Corona Devastata - Un Romanzo di Mafia

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Capitolo 1 1

Il punto di vista di WILLOW

Odio gli specchi di questa casa.

Sei specchi fiancheggiano lo stretto ingresso come in un luna park, e riflettono all’infinito qualunque cosa passi fra loro. Mentre percorro il corridoio, un milione di Willow si spalancano nella distanza tremolante.

Cerco di non guardare. Non voglio guardare. Che senso ha, quando so esattamente che cosa vedrò?

Eppure guardo lo stesso. E, ovviamente, eccolo lì.

La miseria nei miei occhi.

L’afflosciarsi sconfitto delle mie spalle.

Vedo una donna a pezzi.

Quindi sì, odio gli specchi di questa casa. Non solo perché sono troppo grandi, troppo sfarzosi, troppo ostentati.

Ma perché mostrano troppa verità.

Certo, quando ho detto la mia sull’argomento, Casey mi ha intimato di smetterla di parlare e di attenermi al mio lavoro, che è pulire gli specchi, non sceglierli. Ogni volta che adesso mi vedo lì dentro, è questo che sento: la puntura della sua voce nella testa. Cupa. Umiliante.

Ogni angolo di questo posto e ogni minuscola cosa che contiene ha legato a sé un ricordo così.

È per questo che mi piace uscire di casa ogni volta che posso. Per esempio a fare la spesa, che è da dove sto tornando. Per un’ora, sono una donna mia. Posso mettere nel cestino quello che voglio. Gelato alla menta con gocce di cioccolato, non vaniglia. Il detersivo rosa, non quello giallo.

Per un’ora, sono me.

Anche se, a rigore, non avrei nemmeno dovuto essere al supermercato. Stamattina, quando ci siamo svegliati, Casey mi ha fissato un appuntamento dal parrucchiere. «È troppo lungo», ha detto con tono pratico. «Lo sai che mi piace più corto. Te li fai tagliare.»

Ma quando è arrivato il momento, io volevo soltanto quell’ora di libertà. Così ho disdetto l’appuntamento e sono andata a fare la spesa.

Presto o tardi pagherò quella scelta. Va bene così, però. Ne valeva la pena.

Mi preparo alla sua irritazione mentre salgo le scale verso la nostra camera da letto. Stasera si aspetterà di vedermi con i capelli più corti, e sto già inventando che cosa dirgli per calmarlo—quando mi accorgo di una cosa: la porta della camera è aperta.

Casey è a letto.

E con lui c’è anche qualcun’altra.

Mi fermo sulla soglia, in un silenzio scioccato. Ma mio marito è così assorto nella bionda dalle gambe lunghe che si sta scopando da non accorgersi nemmeno che sono lì.

La donna, chiunque sia, è a quattro zampe, i seni enormi che rimbalzano allegri mentre lui la prende da dietro. Non si accorge di me neanche lei. Il suo corpo è lucido di sudore, e lo è anche quello di lei: vuol dire che vanno avanti da un po’.

È una sensazione strana, guardare tuo marito fare sesso con un’altra donna. Ti dà una specie di obiettività.

Suda sempre così tanto? Fa sempre quella faccia? Gli si contraggono le natiche in quel modo quando sono io sul letto, con le gambe divaricate?

Lei sta fingendo, come faccio io?

Sta pregando che finisca presto, come faccio io?

Vorrei indietreggiare e uscire dalla stanza, ma l’idea di lasciarli finire mentre io aspetto in silenzio fuori è umiliante a un livello completamente diverso.

E io lo saprei. In fatto di umiliazione sono quasi un’esperta. Un matrimonio con Casey Reeves fa questo a una persona.

Così resto piantata lì, impietrita, e provo a pensare al modo migliore di gestire la situazione, anche se la mente gira a vuoto, come un aereo che tenta di atterrare in mezzo a una tempesta.

Alla fine è la donna a vedermi per prima. Gira la testa di lato quel tanto che basta e spalanca gli occhi per lo shock. Lancia un urlo acuto e si accascia sul letto, affannandosi a tirare le lenzuola su di sé per coprirsi.

Aggrotto la fronte quando afferra la biancheria da letto Laura Ashley e se la trascina sul petto nudo. Riesco solo a pensare: Ci lascerà sopra tutto il sudore del sesso.

«Porca puttana, Willow!» ringhia Casey, come se fossi io quella sorpresa a fare qualcosa di sbagliato.

La bionda fa scivolare le gambe giù dal letto e sgattaiola verso la poltrona a schienale alto vicino alla finestra. I suoi vestiti sono piegati sul sedile, in una pila ordinata.

«Dovevi essere dal parrucchiere», aggiunge.

Alzo le sopracciglia. «È per questo che insistevi tanto perché oggi mi tagliassi i capelli?»

