Capitolo 4 Capitolo 4
Amber
Fui strappata dal sonno da qualcuno che mi scuoteva la spalla con l’entusiasmo di uno scoiattolo sotto caffeina.
«Amber! Amber, svegliati! Mancano esattamente due ore alla presentazione e non ho ancora deciso cosa mettermi!»
Socchiusi un occhio e trovai Ellie china su di me, già in vestaglia, con i capelli avvolti in un asciugamano.
«Sono le sei del mattino» gracchiai.
«Appunto! Due ore bastano appena!» Schizzò dall’altra parte della stanza, dove sul suo letto erano stesi più o meno quindici vestiti, un arcobaleno di colori. «Secondo te il verde smeraldo mi fa sembrare troppo… entusiasta? O dovrei scegliere il bordeaux? Il bordeaux dice “sofisticata”, vero?»
Mi misi seduta, strofinandomi gli occhi. «Ellie, è solo una presentazione.»
Lei si voltò di scatto, stringendosi un vestito al petto. «Solo una presentazione? Amber, questo potrebbe decidere tutto il nostro anno. Tutta la nostra vita, forse!»
Buttai giù le gambe dal letto e mi cadde lo sguardo sulla fascia di metallo appoggiata sul comodino. Quella che avrei dovuto portare al collo come un collare, come se fossi l’animale domestico di qualcuno.
La presi e la rigirai tra le mani. C’era un piccolo meccanismo di chiusura, chiaramente pensato per serrarsi intorno alla gola.
Afferrai un paio di forbici dalla scrivania e mi misi al lavoro sulla fascia, tagliando via la parte in eccesso finché non ottenni qualcosa che potesse avvolgersi intorno al polso.
«Che cosa stai facendo?» La voce di Ellie salì di un’ottava. «Amber, non puoi…»
«Guardami.» Chiusi la fascia modificata sull’avambraccio, provando la vestibilità. Stretta, ma non scomoda.
Ellie sembrava sul punto di svenire. «Dovresti portarla al collo! È quello il senso!»
«Il senso è attenuare l’odore, no?» Mi alzai e mi diressi in bagno. «Il mio odore umano, cioè il sudore, non darà fastidio a nessuno se mi faccio una doccia e mi metto il profumo. Problema risolto.»
«Non funziona così…»
Venti minuti dopo, mi ero vestita con i miei jeans blu più comodi e una semplice t-shirt nera.
Ellie aveva abbandonato i vestiti e ora stava dibattendo tra tre paia di orecchini diversi, sollevandoli alle orecchie uno alla volta davanti allo specchio.
Incrociai il mio riflesso e mi fermai.
Per un attimo mi limitai a fissarmi. La ragazza che mi guardava aveva i capelli scuri ancora umidi per la doccia, occhi color ambra che erano all’altezza del mio nome, e una mascella ostinata ereditata da mio padre.
Mi chiesi se stamattina stesse pensando a me. Probabilmente no.
«Amber?»
Sbatté le palpebre e mi voltai: Ellie mi osservava con aria preoccupata.
«Tutto bene?» chiese.
«Sì» risposi. «E sei carina. Pronta?»
Indossava un vestito lungo e svolazzante, di un tenue color lavanda che su di lei stava davvero benissimo.
«Pronta quanto lo sarò mai.»
Uscimmo insieme dalla stanza, unendoci al flusso di studenti diretti verso la sala delle assemblee principale.
Più ci avvicinavamo, più notavo i quattro colori dei collari: rosso, verde, blu e nero.
Tutti li portavano bene in vista intorno al collo come fossero medaglie d’onore, codificati a colori per indicare a quale erede alfa appartenevano.
Erano vestiti con abiti firmati e truccati con un make-up che doveva aver richiesto ore.
Abbassai lo sguardo sui miei jeans e sulla t-shirt.
«Ti avevo detto di vestirti bene» sibilò Ellie.
«L’ho fatto» ribattei. «Questi sono i miei jeans belli.»
Sembrava volesse discutere, ma eravamo già arrivate all’ingresso della sala delle assemblee.
