Cuori Feriti, Destino Distorto

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Non il suo principe azzurro

Ann McBrown si muoveva attraverso il mare di studenti come un fantasma che scivola sotto le onde: non vista, non sentita, inosservata.

Crescere all'Orfanotrofio Little Saints aveva avuto i suoi vantaggi e svantaggi. Essere la bambina più piccola tra gli altri significava spesso venire dimenticata, trascurata. Ma a volte, questo giocava a suo favore. Aveva solo sette mesi quando era stata abbandonata ai cancelli dell'istituto.

Era una storia che le era stata raccontata così tante volte, con dettagli talmente vividi, che ormai poteva recitarla passo dopo passo. A volte, le sembrava quasi di ricordarsela in prima persona. Aveva lasciato il sistema che l'aveva maltrattata fin da quando aveva imparato a parlare non appena compiuti i diciassette anni. Si era cresciuta da sola, facendo lavoretti saltuari e vivendo di aiuti.

Il corridoio era quasi vuoto, silenzioso come lo è una tempesta prima di scoppiare. Ann McBrown si muoveva come un'ombra tra le file di armadietti, testa bassa, spalle curve sotto il peso di un'altra giornata. Il suo telefono incrinato vibrava inutilmente nel palmo della mano. Le piacevano questi momenti, quando nessuno guardava. Quando poteva attraversare il mondo inosservata.

Non lo vide.

Non finché fu troppo tardi.

Finché non girò l'angolo e si scontrò con un muro.

Solo che non era un muro.

Era un ragazzo. Un giovane della sua età, o forse appena più grande di lei.

I suoi libri caddero sparpagliandosi sul pavimento. Il suo equilibrio vacillò. Si preparò all'impatto strizzando forte gli occhi, finché una mano non le afferrò il gomito con fredda indifferenza, come se fosse un riflesso incondizionato, non un favore.

«Guarda dove vai», sbottò lui con rabbia, indietreggiando come se lei lo avesse sporcato.

Ann alzò lo sguardo e incontrò una tempesta.

Era alto. Spalle larghe. Con il fisico di chi sa che il mondo si piega al suo volere. Capelli nero corvino gli cadevano in onde scompigliate sulla fronte, e i suoi occhi — freddi, grigio argento — si strinsero su di lei come se fosse qualcosa rimasto appiccicato alla suola della sua scarpa.

«Io... Tu mi sei venuto addosso», disse lei, senza fiato.

Lui la squadrò da capo a piedi. Lentamente. Con disinteresse. Uno sguardo disgustato.

«No», rispose con voce secca. «È colpa tua, ti sei messa in mezzo.»

Ann sbatté le palpebre. Raddrizzò la schiena. «Mi scusi, mio signore, non sapevo che il corridoio le appartenesse», affermò sarcastica, guardando il disordine intorno a lei.

Quello gli strappò una risatina priva di umorismo. «Tutto il resto sì. Perché non anche questo?»

Prima che lei potesse rispondere, lui si chinò. Non per aiutare, ma per raccogliere il quaderno logoro ai suoi piedi. Lo sfogliò con noncuranza, le dita che toccavano appena i bordi come se la carta potesse macchiarlo.

«Questo è tuo?» chiese, inarcando un sopracciglio. «Sul serio? La gente usa ancora questi affari?»

Lei allungò la mano per prenderlo. Lui non glielo porse subito. Lo sollevò così in alto che lei non riuscì a raggiungerlo.

«Fammi indovinare», disse freddamente, con gli occhi che passavano dalle sue scarpe da ginnastica rovinate al suo maglione consunto. «Sei qui con una borsa di studio?»

Lei strinse la mascella. «Ridammelo.»

Lui fece un sorriso beffardo, lasciandolo finalmente andare nelle sue mani come se le stesse facendo un favore. «Rilassati. Sto solo cercando di capire come una come te sia finita in un posto del genere.»

«Una come me?» ripeté lei, con la voce tesa.

Lui annuì una volta. «Invisibile. Insignificante. Che veste roba di seconda mano invece che abiti firmati. Al verde.»

Sentì un bruciore dietro gli occhi, ma non lo diede a vedere.

«Non sei importante quanto credi» disse lei in tono pacato, passandogli accanto.

Ma lui non si mosse. La osservò con quel solito gelido distacco. «Vedremo.»

E poi si voltò e se ne andò, non lasciando dietro di sé nient’altro che il profumo di una colonia costosa e una fitta persistente che le si annidò profonda nel petto.

Lei non sapeva chi fosse.

Quel ragazzo non era solo un guaio...

Era quel tipo di caos che lasciava lividi invisibili a chiunque.

E Ann seppe, con fredda certezza, che lui era qualcuno con cui non avrebbe mai più voluto condividere lo stesso spazio.

Tanto meno la stessa aria.

