Capitolo 6 Capitolo 0006
•CASSANDRA•
«Torniamo a casa, Luna», disse Kira quando mi trovò sul terreno vuoto che sarebbe dovuto diventare il primo centro medico del branco.
La gente bisbigliava mentre se ne andava, mormorii sommessi, pietosi, che cercai di non sentire. Mason aveva chiuso l’assemblea annuale prima del solito, lanciandomi a malapena uno sguardo mentre usciva con Nadia al fianco.
Il suo sorriso era stato luminoso. Il suo volto, indecifrabile. Il mio, invece, si era irrigidito come pietra.
Ingoiai il nodo che mi stringeva la gola. Mi rifiutavo di lasciare a chiunque la soddisfazione di vedermi crollare. Se avessi pianto adesso, le lupe che già dubitavano di me avrebbero pensato che il loro giudizio fosse stato giusto fin dall’inizio.
«Grazie, Kira», risposi infine, costringendo la voce a restare ferma. «Rowan dorme?»
«Sì.» Annuì. «Sta dormendo.»
Un tepore minuscolo mi guizzò nel petto. Mio figlio—il mio Rowan, così prezioso—era tutto ciò che avevo.
Anche se stasera il mio cuore era stato fatto a pezzi, anche se il mio compagno mi aveva umiliata davanti all’intero branco, il mio cucciolo era al sicuro.
Era il mio scopo.
Se la Dea Luna l’avesse permesso, l’avrei riportato con me alla Goldenmane Court, dove ero amata. Dove appartenevo.
Mio zio, l’Alpha, aveva cresciuto me e mio fratello dopo che i nostri genitori erano morti, anni prima, in un attacco di vagabondi.
Lui e sua moglie non mi avevano mai trattata come un peso. Ero stata loro figlia in tutto ciò che contava.
Se domani avessi attraversato quei cancelli con Rowan tra le braccia, sapevo che ci avrebbero accolti senza fare domande.
Quando raggiungemmo la casa del branco, mandai Kira nella sua stanza, insistendo che avevo bisogno di un momento da sola.
Lei esitò, perché capiva sempre quando non stavo bene, ma alla fine annuì e se ne andò.
Il silenzio riempì il corridoio mentre salivo le scale. Mi diressi verso la nostra stanza, ripassando nella mente quello che avrei detto a Mason.
«Mason, perché hai lasciato che gli anziani mi portassero via tutto? Perché umiliarmi così? Perché mettere nostro figlio contro di me?»
Avevo riversato ogni cosa nei miei progetti. Avevo passato notti insonni, cercando di rendere la vita più facile a tutti.
La mano mi si fermò sulla maniglia.
«Che suono è?» sussurrò Lyra nella mia mente, con la voce che tremava.
Mi immobilizzai. Le dita restarono sospese sopra la maniglia e, dalla fessura sotto la porta, filtrò un suono lieve di voci. Una voce d’uomo e una voce di donna. Soffici, intime.
No, non poteva essere.
Spinsi la porta quel tanto che bastava per vedere dentro, pregando di essermi inventata tutto.
Ma bastò uno sguardo.
Mason era sul nostro letto con Nadia. I loro corpi erano intrecciati sotto le lenzuola, le sue mani sulla pelle di lei, il respiro di lei che gli scivolava contro il collo.
Lo stesso uomo che solo poche ore prima l’aveva dichiarata pubblicamente più capace di me, adesso si stava dando a lei completamente, senza neppure un grammo di vergogna.
Qualcosa dentro di me si strappò con una violenza tale che non riuscii a respirare. Lyra ringhiò, la sua rabbia impastata al mio dolore, i suoi occhi azzurri che si facevano strada nella mia vista.
Prima che potessero vedermi, richiusi la porta in silenzio e mi costrinsi ad andarmene.
Le mie gambe mi portarono giù per le scale, anche se sotto di me non sentivo più nulla. Era tutto intorpidito, tranne il dolore acuto e insopportabile che avevo nel petto.
•••
La mattina dopo, dopo aver passato la notte nella stanza degli ospiti, uscii in veranda sul retro per schiarirmi le idee.
Mi sedetti sulla panca e mascherai il legame del compagno. Era una cosa che non avevo mai fatto prima.
Mi tremavano le mani, ma le intrecciai e sussurrai in silenzio alla dea della luna.
«Perdonalo al posto mio… perché io non ci riuscirò.»
Non so quanto rimasi così. Minuti, forse ore: la mattina pareva avanzare con una pesantezza strana. Alla fine, dalla porta arrivò il rumore di passi.
Mason.
Quando entrò in veranda, si fermò non appena mi vide.
Aveva indosso la camicia, ma il segno fresco del morso sulla clavicola era ancora visibile, e l’odore di Nadia gli rimaneva addosso come un promemoria crudele di ciò che aveva fatto.
Si avvicinò, con un’espressione indecifrabile.
«Cassandra», disse.
Io girai appena la testa, mantenendo la voce calma anche se la gola mi si era stretta. «Non adesso. Non credo di essere pronta a sentire niente da te stasera.»
«No», rispose, facendo un altro passo. «Dobbiamo parlare.»
Lasciai uscire un respiro tremante. «Del fatto che è successo alla riunione? O di quello in cui mi sono appena imbattuta?»
Lui non batté ciglio. Non si scusò. E quello fece più male di qualunque cosa.
«Ho finito di nascondere quello che provo», rispose Mason. «Sono anni che cerco di far funzionare questa cosa, ma la verità è che… dentro di me c’era qualcosa che si tirava indietro, per quanto io provassi a ignorarlo.»
Il cuore mi si strinse in un dolore sordo.
Continuò: «Nadia e io… quello che abbiamo mi sembra vero, in un modo che non so spiegare. Ci combatto da molto tempo, ma oggi mi ha chiarito tutto. Non voglio più fingere che questo matrimonio funzioni per me.»
Sentii il fiato spezzarsi. La stanza mi parve troppo piccola, come se mi si richiudesse addosso.
«Mason», sussurrai. «Potevamo parlare di qualunque cosa tu provassi. Non dovevi umiliarmi davanti a tutti. Non dovevi—»
Mi interruppe, con gli occhi scuri. «Io scelgo un futuro che mi sembri giusto. Nadia mi capisce in modi in cui tu non mi hai mai capito.»
Lo stomaco mi si attorcigliò per la crudeltà delle sue parole, per quel tono così gelido da sembrare un colpo dato apposta.
«Da quanto?» chiesi piano. «Da quanto va avanti?»
Distolse lo sguardo. Il suo silenzio bastò come risposta.
Mi sfuggì un sospiro tremante.
Mason infilò una mano nella giacca e ne tirò fuori una busta marrone. La posò sul tavolo tra noi senza guardarmi.
Un peso di ghiaccio mi si depositò nel petto ancora prima che parlasse.
«Credo sia meglio chiuderla qui prima che le cose peggiorino», disse, con una voce piatta, senza emozione. «Voglio un taglio netto.»
Fissai la busta, con il battito che mi rimbombava nelle orecchie.
«Che cos’è?»
Fece un passo indietro. «Le carte del divorzio.»
«Lo vuoi davvero?» sghignazzai, amara. «Dopo tutto quello che ho fatto per te e per questo branco? Mi lasci per una donna con cui stavi anni fa?»
Mi guardò per un momento. «Quella donna è la madre biologica di Rowan.»
