Angelo Corrotto – Una Storia d’Amore Mafiosa

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Capitolo 7 7

«Non mi ero accorta che i Backstreet fossero tornati,» commento.

Gabe non ride, ma il suo sorriso divertito basta e avanza come ricompensa. Quando sorride gli si forma una fossetta sulla guancia sinistra. Solo a sinistra, come un piccolo segreto.

«Sei simpatica,» dice.

Non suona come un complimento, piuttosto come un’osservazione.

«A volte,» rispondo.

Fa un cenno a una cameriera che passa. Non le dice niente, eppure lei annuisce e scatta via, come se lui le avesse impartito un ordine con la mente.

Gabe si sporge un po’ più vicino, appoggia la mano sul tavolo e ruota il corpo, chiudendomi in una gabbia. Ora non sorride, e l’intensità della sua espressione mi fa sobbalzare il cuore in gola.

«La gente fa la spiritosa quando sta coprendo il dolore,» dice. «Tu hai dolore, Alexis?»

Mi schiarisco la gola mentre l’immagine del volto terreo di mia madre mi attraversa la mente. La ricaccio giù, tenendo l’espressione neutra. Ho la sensazione che a Gabe piacciano i suoi giochi crudeli. Si immagina un gatto e me l’uccellino ferito.

«Rispetto a te, Dr. Phil è un dilettante,» dico con noncuranza. «Ti pagano per sparare commenti del genere o ti basta come compenso lo shock sulla faccia della gente?»

La sua bocca si incurva in modo malizioso. Il cuore mi svolazza.

«Non vedo l’ora di spogliarti di quell’armatura,» dice.

Le sue parole richiamano di nuovo quell’immagine di seta nera e bevo un altro sorso. In quel momento la cameriera torna al nostro separé con una bottiglia di champagne in un secchiello di ghiaccio e due calici. Li appoggia davanti a noi.

«Grazie,» dice Gabe, facendole scivolare una banconota fresca da cento dollari.

Lei annuisce con un gesto che sembra quasi un inchino e se ne va. È evidente che conosce Gabe, ma non gli parla. Non capisco se sia strano o no.

«Avevi detto un drink.» Sollevo il mio vodka cranberry mezzo finito.

Gabe prende la bottiglia dal secchiello e comincia a togliere la stagnola dal tappo. Non posso fare a meno di notare che le sue mani sono agili, per quanto siano enormi.

«Ho detto un drink,» risponde, facendo saltare il tappo. «Ma non ho mai detto di cosa.»

«È barare.»

«Devi vivere in una campana di vetro se pensi che questa sia una furbata.» Versa un calice di champagne e lo posa davanti a me.

«Sei tu che parli di campane di vetro,» ribatto. «Di te urla tutto soldi. Scommetto che non hai mai saputo che cosa significhi faticare.»

Lui ridacchia. «Se solo sapessi.»

«Criptico.»

«Senza scusarmi.» Fa tintinnare il suo calice contro il mio e beve.

Socchiudo gli occhi e assaggio. È, senza ombra di dubbio, lo champagne più buono che abbia mai bevuto. È come nettare. Mi vengono i brividi a pensare quanto possa essere costata questa bottiglia.

Inclino di nuovo il calice e lo mando giù tutto. Questo mi vale un divertito movimento delle labbra da parte di Gabe, ma non proprio un sorriso. Ho l’impressione che li distribuisca con parsimonia.

«Sembra che il mio drink sia finito,» dico. «Ops.»

Gabe mi riempie di nuovo il calice e inarca un sopracciglio, come a dire: Tocca a te.

Io lo spingo via. «Senti, credo che tu stia cercando nel posto sbagliato.» Accenno alla folla. «Lì fuori c’è un’infinità di oche senza cervello che aspettano che tu le tiri fuori dall’anonimato, così possono lisciarti l’ego e piegarsi al tuo volere. Perché non andiamo a trovartene una?»

«Non voglio un’oca senza cervello,» risponde con voce roca, avvicinandosi ancora. I suoi occhi trapassano i miei. «Voglio te. Non hai bisogno di lisciarmi l’ego, ma credo che scoprirai che al mio volere ti piegherai.»

Mi si secca la bocca. Se questa non è una scacco matto, non so cosa lo sia. Respiro, frugo nel cervello in cerca di una risposta brillante e non trovo niente.

