Altare Infranto - Un Romance Mafia

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Capitolo 8 8

«È la seconda volta oggi che lo dici» le ricordo, gelido. «Non voglio sentirlo una terza.»

Lei deglutì e mi fissò, chiedendosi se parlassi sul serio. Lo ero. Presto avrebbe capito quanto. «Io... cioè, non posso accettare questa cosa, Aleks. La prima classe costa un’enormità. Non me la posso permettere.»

«Io sì. E comunque non mi è costata nulla» dissi. «C’era un posto libero. Ho chiesto un favore.»

«Un favore?»

Annuii. «Il pilota è un mio vecchio amico.»

Si appoggiò allo schienale e mi fissò con un’incredulità senza filtri. «Chi sei?»

Sorridendo, presi il mio bicchiere di whiskey e ne bevvi un sorso. «Lo deciderai tu.»

Prima che riuscisse a capire come rispondere, si accese con un ding la spia delle cinture e il pilota attaccò il suo discorso all’interfono. Sotto di noi, i motori ruggirono prendendo vita.

Rullammo verso la pista. Le assistenti percorsero i corridoi e isolarono la prima classe dal resto dei posti. Olivia notò tutto con le labbra serrate, ma non disse nulla.

Finché non le venne in mente una cosa. Imprecò e afferrò il telefono. «Merda! Mi sono scordata di avvisare Mia che stiamo per decollare.»

Digitò un messaggio in fretta e premette invio. Non mi sfuggì che le mani le tremavano tanto da riuscire a malapena a scrivere. Il respiro le usciva in sussulti, a singhiozzi.

«Hai paura di volare?» chiesi.

«Di solito no.» Mi lanciò un’occhiata che diceva chiaramente che la causa di quell’ansia improvvisa potevo essere io.

Sorrisi e bevvi un altro sorso di whiskey. «Dovresti prenderti qualcosa da bere. Ti calma i nervi.»

«Io non...», cominciò a borbottare, poi si corresse. «Va bene. Un drink. Ma è medicina. Per i nervi, come hai detto tu.»

Stava per allungare la mano verso il pulsante di chiamata quando la fermai. «Non serve» dissi. «La hostess ci tiene d’occhio.»

Le feci segno di portarci una bottiglia e lei sparì subito, pronta a eseguire. Olivia seguì la scena con un filo di fascinazione.

Quando la donna bionda e luminosa tornò, posò davanti a Olivia un calice da vino che brillava di pulizia, stappò la bottiglia e ce la lasciò. Appena si allontanò, Olivia mi guardò con le sopracciglia sollevate.

«Tutta la bottiglia?»

Scrollai le spalle. «Perché no?»

Esaminò l’etichetta e spalancò gli occhi. «Questo vino costerà mille dollari, come minimo.»

«Ti mancano un paio di zeri» dissi con una risatina piacevole. «Ma non pensarci. Rilassati e goditelo.»

«E cosa ti fa credere che non sia rilassata?»

Indicai la sua postura rigida e il pugno serrato. «Dici a parte tutto, di te?»

Fece uno sforzo deciso per sciogliersi e sprofondare nello schienale. «È solo che... non sono abituata a questo genere di cose. Prima classe, vino costoso...» Mi lanciò un’occhiata di sbieco. «Sconosciuti affascinanti che chiaramente non vogliono raccontarmi troppo di sé.»

«Ah, quindi pensi che io sia affascinante?»

Lei cercò di coprire il rossore con una smorfia e un occhiolino di insofferenza. «Per favore. Lo sai benissimo.»

Scrollai le spalle. «Non ci penso.»

«Sì, come no», sbuffa. «Scommetto che pensi che le donne siano ai tuoi ordini e comandi, con quel tuo grande senso della moda.»

«Io ho sempre pensato che dipendesse dalla mia personalità affascinante», sospiro, fingendo delusione.

«Quello non guasta», borbotta.

Le lancio un’occhiata e mi prendo un momento per guardarla davvero. Ha gli occhi di un marrone profondo, pieno. Cioccolato caldo, ambra fusa, attraversati da quei guizzi di verde. Quando sorride, le compaiono le fossette su entrambe le guance.

Capisco il fascino della “ragazza della porta accanto”, almeno sul piano intellettuale. Solo che non avrei mai pensato fosse un fascino capace di prendermi.

«Per quanto resterai con la tua famiglia?» le chiedo. Sembra che abbia bisogno di qualche domanda facile per rilassarsi, mentre il vino fa la sua magia.

«Giusto per le feste», dice. «Natale e Capodanno, poi il 2 riparto in aereo.»

«Perché tutta questa fretta di tornare in città? Pensavo che ti gestissi gli orari da sola.»

«Be’, di solito sì», ammette. «Ma c’è questo lavoro per cui voglio cominciare a prepararmi.»

«Racconta.»

«Non è proprio un lavoro, ancora», mi corregge in fretta. «Più che altro sto cercando di mettere insieme un portfolio da presentare, sperando che mi valga un colloquio.»

«Sembra un sacco di fatica per un forse.»

Scrolla le spalle. «Non è facile fare la fumettista, di questi tempi.»

«E come ci sei finita su quella strada, per cominciare?»

«Per caso», ammette. «Ero una bambina tranquilla. La mamma mi chiamava timida; papà era gentile e preferiva “introspectiva”. I miei fratelli e mia sorella dicevano “eremita”.» Ridacchia. «La verità probabilmente è un po’ tutto questo. Ma, comunque fosse, non ero brava a esprimermi. Per un po’ ho pensato che sarei impazzita. Tutti quei pensieri e quelle sensazioni, e nessun modo per incanalarli. Poi ho trovato l’arte. Ho iniziato a disegnare, a fare schizzi, a dipingere. Ho provato di tutto. Ma le caricature mi venivano naturali. Guardare la gente. Fermarla su carta. Restituirle un’immagine di sé, come la vede il mondo. Mi sembrava un traguardo. Come… una cosa che poteva essere importante, forse. Se ci avessi messo la testa.»

«Da qui lo stare a osservare le persone», dico, ricordando il suo commento di prima: che era un’osservatrice.

«Esatto.» Annuisce con entusiasmo. «E credo che, crescendo, non sia cambiato granché. I ragazzi della mia età non mi hanno mai interessata. Penso fosse perché avevo fratelli così tanto più grandi.»

«Dev’essere stato duro quando sono andati via di casa.»

I suoi occhi si illuminano, appena. È proprio la sensazione che sta descrivendo: essere vista da un’altra persona. Riconosciuta. Compresa.

Per lei, catturare quella sensazione è arte.

Per me, non è altro che lavoro.

«Non ne hai idea. Avevo sei anni quando Rob è andato al college. Otto quando è toccato a Mia. Allora mi sono buttata ancora di più sul disegno. Sono quasi certa di aver mandato avanti il negozio di belle arti da sola per, tipo, un decennio.»

«Però siete ancora molto uniti.»

«Sì», dice, ma colgo un lieve calo nel tono. «Molto uniti.»

Socchiudo gli occhi. «Tutto bene?»

Lei mi guarda di scatto, sorpresa che io abbia colto quel cambio d’umore. «Sto bene», svia. «Benissimo.»

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