Capitolo 3
«Che gran pezzo di merda», ringhiò Romilly, afferrando uno degli shot di vodka al neon dal tavolo e mandandolo giù da professionista.
Io non avevo più energie per alimentare la sua furia.
Eravamo rannicchiati attorno al tavolino della cucina del suo appartamento; una dozzina circa di bicchierini colorati schierati come soldatini pronti alla battaglia: il nostro tentativo di pronto soccorso emotivo, anche se probabilmente era il meccanismo di coping più malsano che potessimo scegliere. Mi passai un dito sul bordo del mio bicchiere, fissando il liquido trasparente come se contenesse risposte. Avrei voluto che rimettesse a posto ogni cosa, o almeno che intorpidisse il caos che mi tempestava in testa. Ma non lo faceva. Anche dopo sei shot, non ero neppure brilla, figuriamoci ubriaca. Solo… ostinatamente sobria.
Avevamo raccolto la sfida del CEO a testa alta: accidenti, ci avevamo messo il cuore. E il risultato? Un fallimento. Un fallimento catastrofico e umiliante. In fondo, credo che lo sapessimo fin dall’inizio che ci stava preparando una trappola. Non aveva mai avuto intenzione di darci una possibilità vera. Era solo una prova di forza.
Romilly sbatté giù un altro bicchiere. «Stronzo tronfio e arrogante.»
«Chi vi ha ridotte così?» La voce di Osric tagliò l’aria mentre entrava in cucina e si appoggiava con noncuranza al piano di lavoro, un sopracciglio sollevato per curiosità.
«Theron Lockhart», rispondemmo all’unisono.
Romilly precisò: «Il nuovo CEO di Lockhart Digital Entertainment. Il bastardo che ci ha licenziati.»
«Dovrei avere voglia di conoscerlo?» Osric fece un sorrisetto, mostrando una fila di denti fastidiosamente perfetti. Quando gli scoccammo due identici sguardi assassini, alzò le mani in una resa finta. «Okay, okay. Però adesso sono curioso. Dai, raccontate. È bono? Ha quell’aria da cattivo ragazzo?»
Lo fulminai con uno sguardo piatto. «È esattamente così.»
Romilly ridacchiò dentro il bicchiere. «Aspetta… gli hai visto il culo?»
Gli occhi di Osric si accesero di un divertimento diabolico. «E quanto cattivo? Un po’ birichino? O “catene-e-stanza-segreta-del-sesso” cattivo?»
Romilly e Osric. Gemelli tagliati dalla stessa stoffa caotica.
«Potreste provare, che so, a comportarvi come esseri umani normali per una volta?» A quel punto avevo le guance in fiamme. «Io lo conoscevo già. Alle superiori. Mi… tormentava.»
Il sorriso di Romilly si spense. Il ghigno giocoso di Osric svanì.
«Era quello che volevano tutte», dissi, la voce tesa per il ricordo. «Una cotta ce l’avevo avuta anch’io, una volta… finché non l’ho beccato a fare sesso con una delle ragazze popolari. In classe.»
Osric sbatté le palpebre, le ciglia svolazzando in modo teatrale. «E fammi indovinare: micro-pene?»
Avrei dovuto ridere. Ne avevo voglia. Ma il peso di quel ricordo mi soffocò qualsiasi ironia. «Sinceramente? Non lo so. Forse si è vergognato perché l’ho visto. Però da lì è stato come premere un interruttore: si è messo in testa che la sua missione fosse rendermi la vita un inferno.»
Il tono di Osric si fece tagliente. «L’hai detto a qualcuno? Di quello che hai visto?»
Feci una risata amara. «E perché mai? Ero mortificata.»
Romilly aggrottò la fronte. «Non spiega comunque. Se l’hai tenuto per te, perché avrebbe dovuto accanirsi?»
«Penso che la ragazza sia andata in paranoia», dissi sospirando. «Aveva paura che le rovinassi la reputazione o qualcosa del genere. Poco dopo si è trasferita in un’altra scuola e, non molto tempo dopo… Theron Lockhart ha deciso che sarei stata il suo sacco da boxe personale.»
Osric incrociò le braccia. «E adesso è lui che ti ha licenziata. Pensi che ti abbia riconosciuta?»
Esitai, ricordando il modo in cui mi aveva guardata in quell’ufficio, come se sapesse. Un brivido freddo mi scivolò lungo la schiena. «Non ne sono sicura.»
«E se invece sì?» chiese Romilly, allungando la mano verso un altro shot. «E se si fosse sbarazzato di tutti noi per colpa tua?»
Le sue parole mi colpirono come un pugno allo stomaco. Volevo credere che non fosse vero. Ma se invece…
Romilly intrecciò la sua mano alla mia, l’espressione addolcita. «Be’, se c’è un lato positivo in tutto questo, almeno non devi più lavorare sotto quel pezzo di merda.»
Abbassai lo sguardo, con l’amarezza che mi si raccoglieva nello stomaco. «Non c’è niente di buono nel perdere il lavoro, Romilly. Lo sai che non ho risparmi. Non so nemmeno come pagherò l’affitto il mese prossimo.»
«Allora non pagarlo», disse, semplicemente.
La fissai, sbattendo le palpebre. «Come, scusa?»
«Trasferisciti qui. Con noi», disse, il viso che si illuminava come se fosse la soluzione più ovvia del mondo.
Le lacrime minacciarono di traboccare mentre la guardavo, senza parole.
