CAPITOLO 6
Capitolo 6 - INCUBO
Era già sera quando Lucious arrivò al suo piano, dopo aver finito di lavorare per la giornata. Entrò nel suo cupo appartamento, dirigendosi come al solito dritto in camera, quando si bloccò all'improvviso. Il suo olfatto percepì un odore estraneo.
Aggrottò le sopracciglia e continuò a camminare, guidato dall'istinto verso una delle stanze del piano.
Lucious aprì la porta, spingendola piano, e i suoi occhi si posarono su una figura rannicchiata sul pavimento al centro della stanza. Era la ragazza reietta.
Come aveva potuto dimenticarsene? Era stato così preso dal lavoro che si era scordato di aver chiesto che la ragazza reietta venisse rinchiusa al suo piano.
Senza rendersene conto, i suoi piedi si mossero da soli, portandolo verso di lei.
Si accovacciò al suo fianco e allungò una mano, scostandole con delicatezza i capelli argentati che le coprivano il viso. Apparve così il suo volto addormentato, con le labbra leggermente socchiuse mentre respirava. Qua e là sul viso erano visibili alcuni lividi e sembrava molto sporca.
Puzzava come una tipica reietta. Lucious detestava la vista dei reietti. E ora, dopo quello che aveva fatto Natasha, il suo odio per loro era aumentato. Aveva giurato che gliel'avrebbe fatta pagare a ognuno di loro, e lo avrebbe fatto di certo.
Gli occhi di Lucious erano ora fissi sulla ragazza rannicchiata a terra. Aveva sempre odiato stare vicino alle donne, Natasha era un'eccezione, ma come poteva anche solo sopportare di rimanere accanto a quella sconosciuta? Una reietta, per giunta.
Non sapeva cosa gli stesse succedendo, né perché non provasse la solita avversione verso di lei.
La ragazza sotto di lui emise un debole gemito, corrugando la fronte. Lucious notò solo allora le lacrime che le si erano seccate sul viso.
Aveva pianto?
La ragazza gemette di nuovo, mormorando qualche parola che Lucious non riuscì a capire.
Lucious sospirò, poi la sollevò con delicatezza e si diresse verso l'enorme letto matrimoniale che si trovava al centro della stanza.
La adagiò con cura e sistemò il piumone, coprendola, prima di uscire dalla camera.
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Haven sbadigliò pigramente, stiracchiando le braccia. Le doleva tutto il corpo e gemette, girandosi e rigirandosi sul letto morbido. Aprì lentamente gli occhi, sbatté le palpebre un paio di volte e li richiuse.
Si mise più comoda, cercando di riaddormentarsi, quando aggrottò le sopracciglia. Qualcosa non quadrava.
Gli occhi di Haven si spalancarono di colpo, colpita da un'illuminazione improvvisa.
Si mise a sedere di scatto, lo sguardo che saettava per la grande stanza e poi di nuovo sull'enorme letto in cui si trovava. Gli eventi del giorno precedente le tornarono in mente mentre si guardava intorno, con gli occhi sgranati e vigili.
Come ci era finita sul letto?
Era sicura di essere stata sul pavimento, quindi come mai era lì?
Scostando il morbido piumone che la copriva, cercò di scendere dal letto. Tentando di camminare, sentì il ginocchio indolenzito. Il livido aveva già iniziato a guarire.
Ritrovato l'equilibrio, Haven si diresse a passo svelto verso la porta.
Appoggiò la testa contro il legno, cercando di sentire un qualsiasi rumore, ma non udì nulla. Poi mise la mano sulla maniglia e la girò, sperando in silenzio che si aprisse.
Con sua sorpresa e gioia, la porta emise un leggero scatto e si sbloccò.
Se non avesse avuto tanta fretta di scappare, Haven si sarebbe sicuramente fermata a baciare la porta dicendo: «Grazie».
Sbircò fuori, guardando a destra e a sinistra in cerca di un qualsiasi segno di vita. Non vedendo nessuno, si mise a camminare in punta di piedi verso una destinazione ignota.
Era piuttosto buio mentre Haven percorreva il corridoio, superando varie porte e chiedendosi perché quel posto fosse silenzioso come un cimitero.
Nonostante l'oscurità, grazie alle sue abilità di licantropo, Haven riusciva a vedere benissimo. Camminò per un po' prima di rendersi conto di aver preso la direzione sbagliata.
L'altro lato del corridoio era chiuso da due porte enormi. Haven si fermò davanti a esse, accigliata. Aveva camminato per tutto quel tempo solo per trovarsi in un vicolo cieco.
Sospirò e si voltò per tornare da dove era venuta, quando si bloccò. Un suono ruppe il silenzio del corridoio. Sembrava un lamento.
C'era qualcuno dentro?
Haven si girò di nuovo verso le porte. Sentì di nuovo il suono, e questa volta sembrava davvero che qualcuno stesse soffrendo terribilmente. Spinta dalla curiosità, i suoi piedi si mossero da soli e si avvicinò silenziosamente alle enormi porte.
