Capitolo 5 5
La guardo mentre balla con un abbandono selvaggio, ogni tanto scagliando la sua lunga chioma ondulata in faccia agli altri avventori del club; ma lei non sembra accorgersene, né preoccuparsene. Anche da questa distanza vedo che il suo corpo è fatto per il peccato, e il cazzo mi si muove mentre la osservo far scorrere le mani tra il décolleté e i fianchi.
La voce di Diego mi taglia il godimento. «Gabriel, mi hai sentito?»
Mi volto verso di lui, sbattendo le palpebre. Chi è quello distratto, adesso?
«No» rispondo. «Che hai detto?»
Si sporge, dando un’occhiata fuori dal privé per assicurarsi che nessuno sia abbastanza vicino da origliare. «Tuo padre voleva che controllassi che tu sappia qual è il tuo ruolo nella fusione che sta per arrivare.»
In pubblico parliamo sempre per allusioni, e io capisco cosa intende.
Annuisco. «Non è complicato.»
I piani di mio padre non lo sono mai. Gli manca l’eleganza della strategia che mio nonno aveva saputo usare quando, decenni fa, consolidò il nostro potere. Il piano del don per prendere il controllo dei moli è fatto soprattutto di uomini e potenza di fuoco; l’unica “strategia” è ammazzare gli irlandesi prima che ammazzino noi. Io dovrei mettere in atto questa strategia da nord, mentre le nostre altre forze avanzano da est e da ovest.
«Lo so che hai le tue riserve, ma questa acquisizione indebolirà i nostri concorrenti abbastanza da farli chiudere» dice. «Vedrai.»
L’unica cosa che vedrò, se questo piano va avanti, è una guerra di mafia lunga e dispendiosa. Una sta già prendendo forma per via delle macchinazioni di mio padre, e attaccare i moli sarà come versare benzina sulle braci ancora vive.
Per fortuna, prima che questo accada, ho intenzione di incontrare il figlio più giovane del capo irlandese, Damien Walsh. Con lui concluderemo una pace provvisoria, finché i Belluci hanno ancora il vantaggio; e spero che serva a riportare un po’ d’ordine nelle nostre strade. Mio padre ha già sprecato abbastanza uomini e denaro per questa storia, e quando gli porterò la notizia dell’accordo, conto che avrà il buon senso di capire che è la soluzione migliore.
Il difficile sarà organizzare questa tregua senza attirare i sospetti di Damien. Se pensa che un attacco sia imminente, potrebbe innervosirsi e diventare imprevedibile. Mi serve calmo, plasmabile.
Prima ancora che possa rispondere a Diego, il telefono comincia a squillare. Guardo lo schermo e mi si irrigidisce la mascella. È proprio il pezzo grosso in persona.
«Scusami» dico, uscendo dal privé.
Mi avvio verso il vicolo sul retro, dove c’è più silenzio. Mi appoggio ai mattoni e fisso il telefono, valutando se valga la pena non rispondere. No, decido: mi conviene restargli dalla parte buona.
«Pronto, padre» rispondo.
«Dove cazzo sei?» ringhia.
«Al Fiamma.»
«Certo. Dove altro potresti essere? Non è che dobbiamo pianificare una guerra, vero?»
Stringo i denti. «Hai bisogno di me?»
«Ho bisogno che ti tiri fuori la testa dal culo e cominci a comportarti come il capo che un giorno dovrai essere» sputa. Me lo immagino già, con la faccia che gli diventa viola, come sempre quando si scalda. «Comincio a pensare che forse Felicity ha ragione. Forse non sarai pronto a prendere il comando quando arriverà il momento.»
Felicity Harrow, quella strega intrigante. Mio padre è ossessionato da quella donna da due anni, e il declino delle sue facoltà lo si può far risalire con precisione all’istante in cui lei ha varcato la soglia. Mio padre ha sempre lasciato che fosse il cazzo a pensare per lui più di quanto dovrebbe fare qualunque uomo: Felicity è stata soltanto la prima donna a saperne approfittare. In poco tempo è passata da amante a consigliera, e ha allargato la propria influenza come un virus.
«Sono con Diego» rispondo, cercando di tenere la voce calma mentre l’unica cosa che vorrei fare è urlargli contro. «Stiamo rivedendo i piani per la fusione.»
Questo gli smorza un po’ l’impeto. «E perché non l’hai detto subito?» borbotta. «Giuro su Dio che ti diverti a farmi incazzare.»
Ignoro la domanda. «Vuoi che venga nel tuo ufficio?»
«No. Volevo solo controllare che non stessi cazzeggiando.»
In altre parole, sperava che lo stessi facendo, così da poter sfoggiare un po’ di autorità. Questo giochino lo facciamo spesso.
«Perfetto. Saluta Felicity da parte mia.»
Riattacco e rientro nel locale, sforzandomi consapevolmente di rilassare la mascella. Come faccia a essere imparentato con quell’uomo resta un mistero. La sua arroganza è senza vergogna.
Sarà la sua rovina.
Di nuovo dentro, mi fermo accanto al muro prima di tornare nella zona VIP, giusto il tempo di controllare in fretta le email. Con tutto quello che sta succedendo è facile dimenticare che, oltre a tenere mio padre a bada, ho un mucchio di responsabilità. La gestione delle nostre attività legittime la lascia in gran parte a me, sostenendo che quel lavoro lo annoia e che è indegno di lui. La verità è che non ci arriva. Se non può sparargli o scoparselo, non gli interessa.
Un brivido mi corre lungo la schiena e alzo lo sguardo dal telefono. Incrocio gli occhi della ragazza che ho visto ballare prima, e lei sbarra lo sguardo quando capisce di essere stata sorpresa a fissarmi.
Non distolgo gli occhi, e un calore mi invade le ossa. Le labbra sono di un rosso audace, carnoso. È truccata pesantemente, come tutte le donne qui dentro, eppure addosso a lei sembra stare peggio, come se non le appartenesse. Le altre mi sorriderebbero, batterebbero le ciglia, cercherebbero di attirarmi in pista con loro. Lei invece resta immobile, come se sperasse che, non muovendosi, io non riesca a vederla.
In qualunque altro momento mi divertirei a inseguire quella preda, a sciogliere la sua esitazione finché non diventasse cera nelle mie mani. Ma non adesso. Adesso c’è lavoro da fare. Lei dovrà restare una fantasia e nient’altro.
Mi volto e salgo le scale verso l’area VIP, tornando al mio privé. Chiederò a Diego di ripetermi i dettagli del piano di mio padre anche se li so già. Così, quando il don chiederà a Diego del nostro incontro più tardi, lui confermerà la mia versione.
Parliamo ancora un po’, ma persino l’attenzione di Diego comincia a deviare verso le delizie del club. Io, però, ho raggiunto il mio obiettivo; li congedo per la serata e decido che la cosa migliore da fare sarebbe tornare a casa e lavorare. Potrei lavorare ogni ora di ogni giorno e non riuscire comunque a finire tutto.
Poi guardo giù dal balcone e la vedo di nuovo. È la ragazza nel vestito scintillante, ma non sta più ballando. È al bancone, e sembra che stia discutendo con il barista.
Interessante. Non l’avevo presa per un tipo focoso, ma a giudicare dai gesti irritati mi sbagliavo.
Forse quello che mi serve stasera non è altro lavoro, ma una piccola distrazione. E so esattamente come procurarmela.
