Capitolo 10
Jaxon
«Portatela direttamente in cella, magari vi facciamo fare anche un giro», furono le ultime parole che sentii prima che la rabbia prendesse completamente il sopravvento.
Il mio lupo era pronto a fare a pezzi chiunque si mettesse sulla nostra strada; una coltre di possessività mi scivolò addosso, mentre continuavo a ripercorrere nella mente come le cose fossero precipitate così in fretta e con tanta brutalità.
I miei passi rimbombavano sul cemento sotto i piedi; i miei occhi erano diventati completamente neri per quelle parole pronunciate dalle mie guardie, e sentii una singola goccia di sudore colarmi dalla fronte mentre mi avvicinavo alla cella in cui la mia compagna era stata rinchiusa, con il mio Beta al fianco.
Non c’era dubbio che percepisse il livello della mia esasperazione. Sapevo che ribolliva anche lui, ma non disse una parola.
Sapeva bene che non era il caso. Sono certo che sentisse il mio lupo pronto a emergere.
E sapeva anche che sarebbero cadute delle teste, se non fossi arrivato in tempo dalla mia compagna.
L’odore di rame mi riempì l’aria intorno; il mio lupo lo riconobbe all’istante: era il sangue della mia compagna.
Lasciai uscire un ululato che rese tutto così silenzioso che si sarebbe potuto sentire cadere uno spillo.
Quando raggiunsi la gabbia in cui era rinchiusa, mi resi conto delle condizioni in cui si trovava.
L’ombra della luce delle torce fissate fuori dalle celle, lungo i muri, le tremolava sul viso, e la paura le strisciava addosso come qualcosa di vivo.
Il vestito le era stato sollevato, esponendole completamente il sedere; lungo il busto aveva un taglio profondo, come se fosse stato inferto con un coltello, mentre veniva strangolata da una cintura di pelle nera che, senza dubbio, le stava lasciando il collo di un viola scuro.
Il collo nudo e di porcellana della mia compagna — quel collo che io e il mio lupo bramavamo di marcare; quel collo che era mio, fatto perché fossi io a marchiarlo e accarezzarlo.
La possessività che mi travolse fu una sensazione che non avevo mai provato in vita mia.
Il mio lupo non riuscì nemmeno ad aspettare quell’attimo necessario ad aprire la gabbia con serratura e maniglia: con entrambe le mani divaricai le sbarre di metallo, forzandole fino a creare un varco abbastanza grande da permettermi di passare e raggiungerla.
Aveva bisogno di me e io non ero lì a proteggerla; un morso di rimorso mi attraversò il petto.
Dovevo arrivare da lei. Dovevo stringerla a me e dirle quanto mi dispiaceva che fosse stata maledetta con un compagno tanto inutile.
Solo allora capii davvero cosa stava succedendo; per un momento fu come se avessi una visione a tunnel, puntata soltanto sulla mia compagna.
Una guardia le stava davanti con i pantaloni abbassati. Se fossi arrivato in quella cella anche solo un secondo dopo, le avrebbe spinto il cazzo in bocca.
L’altra guardia era piazzata esattamente dietro di lei, le teneva la vita sottile con una mano e con l’altra stava per abbassarle le mutandine minuscole.
Il mio Beta ringhiò piano alle mie spalle, a indicare che sapeva cosa stavo per fare e che avevo il suo pieno appoggio.
Anche se era la mia compagna, il Branco di Midnight non avrebbe mai permesso che una lupa venisse tormentata in quel modo.
Non nel mio branco. E non in nessun branco che mi volesse come Alpha.
Era una forma di tortura contorta che mi ripugnava; solo lupi deboli si comportavano così e ci provavano piacere.
Aveva così tanto dolore negli occhi, quando singhiozzò: «A-Alpha, ti prego».
Gli occhi le erano pieni di lacrime. Vedevo che dentro di sé stava lottando con il proprio lupo, cercando di capire se fidarsi di me oppure no.
Non la biasimo se esitava a domandarsi se potesse davvero fidarsi di me: nella mia vita avevo fatto cose discutibili. Ma di una cosa ero certo: non avrei mai potuto farle del male.