Lo spazio era immenso, con soffitti a volta e file di sedili disposti a semicerchio di fronte a un palco rialzato. Gli studenti affluivano a ondate, raggruppandosi in base al colore del colletto, bisbigliando, ridacchiando e indicando con il dito.
Io ed Ellie trovammo posto più o meno a metà, e non potei fare a meno di notare quanti sguardi si posassero su di me, in particolare sul mio collo nudo e sul bracciale modificato al polso.
Per fortuna, un uomo in vesti formali salì sul palco e il brusio si spense.
«Benvenuti, studenti, a un nuovo anno alla Silvercrest Academy», esordì. «Sono il preside Davison, ed è per me un grande onore dirigere questa istituzione che ha formato alcuni dei migliori eredi alfa e guerrieri del regno di Zephyron.»
Partì con un discorso su tradizione ed eccellenza, snocciolando nomi di ex allievi famosi e vantandosi della reputazione dell’accademia, tanto da farmi sbadigliare e controllare l’orologio.
«E adesso», disse il preside Davison, «vorrei presentare i nostri eredi alfa di ritorno, che in realtà non avrebbero bisogno di presentazioni, ma la tradizione vuole che…»
Qualcuno si schiarì la gola alle sue spalle, forte e plateale.
Il preside si bloccò a metà frase, l’espressione che oscillava tra confusione e irritazione. Si voltò appena e vidi una figura ferma nell’ombra, in fondo al palco.
«Ah, sì», disse il preside Davison, con un tono tirato. «Quest’anno abbiamo anche… un nuovo erede alfa che si unisce a noi.»
Il mormorio riprese all’istante, mentre Damian avanzava nella luce.
Era di nuovo vestito di nero, ma i capelli scuri gli cadevano attorno al viso in riccioli corti e morbidi, e quegli occhi d’argento passarono in rassegna l’aula magna con un disprezzo annoiato.
I sussurri esplosero non appena apparve.
«È lui!!»
«È il discendente del Re Folle!»
«Oh, mia Dea, da vicino è ancora più bello!»
«Se mi porta nel suo campo, lo lascerei distruggermi tutta la notte!»
Lanciai un’occhiata a Ellie, che fissava Damian come se fosse uno spuntino.
Sul palco, Damian raggiunse il davanti e si fermò accanto al preside Davison, che sembrava preferire essere in qualunque altro posto.
«La faccio breve», disse Damian, la voce che tagliava il pettegolezzo come una lama. «Non mi interessa gestire un campo. Non voglio seguaci, né gente che indossi i miei colori. Quindi, se speravate di avvicinarvi a me per protezione o per status, cercatevi qualcun altro.»
Ogni ragazza nella sala parve appena schiaffeggiata.
Il preside Davison si schiarì la gola. «Be’, questo è… decisamente diretto. Grazie, signor…»
Ma Damian era già in movimento: attraversò il palco dritto verso le quattro sedie sistemate davanti ai posti elaborati, simili a troni, chiaramente destinate agli eredi alfa, e si lasciò cadere su una di esse.
Le altre tre sedie rimasero vuote.
Si appoggiò allo schienale, incrociò le braccia e fissò l’assemblea come se stesse sfidando qualcuno a obiettare.
Il preside Davison sembrava sul punto di avere un colpo. «Signor Blackwood, quei posti sono riservati per…»
«Gli eredi alfa», concluse Damian. «Ne sono perfettamente consapevole.»
E poi, proprio come il giorno prima, il suo sguardo scivolò sulla folla e si fermò esattamente su di me.
Mi si mozzò il respiro.
Quegli occhi d’argento si agganciarono ai miei con un’intensità che mi fece pizzicare la pelle.
Perché continuava a guardarmi? Mi portava già rancore perché l’avevo colpito?
Il battito mi martellava in gola e non riuscivo a distogliere lo sguardo, anche se ogni istinto mi urlava di interrompere quel contatto.
Alla fine, per fortuna, qualcun altro salì sul palco e l’attenzione di Damian si spostò.
Espirai con un tremito, ma poi sentii qualcuno gridare a gran voce:
«Che cazzo è quello?»
