Capitolo 12
Jaxon
Sentii lo sguardo di Adeline vagare tutt’intorno mentre ci avvicinavamo alla casa del branco; nei suoi occhi si accese un luccichio di meraviglia.
Avevo speso così tanto tempo ed energie a ristrutturare la casa del branco con queste due mani. Quel lavoro lo trovavo terapeutico; anche se Beverly aveva riso, sostenendo che sporcarsi le mani fosse compito di un Omega, non di un Alpha.
A dire il vero, la sua opinione per me non contava nulla.
Sapevo che eravamo diversi, persino opposti. Ci piacevano cibi diversi, avevamo hobby diversi, i nostri lupi correvano in momenti diversi; a ben vedere, un giorno molto presto avremmo perfino governato in modo diverso. Eppure era abbastanza forte da guidare il branco insieme a me e, in quel periodo, mi sembrava l’unica cosa che contasse davvero.
Adesso, invece, mi ritrovo a chiedermi se valesse la pena passare la vita con una compagna con cui non avevo alcun legame vero.
Diavolo, non credevo nemmeno fosse possibile che io avessi una compagna.
Tanto valeva guidare da solo, saldo e inflessibile, con il pugno di ferro, come avevo fatto fino a quel momento.
Sentii il brusio dei lupi che si accalcavano dietro di noi mentre attraversavamo la casa del branco. In quell’istante avrei voluto rimproverarli per quell’evidente mancanza di rispetto, ma avevo paura di spaventare ancora di più Adeline.
Quando passammo accanto alla scala di marmo che portava alle stanze del branco al piano di sopra, feci un piccolo cenno al mio cuoco, che capì subito cosa intendessi.
Trovai la camera degli ospiti più vicina alla mia stanza e girai la maniglia, socchiudendo lentamente la porta per Adeline.
Da quando l’avevo fatta uscire da quella cella, evitava di parlarmi; alle mie domande rispondeva con un “sì” o un “no”.
Le dissi di mettersi comoda e che a breve sarebbero arrivati dei vestiti puliti adatti, insieme a qualcosa da mangiare.
«No», rispose, sfregandosi gli occhi con piccoli movimenti circolari.
Notai quanto fosse adorabile quando lo faceva; mi chiesi se fosse una sua piccola abitudine.
«Adeline, devi provare a mangiare. Non ti lascerò svenire per la mancanza di cibo», insistetti.
«Dai, Addie, scommetto che muori dalla voglia di un bagno caldo», tentai, cercando di cambiare argomento.
Quell’espressione di pietra si trasformò in un mezzo sorriso. «Posso farmi una doccia da sola, Alpha. Grazie per l’ospitalità.» Fissò la porta, come a suggerire che era il momento di scusarmi e andarmene.
Era così pungente che mi ritrovai eccitato dall’aggressività della mia compagna.
«Ascolta… dopo tutto quello che è successo stasera, mi dispiace davvero. E lo so che una scusa non basta per quello che ti è successo in quelle gabbie. Avrei dovuto esserci per te e difenderti, ma non l’ho fatto, e non so se io o il mio lupo riusciremo a perdonarci… almeno non adesso.» La fissai dritto negli occhi. «La verità, Adeline, è che in questo momento sono confuso su troppe cose. Sei entrata nella mia vita e l’hai ribaltata. Tengo a te. Ho bisogno che tu lo sappia.»
Feci un passo verso di lei e le sfiorai la schiena, disegnando piccoli cerchi.
Le vidi gli occhi inumidirsi, mentre lottava con tutte le forze per impedire alle lacrime di scendere su quel viso di porcellana. Brillarono per un istante, e mi accorsi di quanto stesse combattendo contro la sua lupa. «Alpha Jaxon, stanotte è stato un errore. Hai già una compagna, scelta o predestinata. Le hai dato la tua parola e, se sei davvero un uomo d’onore, quella parola va rispettata».
Sentii il mio lupo agitarsi a quelle parole; lo calmai e gli ricordai che la nostra compagna non sapeva ancora chi eravamo, per lei. Pazienza. Volevo che lo scoprisse da sola, volevo che provasse quelle sensazioni e permettesse loro di crescere in modo naturale, non per forza.
«Te l’ho già detto: lei non è ancora la mia compagna.» Allungai un braccio e glielo avvolsi intorno alla vita, tirandola contro il mio petto.
Amavo il fatto che la sua statura sembrasse fatta apposta per me. La fissai dall’alto nei suoi ipnotici occhi azzurri e dissi: «Di stanotte non c’è stato nulla di sbagliato. È stato perfetto. Perfetto, proprio come te».
In quell’istante un meraviglioso rossore rosa le invase il viso; avrei potuto guardarla così per l’eternità. Mi presi un momento per imprimermi ogni suo dettaglio: le sue labbra piene e i suoi occhi azzurri intensi erano ciò che preferivo.
La sentii sciogliersi contro di me mentre appoggiavo il viso all’incavo del suo collo e inspiravo il suo profumo, quello che faceva impazzire il mio lupo.
Lei ansimò, appoggiò entrambe le mani sul mio petto e, con tutta la forza che aveva, mi spinse via di colpo.
«Che cosa vuoi da me? Sì, è stato tutto un errore, Alpha. E per colpa di questo sono stata maltrattata come fossi bestiame. Maltrattata da quegli abomini che tu chiami guardie. Mi hanno stretto una cintura intorno al collo come fosse un guinzaglio. Fammi indovinare: dovrei semplicemente farmela passare e sottomettermi a te adesso, come una specie di pagamento? È una cosa malata.» La sentivo strozzarsi su ogni parola che le usciva da quelle labbra carnose.
«Adeline… niente di tutto questo è colpa tua. È colpa mia. Dovrei sapere che non devo immischiarmi con uno dei miei lupi, ma con te non ci sono riuscito. Per me sei speciale», la supplicai.
«Sono così speciale che adesso mi tieni prigioniera, giusto? Io voglio solo tornare a casa e non me lo lasci fare nemmeno. Non venirmi a raccontare stronzate sul fatto che è tardi e non è sicuro: lo sappiamo entrambi che è una bugia bella e buona. Cristo, è quasi il mio COMPLEANNO e sono stata incatenata a una gabbia e adesso a una casa del branco, sotto lo sguardo vigile del mio Alpha.» Alzò gli occhi al cielo e sentii la sua rabbia crescere, centimetro dopo centimetro; avrei solo voluto stringerla a me e calmarla.
Avrei voluto dirle che ero il suo compagno e che avrei passato tutta la vita a farmi perdonare.
Il rimorso mi trafisse il petto, ancora e ancora.