Quest’uomo, questa bestia d’uomo, mi ha ridotto il cervello in pappa.

Non voglio dargli quello che vuole, ma il problema è che quello che vuole è ciò di cui, all’improvviso, ho un bisogno disperato. La promessa rovente di quelle parole basta a spazzare via ogni pensiero, lasciandomi soltanto un desiderio febbrile. Un dolore dolce mi cresce tra le cosce. Le stringo l’una contro l’altra.

Lui arriccia il labbro. «Ti ha mangiato la lingua il gatto?»

«Sto solo pianificando una via di fuga.»

Scuote la testa lentamente, con un sorrisetto. «No, non lo stai facendo.»

Respiro. «No, non lo sto facendo», mormoro.

Non ho mai desiderato qualcuno quanto desidero Gabe. I suoi occhi incidono una scia di fuoco lungo il mio corpo e, quando risalgono fino al viso, sto arrossendo. Il mio buon senso mi avverte che è una pessima idea, ma non riesco a capire perché. Non sto cercando un altro uomo che mi spezzi il cuore, quindi non è perfetto, questo? Ho passato un paio di giorni di merda e adesso sembra che il destino mi abbia fatto un regalo, offrendomi un uomo splendido per togliermi dalla testa ogni cosa, anche solo per un po’.

Cristo, me lo sono guadagnato.

Gabe si china più vicino e il fiato mi si blocca in gola. Allunga una mano e io sussulto quando tira una pesante tenda nera davanti all’apertura del separé, tagliando fuori il resto della zona VIP. Poi si sposta e fa scorrere la tenda anche sul lato del balcone.

Così, in un attimo, siamo completamente soli in un edificio pieno di gente.

Gabe mi accompagna a mettermi in piedi, e non capisco perché finché non mi porta di lato al tavolo e mi solleva prendendomi per i fianchi, sistemandomi sopra. Fa scivolare le dita lungo la guancia, sul collo, tra i seni, e quel tocco appena accennato basta a incendiarmi. Le sue mani scendono alle mie cosce, aprendole quel tanto che gli serve per infilare i fianchi in mezzo.

Non mi ha nemmeno baciata e questo è già la cosa più erotica che abbia mai provato. Il suo pollice sfiora il mio labbro inferiore. Ha un’espressione seria, quasi assorta, come se mi stesse studiando, assaporando. Tremolo nell’attesa.

Senza preavviso mi preme contro il tavolo e la sua bocca si aggancia al mio collo. Gemo, sorpresa. Sento il suo cazzo duro attraverso i pantaloni, e sfrega contro il groviglio di nervi tra le mie gambe; quel contatto improvviso, dopo tanta attesa, è come fuochi d’artificio. Le mie mani si aggrappano alla sua giacca, disperate.

Mi tira su il vestito e con una mano mi afferra il sedere, mentre con l’altra mi stringe un seno. Le sue labbra tracciano una scia di fuoco lungo il collo, sulla clavicola e tra i seni, dove scosta di lato il tessuto del vestito e del reggiseno, liberandomi i capezzoli. La sua bocca mi divora. Non riesco a fare altro che gemere mentre succhia e mordicchia quei punti così sensibili. Dietro le palpebre esplodono stelle. Continua a strusciare la sua erezione contro di me, e giurerei che sto per venire lì, seduta su quel tavolo, subito.

Gabe si raddrizza, sfilandosi la giacca. Lo guardo, ansimando, mentre con calma si rimbocca le maniche della camicia fino ai gomiti.

No, ho bisogno di lui. Ho bisogno di di più — e lo voglio adesso.

Mi sollevo e afferro il davanti della sua camicia, cercando di tirarlo giù per baciarlo.

La sua mano mi si chiude intorno alla gola e mi spinge di nuovo contro il tavolo, tenendomi ferma. Gabe fa schioccare la lingua, con un sorrisetto. «Non così in fretta.» Stringe appena quanto basta perché io capisca chi comanda, ma non abbastanza da farmi male. «Voglio sentirti dirlo.»

Lo fulmino con lo sguardo, il centro del mio corpo che trema dal bisogno. «Dire cosa?»

Lui sorride, cupo, chinandosi, ed è la cosa più sexy che abbia mai visto in vita mia. «Di’ che ti piegherai alla mia volontà.»

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