Capitolo 4 Capitolo 4
Jace arrivò al dormitorio, con la valigia in una mano e la borsa di scuola a tracolla sull’altra spalla. Trovò subito la stanza di Scott al primo piano e bussò.
Scott ci mise un po’ a rispondere. Quando finalmente aprì la porta, sul suo viso passò un breve lampo di sorpresa nel vedere Jace.
Jace sogghignò. «Hai la faccia di uno che ha visto il diavolo.»
Scott ribatté: «Forse è così.» Arricciò il naso. «Hai bevuto?»
Jace sollevò un sopracciglio. «Non sono affari tuoi. Mi fai entrare o devo prima fare una scenata?»
Scott lo fulminò con lo sguardo per un momento, poi si fece da parte.
Jace sbuffò ed entrò. Nel momento stesso in cui oltrepassò la soglia, Scott richiuse la porta alle sue spalle.
Jace si guardò intorno nella stanza. Era tutto immacolato: libri ordinatamente impilati su una piccola mensola, un portatile e delle cuffie sistemati alla perfezione sulla scrivania, i libri di testo disposti in un angolo. Quasi tutto era bianco. Non era il suo stile, ma non ne fu sorpreso: Scott era chiaramente un maniaco dell’ordine.
Scott parlò per primo. «Tu prendi il letto sopra, io quello sotto.»
Jace si voltò verso di lui. «Perché? Voglio quello sotto.»
Scott scrollò le spalle. «Pazienza. Se non ti sta bene, vai a lamentarti con l’allenatore e vedi se riesce ad annullare questa cosa.»
Jace lo fissò per un momento e capì cosa stava facendo Scott. Voleva esasperarlo, spingerlo a rinunciare a quella sistemazione. Ma a Jace non importava: avrebbe sopportato Scott, se questo significava poter inseguire il suo sogno. Si forzò in un sorriso.
«Non preoccuparti. Adoro il letto sopra. Perfetto.»
Scott alzò gli occhi al cielo. «Dato che starai qui, ho qualche regola. Primo: niente amici in camera. Non toccare la mia roba. Fatti gli affari tuoi e stammi fuori dai piedi: io farò lo stesso. Niente musica ad alto volume. Devi rientrare entro le dieci di sera, o non esiterò a lasciarti fuori. Tieni tutto in ordine. Non parlarmi, a meno che non sia importante. Svegliati alle quattro del mattino così possiamo allenarci insieme. Durante gli allenamenti, obbediscimi in quanto capitano della squadra. Se infrangi queste regole, ti segnalerò all’allenatore e farò in modo che tu venga cacciato dalla squadra. Ah, e so che ti piace bere: scordatelo. Non tornare a casa ubriaco.»
Jace non credeva alle proprie orecchie. Quella lista sembrava infinita. Avrebbe voluto discutere, ma era troppo stanco per avere a che fare con Scott in quel momento. «Come vuoi» borbottò, posando la valigia e la borsa in un angolo.
Avrebbe dovuto farsi una doccia, ma non ne aveva le forze. Si tolse le scarpe, salì sul letto a castello di sopra e, nel momento in cui la testa toccò il cuscino, si addormentò.
Scott lo guardò con disgusto. «Non si è nemmeno degnato di farsi una doccia» mormorò. «Come farò a sopportarlo?»
Se non fosse stato per l’allenatore, non avrebbe esitato a cacciare Jace fuori. Ma non poteva.
Sospirò, puntò la sveglia alle quattro del mattino e si infilò nel suo letto. Ci mise un po’ ad addormentarsi; ancora non riusciva a credere di dividere davvero la stanza con il suo nemico, ma alla fine riuscì a scacciare quei pensieri e a sprofondare nel sonno.
La sveglia suonò e Scott si svegliò all’istante. Fece scendere le gambe dal letto, spense l’allarme e andò in bagno a lavarsi i denti.
Quando tornò, Jace stava ancora dormendo.
Scott alzò gli occhi al cielo, tornò in bagno e rientrò con un bicchiere d’acqua. Senza dire una parola, salì la scaletta e glielo rovesciò in faccia.
Jace sobbalzò a sedere, grondante d’acqua, e urlò: «Ma che cazzo ti prende?!»
L’espressione di Scott rimase calma come sempre.
«Hai dieci minuti per prepararti. È ora dell’allenamento.» Poi scese dalla scaletta, lasciando Jace a ribollire di rabbia.
Jace lo fulminò con lo sguardo, borbottando tra sé. Odiava tutto questo con ogni fibra del suo essere. Non si era certo iscritto a quell’incubo specifico, ma non aveva scelta.
Gemendo, fece scendere le gambe dal letto, prese vestiti e articoli da toilette dalla valigia e si precipitò in bagno.
Jace correva sul tapis roulant, respirando affannosamente. Non era questo che si aspettava quando Scott aveva detto che sarebbero andati ad allenarsi. Aveva pensato che sarebbero andati alla pista di pattinaggio, invece Scott l’aveva portato in palestra e aveva chiamato quella roba “allenamento”.
Jace lanciò un’occhiataccia a Scott, che correva sul tapis roulant accanto al suo. Scott non stava neanche sudando granché. Non sembrava affatto senza fiato. Aveva un’aria calma e controllata, e la cosa irritava Jace da morire.
Jace sbuffò e si costrinse a continuare a correre. Non voleva perdere contro il pavone tronfio al suo fianco. Per lui quella era una competizione, e odiava perdere.
Scott gli lanciò un’occhiata e sogghignò, prima di tornare a concentrarsi sulla corsa.
Andò avanti così per un po’, finché Jace alla fine cedette. Spense il tapis roulant, scese e si lasciò crollare sul pavimento, respirando a fatica.
Scott continuò a correre ancora un po’, poi spense anche il suo tapis roulant. Leggermente senza fiato, si avvicinò a Jace. «Già stanco? Abbiamo appena cominciato.»
Jace lo fulminò con lo sguardo e disse ansimando:
«Da qui non mi alzo, e ti sfido a costringermi.»
Scott alzò le spalle. «Va bene.»
Si allontanò, prese la sua borraccia, la aprì e tornò indietro. Senza preavviso, versò un po’ d’acqua sulla faccia di Jace.
Jace scattò in piedi per la sorpresa. «Hai perso il senno?! Perché continui a farmi questo?!»
Scott rispose con calma. «È l’unico modo per tenerti sveglio. Andiamo, è ora della prossima serie. E se tutto questo non ti piace, puoi sempre dire all’allenatore di annullare tutto e lasciare la squadra.» Lo disse con un piccolo sorrisetto.
Jace strinse i pugni, furioso. «Te lo sogni.»
Per un secondo l’espressione di Scott si indurì, ma lasciò correre. «Andiamo. Cominciamo.» Si voltò e si allontanò.
Jace chiuse gli occhi e si immaginò di prendere Scott a pugni in faccia ancora e ancora. Quel pensiero da solo bastò a farlo sorridere e a calmarlo un po’.
Si rimise in piedi e si avvicinò a Scott, pregando in silenzio di non perdere la pazienza e fare qualcosa di cui si sarebbe pentito.