I suoi occhi scattano verso la bionda, come se stesse cercando di proteggerla. «Mabel, credo che dovresti andare.»

Mabel? Per poco non mi scappa una risata secca. Questa donna non può chiamarsi Mabel. Una Mabel è la vecchietta in fondo alla strada che distribuisce caramelle ad Halloween. Una Mabel è la compagna di bridge di tua madre. Una Mabel è nata già sessantenne e non si è più voltata indietro.

Questa bionda spaventosamente attraente? No, impossibile. Non le si addice per niente.

Eppure nessun altro ride. Mabel afferra i suoi vestiti e quasi scatta verso il bagno, trascinandosi dietro le mie lenzuola costose. Nel momento in cui la porta del bagno fa clic chiudendosi, Casey si avvicina a me con passo svogliato. Ha in faccia un’espressione di rimorso costruita con cura, ma se è quello che sta vendendo, io di certo non la compro.

«Tesoro, ascolta, mi dispiace. È stato… è stato… un momento di debolezza da parte mia.»

«Un momento di debolezza?» sbuffo. «Quanti “momenti di debolezza” hai avuto con lei?»

«Non è importante», miurra, allungando una mano per toccarmi.

Mi ritraggo, schifata. «Non farlo.»

Casey abbassa il braccio e la faccia gli si incupisce. «Non dovevi essere qui», dice, come se in qualche modo fosse colpa mia essermi presentata in anticipo a casa mia.

Immagino che, in un certo senso, lo sia.

«Ma senti, va tutto bene. Ti perdono. E ti prometto che non succederà mai più.»

«Ti rendi conto che sei ancora nudo, vero?»

Guarda in basso, ma sembra del tutto indifferente al fatto di essere senza vestiti. «Willow, la mia Willow… sei tutto per me. Lo sai, vero?»

Spingo in avanti il mento indicando il suo piccolo cazzo tozzo. «A dirla tutta, sei ancora duro.»

«Cristo!» scatta, furioso. Alza le mani mentre torna verso il letto e raccoglie i vestiti da terra. «Sto cercando di parlare con te, porca puttana.»

Si veste imbronciato e di scatto. Io resto dov’ero. Un attimo dopo, la porta del bagno si apre e Mabel esce. Indossa un vestito bianco che le aderisce alle curve e mette in mostra una scollatura generosa.

Lancia un’occhiata a Casey. «Io, eh… adesso vado.»

Casey non dice una parola, così lei mi gira intorno e si affretta verso l’uscita. Io mi volto e la guardo andare. Inciampa sul primo gradino della scala, e la cosa mi dà una strana, meschina soddisfazione.

«Tesoro», dice Casey per la miliardesima volta, prendendomi la mano e costringendomi a guardarlo.

C’è stato un tempo in cui gli passavo le dita tra i capelli biondi e mi stupivo del fatto che quest’uomo fosse mio. Un tempo in cui fissavo i suoi occhi color ambra scura e mi sentivo grata che uno come Casey Reeves potesse interessarsi a una come me.

Vuoi sapere qual è la parte davvero triste?

Che perfino adesso lo sento ancora.

È una sensazione molto più piccola. Molto meno totalizzante di una volta. Ma c’è. Insieme a tutto il resto dei miei rimpianti.

Avevo degli amici.

Avevo dei sogni.

Avevo dei genitori.

Ora ho un guardaroba pieno di vestiti graziosi e scarpe costose. Ho una casa bellissima e solitaria. Ho un marito che in pubblico mi accarezza come si fa con un cane e si scopa altre donne quando io non sono a casa.

Ho barattato la mia anima e, in cambio, ho avuto… questo.

Il sudore di Casey si sta sciogliendo nella maglietta che si è appena infilato, trasformando le ascelle in due aloni scuri. Abbasso lo sguardo sul modo in cui mi stringe la mano. Possessivo. Forte.

«Tesoro, dimentichiamoci tutto, d’accordo? Tu mi fai da mangiare e più tardi ti faccio vedere quanto ti amo.»

Alzo gli occhi sul suo viso e fisso lo sconosciuto improvviso davanti a me. Mi sta davvero proponendo di fare sesso lo stesso giorno in cui l’ho beccato a scoparsi una donna a caso? Non voglio nemmeno imboccare la strada di districare quella fantasia così tremendamente marcia.

«Chi è?» chiedo invece.

Lui sospira, stanco, come se lo irritasse che non l’abbia già superata. «Importa?»

«Dimmi.»

«Mabel Sheridan.»

«L’hanno chiamata come sua nonna o qualcosa del genere?»

«Capisco che tu sia sconvolta, ma per me non significa niente. È solo una con cui lavoro.»

«Quindi domani la vedrai in ufficio?»

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