Capitolo 6 Capitolo 6
Amber
«Be’, la si può esiliare, se non uccidere.»
La voce di Kade era gelida, definitiva, come se stesse parlando del tempo e non della mia vita.
«Per me va benissimo,» ringhiò Ryker. «Fuori dall’accademia. Rispenditela nel buco da cui è strisciata fuori.»
Mi si chiuse lo stomaco.
«Alfa, vi prego…» tentò il preside Davison, ma Soren lo interruppe.
«Oppure nelle segrete,» propose Soren; il divertimento di prima era svanito, sostituito da una freddezza calcolatrice. «La chiudiamo dentro finché non capiamo che cos’è.»
«Nelle segrete?» ripetei, con la voce più acuta di quanto volessi. «Non potete essere seri.»
Gli occhi ambrati di Caspian non mi lasciavano. «È una minaccia e una variabile sconosciuta. Non possiamo permetterle di andare in giro a influenzare ogni lupo dell’accademia.»
«Non sto cercando di influenzare nessuno!» ribattei, con il panico che mi risaliva nel petto. «Non so nemmeno che cosa stia succedendo!»
Non osai aggiungere che non avevo influenzato tutti i lupi, solo questi quattro uomini, per non peggiorare ulteriormente la situazione.
«Non importa,» disse Kade, piatto. «Il tuo odore è un problema. Tu sei un problema.»
Il preside Davison alzò le mani. «Ora, non facciamo mosse avventate. Signorina Amber, forse se indossasse un adeguato soppressore d’odore, andrebbe tutto bene.»
«Ce l’ho!» Armeggiai con la fascetta di metallo al polso, la strappai via e la sollevai. «Me l’ha data Mrs. Smith quando sono arrivata!»
Il volto del preside si rabbuiò appena. «Ah. Sì, certo. Quella è una fascia standard per gli studenti umani. Non è progettata per… questo.»
«Allora datemene una più forte,» dissi, disperata, e lui chiese a un membro del personale di portarmene alcune. Le afferrai tutte e le provai una dopo l’altra, stringendole con decisione intorno al collo, ma non cambiò nulla.
Non potevo finire nelle segrete. Non ero venuta fin qui per marcire nelle segrete il primo giorno.
Mi balenò davanti agli occhi l’espressione fredda e delusa di mio padre. Se fossi tornata a casa strisciando adesso e non avessi nemmeno resistito una settimana all’accademia, non mi avrebbe neppure chiesto quale alfa volessi sposare.
Preferirei morire.
«Forse,» disse in fretta il preside Davison, «potremmo commissionare un collare specializzato. Qualcosa di più potente, pensato apposta per lei…»
«Potrebbero volerci settimane,» lo interruppe Caspian.
«Giorni, come minimo,» concordò Soren.
«E nel frattempo che cosa ne facciamo?» sbottò Ryker. «La lasciamo in giro a far impazzire ogni lupo dell’accademia?»
Il cuore mi martellava così forte che a malapena riuscivo a sentire i miei pensieri sopra il fruscio nelle orecchie.
Pensa, Amber. Pensa.
Gli occhi mi guizzarono per la stanza in cerca di un’uscita, di una soluzione, e si posarono sulla sedia vuota di Damian.
Damian.
L’unico che non era stato colpito dal mio odore.
«Forse potrei stare con Damian,» mi uscì di getto.
Tutte le teste nella stanza si voltarono verso di me.
«Cosa?» disse Ryker.
Deglutii a fatica. «Damian. Ha detto che il mio odore non lo influenza. Quindi magari… magari potrei stare con lui. Finché non risolvete la questione del collare.»
Il silenzio che seguì fu assordante.
Poi Kade lasciò scappare una risata breve e aspra. «Vuoi dividere una stanza con Damian Blackwood? L’erede del Re Folle?»
«Ha un desiderio di morte», mormorò Soren, ma ormai nella sua voce c’era divertimento.
«Meglio lui che il dungeon», dissi, sollevando il mento.
«Ti ammazzerà nel sonno», disse Ryker, piatto.
«Forse», ammisi. «Ma almeno ci avrò provato.»
Il preside Davison sembrava come se gli avessero appena messo in mano la soluzione a un problema impossibile. «In realtà… non è una pessima idea.»
«Sei impazzito?» Kade gli si scagliò contro. «Damian non segue le regole. Non prende ordini. E di certo non fa da balia agli studenti problematici.»
«Ciononostante», disse il preside, e nel tono gli entrò una punta ostinata, «se il signor Blackwood è davvero immune al suo odore, allora è la scelta più logica come compagno di stanza temporaneo. La tiene fuori dal dungeon e sotto supervisione.»
«Supervisione?» Ryker sbuffò. «È più pericoloso di lei.»
«Due disadattati nella stessa stanza», disse Soren, pensieroso. «Che poetico.»
Caspian continuava a fissarmi, e c’era qualcosa nel suo sguardo che mi faceva strisciare la pelle. Non era più rabbia, ormai, ma fame.
«Bene», disse Kade, brusco. «Che se la sbrighi il bastardo del Re Folle. Non è più un problema nostro. Assicurati di startene ben lontana da noi finché non avrai il collare.»
Il preside Davison batté le mani. «Eccellente! Farò predisporre tutto immediatamente. Miss Amber, entro stasera verrà trasferita negli alloggi del signor Blackwood.»
«Aspetti», dissi. «Non devo… chiederglielo?»
«Oh, verrà informato», disse il preside con leggerezza. «Sono certo che capirà la necessità della situazione.»
In qualche modo, ne dubitavo.
Il preside Davison proseguì. «Le lezioni iniziano domani. Vi suggerisco di prepararvi di conseguenza.»
I quattro eredi non lo liquidarono come aveva fatto Damian. Semplicemente se ne andarono, ma non prima che Caspian mi lanciasse un ultimo sguardo, lungo, da sopra la spalla.
Quello sguardo mi fece venire voglia di farmi una doccia.
Appena furono spariti, scattai fuori per trovare Damian prima del preside. Dovevo spiegargli tutto prima che mi staccasse la testa a morsi.
Sfrecciai fuori dalla sala delle assemblee e mi guardai intorno, in preda al panico. Dove poteva essere andato?
Corsi per un po’, finché i miei occhi non colsero un lampo di nero che spariva dietro l’angolo dell’edificio principale.
«Damian!» chiamai, gli stivali che schioccavano sul sentiero di pietra. «Aspetta!»
Non rallentò.
Spinsi ancora di più, i polmoni in fiamme, e alla fine lo raggiunsi vicino al margine dei campi d’addestramento.
«Damian, per favore, io… devo parlarti.»
Si fermò così di colpo che per poco non gli andai addosso.
Quando si voltò a guardarmi, i suoi occhi d’argento erano gelidi. E da vicino notai una cicatrice sottilissima, quasi invisibile, che gli tagliava il sopracciglio sinistro.
«No.»
«Non sai nemmeno cosa sto per dire.»
«Non mi interessa», disse, piatto. «La risposta è no.»
