietro al pensiero che potesse essere capitato qualcosa ad Adeline.
«Addie sta bene. Volevo andare a controllare come stava, ma Sophia ha insistito che fosse meglio andarci lei. Stavano passando una serata tra ragazze, però Soph ha detto che Adeline era scossa. Qualunque cosa sia successa tra voi due, l’ha colpita. Torna qui e sistemeremo tutto», rispose.
Lasciai uscire un ringhio basso. Sophia era la mia sorellina, l’unica donna che avesse mai avuto il mio cuore. Eravamo molto legati da cuccioli e lo eravamo rimasti anche adesso, da adulti.
Sophia però sapeva eccome come cacciarsi nei guai, e il pensiero di quello che avrebbe potuto dire alla mia compagna mi agitava. Le aveva detto che ero il suo compagno?
Interruppi il legame mentale e mi rimisi in cammino verso la casa del branco, senza sapere bene che cosa avrei detto al mio Beta Don, consapevole che avrebbe avuto una quantità di domande.
Tornai alla casa del branco correndo in forma di lupo, con la fresca brezza autunnale che scivolava nella mia pelliccia nera in modo meraviglioso.
Mentre le mie zampe spezzavano i ramoscelli sparsi sul terreno della foresta, mi resi conto di aver preso una decisione a causa della mia compagna. Dopo aver trascorso appena una notte con Adeline, sapevo che nessuna sarebbe mai stata paragonabile a ciò che lei e la sua lupa mi facevano provare.
Se non potevo avere quel tipo di felicità, sapevo di non volere nemmeno una felicità di ripiego. Volevo Adeline, tutta lei e soltanto lei, per sempre. Avevo bisogno di svegliarmi con il suo profumo addosso e di sentire il suo corpo stretto accanto al mio ogni notte per il resto della mia vita.
Avrei ringraziato Beverly per il tempo trascorso insieme; le avrei spiegato che avevo deciso di aspettare la mia unica vera compagna, se davvero esisteva, e che, se non fosse esistita, avrei scelto di morire da solo.
Non volevo che nessuno sapesse, a parte il mio Beta Don, che mi conosceva così bene da riuscire a percepirlo, che Adeline era la mia compagna. Ero certo che molti dei miei lupi fossero confusi sul motivo per cui Adeline si trovasse alla casa del branco e su che cosa ci fosse dietro la mia ossessione per lei. Non mi importava, però. Avevo solo bisogno di averla vicino.
Avevo bisogno che mi accettasse.
Sapevo che Beverly non avrebbe preso bene la notizia. Si era dedicata al branco e io le dovevo, per lo meno, il tentativo di attutire il colpo.
Mi sentii sciocco e ridacchiai tra me e me al pensiero di aver anche solo dubitato che Adeline potesse essere la mia Luna. Il mio Beta Don aveva ragione: era potente e dotata di una volontà ferrea, e lo trovavo incredibilmente eccitante.
Era determinata e intelligente; il suo continuo stuzzicarmi mi teneva sempre all’erta. Mi accendeva. Credo che mi stessi già innamorando di lei.
Soprattutto, io ero il suo Alpha e il suo compagno. Era mio dovere, affidatomi dalla Dea della Luna in persona, prendermi cura di lei e proteggerla fino al mio ultimo respiro.