Sospirò mentre raggiungeva il suo armadietto; quel tipo di sospiro che sembrava provenire dal profondo, come se portasse il peso della sua intera vita. Sbloccò la serratura, pronta a metterci dentro i libri, quando fu spinta violentemente da dietro. Imprecò sottovoce: cadere due volte in una sola mattina non era certo nei suoi programmi.

Il suo corpo si sbilanciò pericolosamente in avanti e il cuore le fece un balzo in gola, finché due mani minute non la afferrarono appena in tempo.

Alle sue spalle esplosero risate di scherno, gridolini e il suono di "cinque" scambiati tra Avirina e il suo seguito di plastica. Le loro provocazioni risuonavano nel corridoio come un profumo da quattro soldi: chiassose, artificiali e impossibili da ignorare.

Ann non fece una piega. Non si voltò. Non diede loro questa soddisfazione. Sapeva già chi fosse la responsabile.

Strinse la mascella mentre pensava con amarezza: "Se non fosse stato per quelle mani, sarei finita dritta a terra... magari mi sarei spaccata la testa. Ma chi poteva salvarmi rischiando di mettersi nei guai con Avirina e le sue amiche? Non ho molti amici disposti a correre un rischio del genere, solo Judith".

Prima che potesse voltarsi per ringraziare la sua salvatrice, una voce familiare fendette il chiasso: bassa e colma di frustrazione.

«Ann, non capisco perché sopporti quell’autoproclamata reginetta e le sue leccapiedi. Non le hai mai fatto nulla. Eppure, ogni singolo giorno dal primo giorno di università, lei e quelle troie ti tormentano.»

Ann si voltò appena in tempo per vedere Judith in piedi dietro di lei, a braccia conserte, mentre fulminava con lo sguardo le schiene di Avirina e della sua banda che si allontanavano.

Ann sorrise debolmente e lasciò che Judith la aiutasse a rimettersi dritta. «Non te la prendere. Sai... nei miei vent’anni di vita, ho passato di peggio. Quello che fanno loro? È solo roba da bambini. Non mi tocca nemmeno.»

Judith sbuffò, spazzolando via dei pelucchi immaginari dalla spalla di Ann. «Dici sempre così: "Ho passato di peggio", ma non mi racconti mai cosa hai passato. Siamo amiche dal primo giorno di università, Ann, e ancora non so cosa tu abbia vissuto davvero.»

Il sorriso di Ann non vacillò, ma non le arrivava più agli occhi. C’erano storie che nemmeno l’amicizia più intima poteva toccare.

«Non è importante», disse dolcemente. «Dai, andiamo a lezione. Dobbiamo studiare sodo se vogliamo un futuro. Le ragazze come Avirina? Il loro futuro è già scritto. Genitori ricchi. Macchinoni. Cognomi d’oro. Tu hai ancora la tua famiglia, ma… il valore della tua famiglia è come una formica in confronto al loro. Io? Io non ho nessuno. Solo questa testa. Dobbiamo faticare il doppio per brillare.»

Judith alzò gli occhi al cielo, ma seguì l’amica verso l’aula magna. «Il tuo discorso non fa una piega, ma cavolo, mi fa ancora una rabbia pazzesca.»

Quando arrivarono in aula, la professoressa era già alla cattedra, con gli occhiali sulla punta del naso, intenta a ripassare gli appunti. L’aula ronzava di chiacchiere, ma si quietò leggermente quando entrarono le ragazze.

Ann sentiva gli sguardi addosso come spilli sulla schiena. I sussurri la seguivano, la familiare melodia di toni beffardi e sogghigni: una colonna sonora sgradita a cui si era abituata nel corso degli anni. Ma non reagì. Andò dritta verso il fondo, trascinandosi dietro Judith.

Si sistemarono nell’ultima fila, il punto più lontano da chiunque contasse qualcosa. Ann tirò fuori il suo quaderno logoro e una penna dall’inchiostro blu sbiadito. Intorno a lei, tablet e portatili eleganti prendevano vita sfarfallando come piccole metropoli illuminate. Ma ad Ann non importava, era abituata anche a quello.

A metà lezione, qualcosa nell’aria cambiò. La porta si aprì cigolando e la professoressa si interruppe a metà frase.

La preside Deborah entrò, con i tacchi che ticchettavano autorevoli sul pavimento lucido.

«Attenzione, studenti», disse, con una voce troppo allegra per sembrare di scusa. «Perdonate l’interruzione, ma oggi si unisce a noi un nuovo studente.»

Ann alzò lo sguardo, già disinteressata, ma qualcosa nel luccichio degli occhi della preside la incuriosì. La donna sembrava eccitata, come se stesse annunciando una celebrità e non un semplice nuovo arrivato. Tutti avevano sentito le voci su uno studente in arrivo. Ann sapeva che doveva provenire da una famiglia molto ricca per potersi trasferire a metà semestre, ma non aveva ancora idea di chi fosse.