«Ha ragione», disse Osric, facendosi più vicino a me. «Questo posto è dannatamente troppo grande per soltanto noi due. E mi farebbe comodo avere qualcuno di sano di mente in giro, per controbilanciare i drammi di mia sorella.»
Deglutii a fatica, con quel nodo in gola che si stringeva ancora. Sapevo che quel posto era appartenuto a loro nonna, una fortunata vincitrice della lotteria con una mente affilata per gli investimenti. L’appartamento era enorme, su questo non c’erano dubbi. Ma chiedere aiuto… accettarlo? Era una cosa a cui non ero abituata.
«Non posso. Sarei…»
«Se dici la parola peso, giuro su Dio che ti tiro questa vodka in testa», sbottò Osric. «Sei di famiglia. Lo sai tu e lo sappiamo noi. Quindi piantala di comportarti come un’ospite e dì soltanto di sì.»
Quella frase mi spezzò.
Le lacrime mi scivolarono sulle guance. «Grazie», sussurrai.
Prima che riuscissi ad asciugarle, Osric mi strinse in un abbraccio. Un secondo dopo si unì anche Romilly, e mi ritrovai avvolta da un calore di cui non avevo nemmeno capito di aver bisogno.
Non riuscivo a credere che fosse questo il mio primo atto ufficiale dopo essere stata licenziata: andare al matrimonio del mio ex.
Avrei dovuto essere a casa, sepolta tra annunci di lavoro, a pregare che qualcuno avesse pietà di me. Va bene, Romilly e Osric mi avevano dato un posto dove crollare, ma non per questo la mia vita era meno disastrosa.
I tacchi schioccarono sul molo di legno, cinque pollici di tortura pronta a farmi venire le vesciche. Raggiunsi Romilly e il suo ragazzo, Boaz, con una smorfia.
«Mi ricordi perché ho accettato di mettermi queste trappole medievali per i piedi?» borbottai.
Romilly sbuffò. «Perché è terapia.»
Strinsi gli occhi. «E in che modo, esattamente, sarebbe terapia?»
«Ti serve una vittoria», disse semplicemente, incrociando le braccia. «E ho la sensazione che stasera sia la tua. E poi sei mozzafiato.»
«Ed è sexy», aggiunse Boaz con un occhiolino.
«Grazie», mormorai, riuscendo a stirare un sorriso tirato. Espirai piano, cercando di spingere giù i nervi che mi si attorcigliavano nello stomaco. Lo sguardo mi scivolò alle spalle. Nessuna traccia di Osric.
«Arriva», disse Romilly, leggendomi come un libro.
Annuii, anche se qualcosa, lì dentro, mi si contorse. Eravamo ormai vicini allo yacht: un mostro di lusso su cui gli invitati di Ansel e Dovie salivano a bordo con abiti firmati. Abbassai gli occhi sul vestito rosso aderente che Romilly mi aveva prestato. Probabilmente era la cosa più bella che indossavo da anni, eppure mi sentivo comunque come Cenerentola beccata senza la fata madrina.
Il telefono vibrò. Sussultai.
Un messaggio di Osric.
Abbiamo avuto un incidente in pasticceria. Stanno tutti bene, però dobbiamo rifare 300 muffin. Mi dispiace tantissimo. Non riesco a venire al matrimonio.
Lo stomaco mi crollò.
Mi voltai verso Romilly, forzando un sorriso tremolante. «Osric non viene. È successo qualcosa in pasticceria.»
Le bastò guardarmi in faccia per imbronciarsi. «Non ti venga nemmeno in mente,» mi avvertì. «Tu sali su quello yacht, Amaris Kennerly. Anche se devo trascinarti su per quella maledetta passerella.»
Conoscendola, lo avrebbe fatto davvero. Così mi raddrizzai, rimisi il telefono in borsa e mi incollai addosso il miglior sorriso che riuscissi a tirare fuori.
«Va bene. Facciamolo.»
Romilly annuì, soddisfatta, e noi tre salimmo a bordo. Un cameriere ci accolse con dei calici di champagne. Ne presi uno con gratitudine e lasciai che il liquido frizzante facesse la sua magia. Un sorso dopo l’altro, mi rilassai.
Finché non mi girai.
E lo vidi.
Theron Lockhart.
Il petto mi si strinse quando lo individuai dall’altra parte del ponte, un gomito appoggiato alla balaustra, gli occhi che passavano in rassegna la folla. Anche così, con quello smoking nero e i capelli tirati all’indietro, era l’immagine stessa dello spezzacuori arrogante. E poi… mi vide.
I nostri sguardi si agganciarono.
Un sorriso lento, compiaciuto, gli arricciò le labbra e lui cominciò a venire verso di me con una calma studiata.
Il panico mi schizzò addosso. Mi voltai di scatto, cercando Romilly.
Sparita. Sparito anche Boaz.
Merda.
«Sai», mormorò alle mie spalle una voce fin troppo familiare, «è pericoloso per una donna come te restare qui tutta sola.»
Mi voltai, il cuore a martellare.
Theron Lockhart era lì, così vicino che riuscivo a sentirgli la colonia.
«Una donna… come me?» ripetei, già pronta al colpo.
Ma lui disse: «Se fossi qui con una donna come te, non mi allontanerei di un passo. Avrei paura che qualcuno te la portasse via.»
Lo fissai, stordita. Era uno scherzo? Una trappola?
Non mi stava guardando come il tipo che mi aveva licenziata o come l’adolescente che mi aveva preso in giro. Nei suoi occhi, adesso, io non ero un fastidio né una minaccia.
Ero una donna.
Ma che diavolo… era cieco ai volti?