Non appena le sue parole, un grido d’aiuto, mi raggiunsero, mi trasformai di colpo nel mio lupo.
Non c’era modo di ragionare con lui: aveva il pieno controllo.
Era un lupo nero come la pece, massiccio, muscoloso, e senza dubbio il più grande che chiunque avesse mai visto. Si muoveva con abilità e una rapidità micidiale, lasciando alla preda appena un millesimo di secondo per reagire.
«Chiunque osi toccare la compagna… MUORE», ululò dentro la mia testa.
Era deciso. E furioso.
La guardia, Xavier, che stava subito dietro il corpicino di Adeline, crollò in ginocchio e, prima ancora che potesse riprendere fiato e implorare per la sua vita, il mio lupo nero era già a mezz’aria: gli si agganciò al collo e lo scosse, sbattendolo da una parte all’altra come fosse un giocattolo da masticare.
Asher, l’altra guardia, fece lo stesso: cadde in ginocchio e guaì, «Alpha, stavamo eseguendo degli ordini! La nostra lealtà sarà sempre per te».
Tornai alla forma umana con facilità, gli avvolsi una mano attorno al collo e lo sbattei contro il muro di cemento gelido alle sue spalle.
Osservai il sangue salire a ondate fino a colorargli il viso. Questo me lo sarei goduto, per l’insolenza sfacciata di aver anche solo pensato di spingere il suo cazzo nella gola innocente della mia compagna.
Stavo per togliere la vita a quello squallido lupo con la stessa facilità con cui si spezza un ramo, quando alle mie spalle esplosero i singhiozzi strazianti della mia compagna.
Il mio lupo si distrasse all’istante. Lasciai cadere la guardia e mi voltai verso di lei, spezzata dal dolore; non riuscivo nemmeno a cominciare a elaborare il trauma che aveva appena attraversato, perché non ero arrivato in tempo.
Com’avevo potuto permettere che accadesse? Non avrei mai dovuto lasciarla portare via, fuori dalla mia vista, e il mio lupo era livido con me per averlo fatto.
Le buttai le braccia attorno, risucchiandola nel mio petto.
Si incastrava in me in modo perfetto. Lo sapevo: era stata fatta per me dalla Dea della Luna in persona.
I suoi singhiozzi si fecero più forti mentre le gambe le tremavano e, lentamente, cedevano sotto di lei.
La strinsi ancora di più, posandole con delicatezza la testa sul cuore e lasciandole ascoltare il battito, sapendo che quel suono presto l’avrebbe calmata.
Mi serrò le braccia addosso come se mi stesse supplicando di non lasciarla mai. Il mio lupo riconobbe che, tra le mie braccia, si sentiva al sicuro e, persino in un momento tanto devastante, quella consapevolezza mi portò un calore quieto, un barlume di pace.
«Tesoro, Adeline… mi dispiace. Mi dispiace per tutto. Non ti meritavi niente di tutto questo, piccola. Mi dispiace», mi scusai senza sosta; per un lupo noto per essere senza emozioni, era come se l’argine fosse crollato.
Intendevo ogni parola. Eppure era come se, in lei, la realtà di ciò che era appena successo si fosse finalmente assestata: i suoi occhi si sollevarono verso i miei, colmi di un odio puro, crudo.
All’improvviso sentii un calcetto contro lo stinco, seguito da braccia che mi colpivano il petto in modo scomposto.
«Ti odio! Maledetta la Dea della Luna per averti fatto il mio Alpha, perché non potevi prendere il controllo di un altro branco, schifoso avido?!» urlò, e si capiva che lo pensava davvero. «La mia vita era perfetta prima che arrivassi tu! Vorrei che non fossi mai entrato nella mia vita, stavo per essere quasi stuprata e picchiata per colpa TUA E DELLA TUA LUNA DI MERDA.»
La tenni stretta contro il mio corpo, zittendola a bassa voce, sperando di calmarla e di portarle via almeno una parte del dolore che le avevo causato.
Come al solito, Beverly sapeva sempre come presentarsi nel posto giusto al momento giusto.
Si fermò all’ingresso della cella, la testa inclinata, gli occhi accesi da un interesse fin troppo evidente.