«Rex Radford è stato iscritto al nostro istituto da suo padre, Alfred Radford.»

Quel nome cadde come un sasso nell’acqua ferma, e l’effetto fu immediato.

L’eccitazione esplose nella stanza. Le ragazze sussultarono, affannandosi a sistemarsi i capelli, lisciarsi le camicie e passarsi il lucidalabbra. Risatine, sussurri e gridolini di riconoscimento riempirono lo spazio. I ragazzi sembravano lievemente infastiditi, come se sapessero già che quel tizio avrebbe portato guai.

Ann inclinò la testa, sbattendo le palpebre. Quel nome le suonava vagamente familiare, ma non riusciva a collocarlo. Si voltò verso Judith.

La sua amica si stava ravvivando i ricci e riapplicando un balsamo labbra colorato con mani tremanti.

Ann inarcò le sopracciglia, incredula. «Jud? Stai davvero facendo quello che fanno tutte le altre?»

Judith gemette e si batté quasi una mano sulla fronte. «Immagino tu non sappia chi è il nuovo arrivato. Voglio dire, la tua TV è dell'anteguerra, quindi non mi sorprende neanche, ma dai Ann! Rex Radford è quel Rex Radford. Figlio di Alfred Radford: magnate della tecnologia, miliardario, possiede tipo metà dell'economia del paese. Persino la rivista Daily l'ha messo in copertina ieri!»

L'espressione di Ann rimase immutata. «E allora?» chiese.

Judith si arrese, accasciandosi drammaticamente. «Sei un caso perso. Ci rinuncio!»

Il preside richiamò nuovamente al silenzio. «Ragazzi, per favore, un po' di rispetto. Eccolo che arriva. Fate in modo che si senta il benvenuto e a casa sua.»

La porta si aprì — lui entrò — e l'aria cambiò.

Lui.

Lo stesso ragazzo del corridoio.

Quello che l'aveva guardata come se lei fosse un essere inferiore. Quello che aveva tenuto il suo quaderno come se potesse macchiargli le mani. Quello che l'aveva fatta sentire piccola con nient'altro che una semplice occhiata.

Ad Ann si strinse il cuore. Lo stomaco le si contorse. La scuola era appena diventata molto più piccola e lui era l'ultima persona che avrebbe mai voluto rivedere.

Ma poi, certo che doveva essere lui.

Guarda caso era proprio lui il nuovo studente, e lei se l'era già fatto nemico.

Ogni respiro nella stanza si bloccò. L'energia mutò in un istante, come se l'ossigeno fosse stato risucchiato e sostituito da qualcosa di più pesante, più elettrico.

Ann sbatté le palpebre lentamente, disinteressata. Judith le strinse il braccio.

«Non dirmi che seriamente non sai chi è», sibilò verso di lei.

Ann la guardò accigliata. «Dovrei?»

Judith quasi svenne per l'incredulità. «È letteralmente uno degli eredi più ricchi del paese. Paparazzi, feste, scandali... tu vivi davvero fuori dal mondo.»

Ann scrollò le spalle con uno sbuffo. «Più che altro sono indietro con l'affitto.»

Lo sguardo di lui scorse la folla con lento disinteresse, come se nulla di tutto ciò avesse importanza. I suoi occhi incrociarono quelli di Ann, ma lei lo ignorò e si voltò dall'altra parte. Era la perfezione avvolta nel pericolo: occhi grigio tempesta, una leggera cicatrice sopra un sopracciglio, labbra che non sorridevano spesso ma che quando lo facevano... il mondo si capovolgeva.

Ann sentì il peso del sussulto di ogni ragazza, l'occhiataccia di ogni ragazzo, ogni desiderio inespresso avvolgersi intorno a lui come piante rampicanti.

Ann lo fissò, per nulla impressionata. Non provava ciò che provavano le altre ragazze vedendolo.

Niente farfalle nello stomaco.

Niente tuffi al cuore.

In compenso, provava una forte antipatia per lui.

Dire che era bello sembrava come dire che l'acqua è bagnata. La sua bellezza non era delicata, era tagliente. Zigomi scolpiti, una mascella capace di tagliare il vetro, labbra sottili ma espressive e quella lieve cicatrice sul sopracciglio che lo faceva sembrare uscito da una favola oscura.

Ma più di tutto, era la sua presenza.

Non pretendeva attenzione. Non ne aveva bisogno: lui era l'attenzione.

E tutti gli altri rispondevano d'istinto. Le ragazze aggiustavano la postura. I ragazzi raddrizzavano la schiena, squadrandolo. Il silenzio era imbarazzante e fin troppo reverenziale.

Ann lo studiò con gli occhi ridotti a due fessure.

Sì, era attraente.

Sì, aveva quel potere innato intessuto nel suo passo.

Eppure, per Ann, non era niente di eccezionale.

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