Le mani si posarono sulla maniglia e lei aprì leggermente la porta. Sbircio dentro: non c'era nessuno.
Entrando nella stanza, si guardò intorno cercando di capire da dove provenisse il rumore.
Se aveva pensato che la stanza precedente fosse grande, si sbagliava di grosso. Quella in cui era appena entrata era talmente vasta che per eguagliarne le dimensioni ce ne sarebbero volute almeno tre della prima.
Haven rimase immobile nell'enorme stanza, guardandosi attorno. Forse si era sbagliata. Fece spallucce e si voltò per andarsene. Doveva uscire di lì prima che i suoi rapitori si accorgessero della sua fuga.
Aveva fatto appena qualche passo quando sentì di nuovo quel suono. Haven si fermò.
Stavolta era sicura di non esserselo immaginato. Si girò e i suoi occhi si posarono sulla fonte del rumore.
Senza pensarci, Haven si avvicinò lentamente al letto. Sapeva che avrebbe dovuto semplicemente ignorarlo e andarsene, ma qualcosa dentro di lei non glielo permetteva. Si sentì attratta verso il letto e continuò a camminare finché non si trovò proprio di fronte a quel giaciglio enorme.
Lo sguardo le cadde su qualcuno che dormiva. Il suo viso era contratto, come se stesse avendo un incubo. Di tanto in tanto, emetteva un gemito e girava la testa, chiamando qualcuno o qualcosa.
Haven non si rese conto di essersi avvicinata e seduta accanto a lui.
Che stai facendo? Smettila! Non pensarci nemmeno! la sua coscienza continuava a urlare, ma lei la ignorò.
Allungò una mano e gli scostò con delicatezza i capelli neri appiccicati alla fronte sudata.
Haven rimase seduta lì per un tempo che le parve un'eternità, prima di alzarsi per andarsene. Aveva appena fatto un passo quando una mano forte le afferrò il polso, bloccandola sul posto.
«Oh, no» urlò Haven in silenzio, chiudendo gli occhi. Aveva appena mandato all'aria la sua unica possibilità di fuga e adesso era spacciata di sicuro.
Chiuse gli occhi, aspettando che l'uomo dicesse qualcosa, ma non arrivò nulla. Haven li riaprì e, guardando oltre la spalla, vide che lui aveva ancora gli occhi chiusi.
Le sue mani l'avevano afferrata mentre stava per andarsene, ma lui era ancora profondamente addormentato.
«Non lasciarmi» disse con una voce a malapena udibile, ma Haven la sentì benissimo. Aggrottò leggermente le sopracciglia mentre si girava, con un'espressione di dolore. Dopodiché, tornò a dormire e tutto tacque di nuovo.
Haven rimase lì per un po', incerta sul da farsi, prima di decidere finalmente di sfidare la sorte. Allungò la mano e iniziò a staccare delicatamente le dita di lui dal suo polso.
Uno...
Due...
Tre... Si fermò, tirando un sospiro di sollievo. Era riuscita a liberare tre dita.
Stava per passare al quarto quando, all'improvviso, sentì una mano afferrarla con forza e tirarla giù verso il letto.
Haven atterrò sul materasso morbido, proprio accanto a lui. Si immobilizzò, senza sapere cosa fare o come liberarsi da quella situazione. Le mani di lui la tenevano ancora stretta.
«Natasha... ti prego...» disse di nuovo la sua voce.
Natasha? Chi diavolo era?
Haven avrebbe voluto darsi una manata in faccia mentre giaceva lì, goffamente. Si sentiva una stupida. Perché era dovuta venire lì? Avrebbe potuto semplicemente scappare quando ne aveva avuto l'occasione. E ora era finita nella tela del ragno. Si dimenò un po', cercando di liberarsi dalla presa dell'uomo, quando all'improvviso una mano le afferrò il collo e lui spalancò gli occhi.
Haven sussultò per l'orrore, guardando quegli occhi rossi che le fecero venire i brividi lungo la schiena.
Emise un piccolo grido quando si sentì improvvisamente girare e inchiodare al letto. Ora l'uomo era sopra di lei, i suoi occhi rossi sembravano privi di vita mentre la fissava dall'alto.
«Che ci fai qui?!» ringhiò lui con rabbia, stringendo la presa intorno al suo collo.
«Vuoi uccidermi, eh?!» urlò, stringendo ancora di più. Haven cercò di scuotere la testa per negare, ma non riusciva a muoversi. La sua presa era troppo forte e lei ansimava disperatamente in cerca d'aria. Le mani si dibattevano ferocemente, cercando di staccargli le dita dal collo mentre boccheggiava rumorosamente, alla disperata ricerca di ossigeno. Non riusciva a respirare.
Haven sentiva la vita scivolarle via lentamente mentre alzava lo sguardo per incrociare i suoi occhi.
L'ultima cosa che vide furono quegli occhi rossi che la fissavano, pieni d'odio.
